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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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ERAVAMO IN CENTOMILA E CI DAVAMO DEL TU

 

 

Il  signor  Vittorio   Messori,  redattore  dell'articolo  sotto  riportato,    sarebbe  forse  lieto  se  sapesse  che  anch'io,  a  partire  dal   primo  giorno  di  lavoro  presso  l'Ente,  dove  presto  servizio,   fui  subito  contrario  al  fatto  che  mi  si  rivolgesse  dandomi  del  tu.

Solo  più  tardi   fui  in  grado  di  accettare  il  tu.

Ma  per  questo  dovetti   prima  sottopormi   ad  un  anno  di  psicoterapia.

Vittorio  Messori  sarà  altresì  contento  di  sapere  che   anche  mia  moglie,  che  è  portoghese,   ha  sempre dato  del  Lei  alla  propria  madre.

Inoltre  io  do  del  tu  quando  scrivo  al  Papa,  ai  Cardinali  e  ai  Vescovi,  anche  a  Silvio  Berlusconi.

Ora  darei  del  tu  a tutti,  ma,  ripeto,  di  anni  di  psicoterapia  ne  ho  fatti  alla  fine  quasi  dieci. 

 

Riccardo

 

 

Corriere della Sera >

 

 

Riflessione (provocatoria) sul dilagare del «tu»

 

Ecco perché difendo la civiltà del «lei»

 

Prepotente e confidenziale il «tu» evita  solo le coniugazioni insolite del «lei»

di  VITTORIO MESSORI

È da condividere, ovviamente, lo sfogo recente di Beppe Severgnini che — su Sette—dice il suo

«fastidio per l’insopportabile dilagare del "tu" sempre e comunque». Per quanto conta, io pure

tendo istintivamente a irrigidirmi se qualcuno con cui non ho confidenza mi interpella con il «tu»;

e mai penserei di fare altrettanto con lui. Dunque, mi è stata dura essere giovane nel Sessantotto,

in cui sembrava tornato il tempo di Achille Starace che aveva abolito il «lei». Quel gerarca in camicia

nera imponeva il «voi», mentre i figli dei borghesi in eskimo, travestiti da proletari, ti sprangavano

se non usavi il «tu».

Certo, nella mia allergia entrano pure i 17 anni di scuola statale della vecchia Torino, dove

i professori ti davano del «lei» dalla quarta ginnasio, cioè dai 14 anni, e ti insegnavano che

lasciarsi andare a familiarità intempestive era tra le impudicizie da lasciare agli immigrati.

Che allora erano quelli che sbarcavano ogni mattina a Porta Nuova dal Treno del Sole.

Credo però che, in questa resistenza, vi siano ragioni che vanno al di là del soggettivo.

Sarà forse un caso se gli inglesi— il popolo cioè che meglio ha conservato il senso della

Tradizione — hanno un thou ma lo riservano al Padreterno, e interpellano con lo you anche

 bambini, fratelli, amanti e pure cani, cavalli, gatti? E che dire del fatto che, sino a tempi recenti,

 anche da noi i figli davano del «voi» ai genitori e, spesso, le mogli ai mariti e viceversa?

Mio padre, militare per cinque anni nel Regio Esercito, ricordava che per gli ufficiali superiori,

spesso aristocratici, era impensabile dare del «tu» persino all’ultima delle reclute. Naturalmente,

chi è ancora impregnato di spirito sessantottardo replicherà che questo fa parte del classismo

da abbattere per una società più giusta. E più «fraterna», aggiungeranno tanti cattolici, convinti

che la fede abbia a che fare con l’uso e l’abuso della seconda persona singolare.

Ma a questi credenti — peraltro in buona fede—andrebbe osservato che la fraternità cui

pensano è solo «orizzontale », come quella che si crea in un sindacato, in un partito, magari

 in una loggia. Nella prospettiva di fede, si è davvero «fratelli» solo guardando a una dimensione

verticale: i legami stretti tra noi derivano dal fatto che scopriamo di avere, nei Cieli, lo stesso Padre.

Solo riconoscendoci credenti, dunque «figli di Dio», possiamo scoprire la familiarità che ci accomuna

e passare alla confidenza anche verbale. La quale è una scoperta e una conquista, non cosa scontata.

Mi ha sempre impressionato un particolare, straordinario eppure troppo spesso trascurato, delle

18 apparizioni di Lourdes. La Signora non diede mai del «tu», ma sempre del «voi», all’analfabeta

 quattordicenne, alla miserabile figlia di un padre straccione, che aveva conosciuto anche la prigione.

 L’Apparsa parlava nel dialetto di quella piccola rachitica per fame e stenti, eppure Bernadette aveva

difficoltà a capire le frasi, in quel «voi» che nessuno ovviamente aveva mai usato con lei.

 Meno che mai preti e vescovi, che a lungo la interpellarono con un «tu» sbrigativo.

 Che cos’è questo sbracarsi dei cattolici, se sembra che si tengano educate distanze persino in Paradiso?

Per contrasto, e per restare alla vecchia Francia, vale la pena di ricordare quell’assemblea

demoniaca che fu la Convenzione giacobina che gestì il Grande Terrore. Tra gli innumerevoli decreti

 pubblicati a ritmo affannoso da quegli invasati per creare, a colpi di ghigliottina di massa,

«l’uomo e la società nuovi», ce ne fu uno che abolì i titoli di Monsieur e Madame e li sostituì

 con quelli di Citoyen e Citoyenne, imponendo al contempo a tutti de se tutoyer, di darsi del «tu».

 Chi avesse osato restare al vous sarebbe caduto nella rete della «legge dei sospetti»,

 uno dei decreti più infami della storia, che condannava a morte, senza diritto alla difesa,

 non solo chi contrastasse la Rivoluzione, ma anche chi non vi si impegnasse attivamente.

 L’esempio di Robespierre sarà poi seguito da Lenin e da Stalin: Siberia o plotone

 di esecuzione per chi usasse ancora «signore » e «signora» e non l’obbligatorio «compagno».

 Ed era forse ammissibile un Sie tra i Kamaraden del nazionalsocialismo?

 

Ogni totalitarismo impone la «fraternità» a colpi di «tu» obbligatorio. Dunque, non è

questione solo di gusti o di galateo: l’impegno per salvare il «lei» (o, per chi preferisca, come al Sud,

 il «voi») è forse un piccolo ma significativo impegno per la libertà. Sarà anche per questo che,

 a  Lourdes, la voce dal Cielo si rivolse alla misera ragazzina come a una damigella?

Vittorio Messori
26 luglio 2011 10:03

Adriano Celentano - Eravamo in 100.000 - youtube.com
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