….Persino sui giornali!!!!
Oggi la questione dell`”intelligenza matematica” sta avendo una forte risonanza tanto che su questo argomento sono stati pubblicati anche degli articoli nei maggiori quotidiani italiani:
1) Articolo tratto dal “sole 24 Ore”
Il BERNOCCOLO CHE NON C’è:
Animali e neonati sanno fare calcoli con piccoli numeri
Ma per le operazioni complesse non esistono doti innate
Ci sono due modi facili e assai diffusi, per giustificare la propaga totale ignoranza in matematica. Il primo è quello di sbandierare la propria formazione classica dichiarando snobisticamente di non averci mai capito nulla. Come ha sostenuto Murray Gell-Mann, sono ancora molti gli artisti e i cultori di scienze sociali che si vantano per questa loro incompetenza. E’ molto raro che accada il contrario – aggiunge Gell-Mann -: potete trovare molti scienziati e matematici che non sanno niente di Shakespeare, ma è impossibile trovasse uno che ne sia fiero.
Il secondo modo consiste nel dichiarare che chi è bravo in matematica è dotato di una dote ben precisa, impossibile da imitare. Per la matematica, o si ha il famoso “bernoccolo” o non c’è niente da fare. Resta in entrambi i casi il senso che la matematica sia considerata come qualcosa di arido, in contrasto con la ricchezza, la varietà e la creatività dei saperi umanistici.
I matematici, di fronte a ciò, in genere difendono l’immagine pubblica della loro disciplina contrattaccando. La matematica è meravigliosa, divertente, creativa, è simile alla musica, ha applicazioni straordinarie, è la regina delle scienze, dicono. Slogan poco credibili – commentava Gian Carlo Rota, poco prima di morire, nella prefazione alla Matematica del Novecento di Odifreddi – che ci fanno dimenticare che in realtà “la matematica è un’attività faticosa, difficile e artificiale”, e che “è divertente da imparare” solo “per coloro che la amano, cioè per una trascurabile minoranza delle persone istruite”.
Questa immagine è assai realistica, e viene confermata per vie diverse da alcuni studi recenti di psicologia cognitiva ora tradotti in italiano: Intelligenza matematica di Brian Butterworth e Il pallino della matematica di Stanislas Dehaene. I rispettivi editori (Rizzoli e Mondadori) hanno voluto esprimere nei sottotitoli un messaggio incoraggiante: “Vincere la paura dei numeri scoprendo le doti innate della mente” e “Scoprire il genio dei numeri che è in noi”. Inutili slogan anche questi, direbbe Rota: non si difende la causa della matematica inventando su di essa menzogne spudorate.
In realtà, qualcosa di vero c’è in quei sottotitoli. Alcune capacità matematiche sono davvero innate. Ma come mostra Dehaene si tratta dì capacità alquanto rudimentali. Un neonato di quattro mesi e mezzo è in grado di capire che 1 più 1 fa 2.
Una capacità simile è comune a scimpanzé, delfini, ratti e piccioni, come l’autore dimostra descrivendo un serie di straordinari esperimenti. Resta da spiegare perché anche dopo anni di allenamento molti adulti si confondono e non sanno dire “con esattezza se 7 per 8 fa 54 o 64… a meno che non faccia 56″. E’ come se fossimo dotati di calcolatori utili solo per fare calcoli molto semplici e con numeri molto piccoli: la nostra capacità intuitiva, naturale o innata – simile alla percezione che abbiamo dei colori, delle forme e delle posizioni degli oggetti – finisce qui, insieme a quella dei neonati e degli animali. Il resto è cultura, che non potrebbe svilupparsi se l’uomo non avesse un cervello fatto in un certo modo, frutto di una lunga evoluzione biologica.
Ma il nostro cervello non si è evoluto con lo scopo di fare calcoli formali. L’analogia cervello-calcolatore è scorretta. Gli algoritmi sofisticati dell’aritmetica superano le capacità usuali dell’architettura cerebrale. I calcolatori sono velocissimi nell’eseguire calcoli complicati che noi non sapremmo fare a mente, ma non hanno l’elasticità per dare risposte immediate approssimativamente esatte. Inoltre non esiste alcuna localizzazione precisa per tutte le operazioni matematiche: sottrazioni, addizioni, moltiplicazioni interessano aree del cervello diverse. Le competenze matematiche sono frutto di una lunga storia culturale legata alle facoltà sia linguistiche (i numeri nella mente di molti matematici, al contrario che nei calcolatori, hanno uno spessore semantico simile alle parole) sia non linguistiche: si può perdere del tutto – a causa di certe lesioni cerebrali la facoltà linguistica senza perdere le capacità di far di conto. E del resto vi sono lingue (come il cinese) che sembrano più adatte di altre a sviluppare competenze matematiche.
