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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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COME ELEVARE IL CALICE SENZA ALZARE IL GOMITO ?

 

 

 

 

 QUESTIONE DI FEDE

 

http://premioletterario.santamargherita.it/racconto-del-giorno/archivio/dettaglio-racconto.php?id=1130

 

 

 

QUESTIONE DI FEDE
Gloria Gerecht


 

 

Don Bruno scese dalla macchina rassegnato. I carabinieri lo sottoposero all'etilometro, trovarono un tasso superiore al consentito e la sua confusione confermò i loro sospetti. Esibì i suoi documenti, ma, alla notizia del ritiro della patente, tentò la sua ultima carta.
“Sono un prete”, spiegò, “da stamattina ho già detto quattro messe. Per di più, sono astemio”.

Sì, era stato un sabato pesante per il giovane sacerdote.
Aveva iniziato con la messa delle otto nella sua chiesetta ai piedi dello Sciliar. Le solite poche fedeli, qualche contadino. Poi, presa la vecchia Seicento, giù per la stretta strada tutta curve fino a San Michele per il trigesimo del vecchio Goller.
Celebrata la funzione, erano ormai le nove, si era inerpicato fino a Sant'Osvaldo dove l'anziano proprietario della storica locanda Aquila Nera celebrava le nozze d'oro con la moglie. Gradito esempio, per la piccola comunità, di fedeltà coniugale. Aveva dovuto rinunciare al rinfresco e si era avviato di corsa a San Valentino, in cima al colle dominato dall'Alpe, macinando parecchi chilometri di tornanti.
Aperta per l'occasione, la vecchia cappella, coi suoi antichi affreschi, rigurgitava di fiori. Doveva celebrare il matrimonio del giovane Kostner con la sua compagna, abbondantemente gravida. E meno male che si erano decisi!
Era una giornata splendida, gli invitati erano sparsi nel prato antistante, tutti nel costume tradizionale. La sposa in bianco, trionfante.
Alle dodici Don Bruno era stravolto. Si era tolto i paramenti e, in abiti civili, si era rapidamente defilato adducendo impegni parrocchiali urgenti: non vedeva l'ora di tornare a casa.

I carabinieri, appostati dietro l'ultima curva prima del rettifilo che portava al paese, curva presa in effetti molto larga, gli avevano imposto l'alt con la paletta.
Alle sue giustificazioni rimasero perplessi: come al solito provenivano dal sud e non conoscevano nessuno dei personaggi locali. Per quanto costernati, ormai il verbale era fatto: non potevano far finta di niente. Don Bruno assentì e fece per risalire in auto. No, no, gli fu subito intimato: senza patente non poteva guidare. Provvedesse a chiamare qualcuno per riportare, Seicento e lui, fino a casa.
Prese il cellulare e chiamò il sacrestano il quale, temendo un incidente, si precipitò a recuperarlo. Trovatolo in balia dei carabinieri non fece commenti, ma aveva un sorrisino...

Don Bruno rientrò nella sua parrocchia e si rifugiò avvilito nella sacrestia. Pensava a tutte le chiacchiere che sarebbero nate all'Oste Scuro e che lo avrebbero perseguitato per chissà quanto tempo. Lui, certo, non ci metteva piede: solo l'odore del vino lo disgustava, ma Walter, il sacrestano, non avrebbe certo tenuto la bocca chiusa.
Andò in chiesa a cercar conforto. Si inginocchiò e, rivolto al sofferente Cristo ligneo, chiese umilmente: “Perché?”.
Il crocifisso lo guardava compassionevole, gli mancava solo la parola.

E invece parlò.
La voce pacata echeggiò nella chiesa deserta.
“Figliolo”, disse, “ti leggo nell'anima: la colpa è solo tua”.
Qui Don Bruno, nonostante la soggezione, si permise di interloquire.
“Signore!”, esclamò, “Perché hai scelto proprio il vino per l'eucaristia? E gli astemi?”.
Ma la voce replicò paziente: “Figliolo, a suo tempo avevo già tramutato l'acqua in vino. Nel cenacolo non fu solo una scelta di gusto, ma di spirito”, il tono suonò lievemente ironico quasi a sottolineare l'ambivalenza della parola, “e non vorrei”, continuò, “che tu la mettessi in discussione. Un po' di vino non ha mai fatto male a nessuno! La tua colpa è di accostarti al calice con un senso d'avversione: non hai abbastanza fede. Quando crederai nel miracolo che si compie all'elevazione, allora il vino si tramuterà nel mio sacrificio e ti farà digerire il tuo”.
Don Bruno chinò la testa e mormorò un “Fiat voluntas tua”.

Tornò in sacrestia e si immerse nel Vangelo in cerca di una qualche ispirazione per la predica. Il sabato non era ancora finito: lo attendeva la messa della sera.

 

 

15/set/2010 - Caricato da Opossumverdefluo90

 

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