Quello che sorprende nei risultati sperimentali e nelle splendide storie di matematici e di numeri raccontate da Dehaene – da cui ricava numerosi spunti su come insegnare la matematica senza troppe forzature -, è la straordinaria elasticità del nostro cervello: un organo che l’evoluzione naturale non aveva certo modellato per questo genere di attività. Niente “bernoccolo” per la matematica dunque. E per fortuna, perché a quanto pare il nostro cervello è capace di stupirci con ben altri effetti speciali.
2) Articolo tratto dal “Corriere della sera”:
PAZZI PER I NUMERI
Saggi e romanzi sulla passione per l’algebra. Mentre il neuropsicologo Brian Butterworth spiega come sviluppare il bernoccolo della logica
“Esiste un’area del cervello specializzata”. “Perché curiamo la dislessia e non la discalcolìa?”
Il cervello di Albert Einstein non era un cervello normale. Aveva una piccola variante nella carrozzeria, come i deflettori delle Ferrari: un grumo di cellule non conforme ai regolamenti piazzato in una zona strategica, il lobo parietale sinistro. Guarda caso, proprio la zona preposta alle funzioni matematiche. E’ questo “bernoccolo” segreto che ha fatto di lui un grande scienziato? Brian Butterworth, autore di Intelligenza matematica (Rizzoli), scuote la testa: “Non lo sappiamo. Einstein potrebbe essere nato con quelle cellule in più, oppure potrebbe averle acquisite con l’esercizio. Forse le capacità numeriche sono la causa, anziché la conseguenza, del maggior numero di neuroni. In questo senso, il cervello non è molto diverso dai muscoli: se fai certi movimenti o certi sport, la muscolatura interessata si sviluppa di più”. Il professor Butterworth ha cinquantacinque anni, due figlie e due gatti, e insegna neuropsicologia cognitiva all’University College di Londra. Il suo interesse per il mondo dei numeri risale agli anni del college e all’incontro con la moglie, che allora studiava filosofia della matematica. Ma è tornato prepotentemente a galla una decina di anni fa, quando il clinico inglese si è trovato alle prese con pazienti un po’ particolari. “La loro memoria era normale – racconta -, il linguaggio pure, ma non riuscivano a contare. Da ciò abbiamo dedotto che esista un’area del cervello specializzata per i numeri. Quello che io chiamo “Modulo Numerico”. In passato, questa funzione non era stata molto approfondita: l’attenzione dei neurologi si era concentrata piuttosto su altri aspetti, come la memoria, il linguaggio, la coscienza. Non avevano capito quanto questa area fosse importante. Se il Modulo non funziona a dovere, il soggetto è gravemente svantaggiato nella vita di tutti i giorni.
Trova difficile o imbarazzante andare a fare la spesa, a volte non ricorda l’indirizzo di casa, il numero di telefono, la propria età”. Un tempo si pensava che capacità linguistiche e numeriche andassero di pari passo, che “dislessia” e “discalcolìa” fossero due facce di una sola patologia: le due zone interessate sono contigue e vengono alimentate dagli stessi vasi sanguigni, sicché una lesione in quella parte del cervello compromette molto spesso entrambe le facoltà. Ma non sempre. Casi psichiatrici a parte, continua Butterworth, una cosa è sicura: “Siamo nati per contare.
Abbiamo dei circuiti incorporati che ci permettono di classificare il mondo in termini numerici.
Perfino i neonati percepiscono il numero delle cose. L’ho sperimentato io stesso su mia figlia, quando era ancora in fasce”. Ma allora perché certe persone, anche in età adulta, detestano la matematica, e non riescono mai a padroneggiarla? “Le ragioni possono essere due: la prima è che abbiano avuto dei cattivi insegnanti, o che non siano cresciute in un ambiente sociale favorevole all’apprendimento. L’altra ragione è il linguaggio. Certe lingue, come l’inglese o l’italiano, hanno una terminologia molto irregolare per i numeri. Fino a dieci tutto fila liscio. Ma dopo cominciano gli undici, i dodici, i tredici, e ogni decina successiva ha un nome diverso: venti, trenta, quaranta…In cinese o in giapponese, invece, dopo il dieci si conta dieci-uno, dieci-due, dieci-tre. Venti è due-dieci, trenta tre-dieci, e avanti così. Insomma tutto è più semplice e trasparente. Basta imparare qualche regoletta, e i numeri camminano da soli. Quando arrivano a scuola, i bambini in pratica sanno già contare”. Ecco perché, nelle facoltà scientifiche americane, gli studenti di origine asiatica sbaragliano tutti. Gli occidentali sono mediamente meno brillanti. Eppure, negli ambienti intellettuali, questo non è considerato un grave handicap. Molti si vantano addirittura di avere poca dimestichezza con l’algebra e la geometria, quasi fosse un segno di distinzione. “Scrivere male, o sgrammaticato, quella sì è una pecca imperdonabile. Fare i conti è una mansione meno elevata, che si può tranquillamente delegare a qualche subordinato, o a una macchina. Chris Woodhead, ispettore capo delle scuole britanniche, non fa che stigmatizzare la mediocrità dei nostri insegnanti. Bene, un intervistatore, giorni fa, gli ha chiesto a bruciapelo: quant’è la metà di tre quarti? La risposta è 37,5%, ma lui non è stato in grado di dirlo. In seguito, un portavoce lo ha giustificato ricordando che è un esperto di inglese, non di aritmetica. Quasi che per calcolare la metà di tre quarti ci volesse una laurea in matematica. Gente come Woodhead andrebbe solo compatita, non condannata”. Evidentemente il suo Modulo Numerico non è stato esercitato abbastanza, si è come atrofizzato.
E questo è un problema comune a tanta gente. Per diventare bravi con i numeri – dice Butterworth – bisogna immergervisi. Purtroppo non sempre i professori sono dotati di quella che lui definisce “la mano del tintore”. Due sono le leve sulle quali occorre agire: primo, rendere la matematica più comprensibile. La comprensione è la chiave del successo, e la mancata comprensione porta all’”ansia da numeri”. Ma la matematica deve soprattutto essere un piacere, un gioco, come già insegnava Lewis Carroll alla sua Alice. In Inghilterra circola questa storiella. Un avvocato, un artista e un matematico discutono se sia meglio avere una moglie o un’amante. L’avvocato dice: la moglie, perché non ti procura dei grattacapi legali. L’artista sceglie l’amante, che rappresenta la libertà. E il matematico? “Dovreste averle entrambe – dice – così, quando ognuna delle due pensa che siete con l’altra, potete farvi un po’ di equazioni in santa pace”. Ma anche per chi ai numeri, saggiamente, preferisce il sesso, la matematica non deve diventare una tortura. Dice Butterworth: “Ci sono mille modi – giochi, puzzle, indovinelli – per rendere divertente questa materia. Sono sicuro che se li adoperassimo più spesso, i ragazzi farebbero molta meno fatica a imparare”. Rimane il problema di chi proprio non ce la fa perché è affetto da “discalcolìa evolutiva”. Come Charles, il caso clinico più incredibile che il dottor Butterworth abbia mai dovuto affrontare. A trentun anni, Charles usa le dita per fare somme e moltiplicazioni, e quando gli si chiede se 9 è più grande di 1, deve pensarci su un po’. Stenta perfino a contare dei punti messi in fila, un esercizio banalissimo, alla portata dei lattanti. Eppure è intelligente, istruito (ha una laurea in psicologia), controlla bene il vocabolario. Evidentemente, qualcosa non va nel suo cervello. Ma che cosa? “Ci sono due possibilità – dice Butterworth -. La prima è che nell’infanzia abbia subìto un danno cerebrale. La seconda (ma è soltanto un’ipotesi), che sia affetto da un’anomalia genetica. Se i nostri geni contengono istruzioni per costruire ogni singola area del cervello, i geni di Charles forse non contenevano le istruzioni corrette, per cui questa parte del suo cervello non è mai stata configurata”. Per disturbi come quello di Charles, anche se si presentano in forma più lieve, al momento non esistono farmaci o terapie. Butterworth confida nella ricerca sul genoma umano. “Quando avremo trovato i geni che determinano l’abilità numerica, potremo mettere a punto dei test per diagnosticare i bambini a rischio e possibilmente curarli per tempo. Non si tratta di farli diventare tutti degli Einstein, ma di risparmiare loro delle orribili esperienze sui banchi di scuola. Perché oggi i ragazzi affetti da discalcolìa, a differenza dei dislessici, vengono giudicati semplicemente svogliati o stupidi. E non c’è nessuno che li aiuti”.