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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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GIOVANGUALBERTO CERI, DANTE E MONS. ENRICO BARTOLETTI, TRE COMPAGNI DI VIAGGIO VERSO LA PURIFICAZIONE

Il Viaggio di Dante

La DivinaCommedia racconta il viaggio immaginario di Dante attraverso i tre regni dell’aldilà (il mondo oltre la vita terrena): Inferno, Purgatorio e Paradiso.

Il viaggio comincia in un giorno preciso: l’8 aprile 1300, il Venerdì Santo (venerdì prima della Pasqua), e dura circa una settimana. Il poeta si perde in una “selva oscura”  e in suo aiuto viene il poeta latino Virgilio, mandato da Beatrice per salvare Dante. Virgilio, che rappresenta la ragione umana, accompagna il poeta nell’Inferno e nel Purgatorio, ma lì deve fermarsi perché, essendo vissuto prima di Cristo, non ha ricevuto il battesimo e non può salire in Paradiso. Ecco allora Beatrice, simbolo della fede e della grazia divina, che guida Dante in cielo, quasi fino a Dio.

Durante questo viaggio-visione, il poeta incontra numerosi personaggi antichi e moderni, che sono descritti in modo molto realistico e sono condannati o beatificati secondo le loro colpe o i loro meriti. Ovviamente il viaggio di Dante nell’oltretomba vuole avere un significato più profondo, un significato allegorico. Secondo il poeta, infatti, la sua è un’epoca di corruzione e di perdita dei più sacri valori civili e religiosi: il suo cammino rappresenta quindi un viaggio di purificazione e di fede, un viaggio che Dante fa simbolicamente da solo, ma che riguarda l’umanità intera e la sua salvezza.


a vita di Dante Alighieri è strettamente legata agli avvenimenti della vita politica fiorentina. Alla sua nascita, Firenze era in procinto di diventare la città più potente dell’Italia centrale. A partire dal 1250, un governo comunale composto da borghesi e artigiani aveva messo fine alla supremazia della nobiltà e due anni più tardi vennero coniati i primi fiorini d’oro che sarebbero diventati i “dollari” dell’Europa mercantile. Il conflitto tra guelfi, fedeli all’autorità temporale dei papi, e ghibellini, difensori del primato politico degli imperatori, divenne sempre più una guerra tra nobili e borghesi simile alle guerre di supremazia tra città vicine o rivali. Alla nascita di Dante, dopo la cacciata dei guelfi, la città era ormai da più di cinque anni nelle mani dei ghibellini. Nel 1266, Firenze ritornò nelle mani dei guelfi e i ghibellini vennero espulsi a loro volta. A questo punto, il partito dei guelfi, si divise in due fazioni: bianchi e neri.Dante Alighieri nacque il 29 maggio 1265 a Firenze da una famiglia della piccola nobiltà. Nel 1274, secondo la Vita Nuova, vide per la prima volta Beatrice (Bice di Folco Portinari) della quale si innamorò subito e perdutamente. Quando morì sua madre Gabriella, la «madre bella», Dante aveva circa dieci anni. A 17, nel 1283, quando anche suo padre Alighiero di Bellincione, commerciante, morì a sua volta, Dante divenne il capofamiglia.

Il giovane Alighieri seguì gli insegnamenti filosofici e teologici delle scuole francescana (Santa Croce) e domenicana (Santa Maria Novella). In questo periodo strinse amicizie e iniziò una corrispondenza con i giovani poeti che si facevano chiamare «stilnovisti». Nelle Rime si trova l'insieme dell'opera poetica di Dante, dagli anni della gioventù fiorentina, lungo in corso della sua carriera letteraria, che non risultano inseriti in alcun'altra opera. È nell’ambito di questo insieme che possiamo trovare le tracce del distacco consapevole che è seguito alla prima stesura del Inferno e del Purgatorio, che avrebbe condotto Dante verso false concezioni filosofiche, tentazioni della carne e piaceri volgari.

A 20 anni sposa Gemma Di Manetto Donati, appartenente a un ramo secondario di una grande famiglia nobile, dalla quale avrà quattro figli, Jacopo, Pietro, Giovanni e Antonia.

Due anni dopo la morte di Beatrice, nel 1292, comincia a scrivere la Vita Nuova. Dante si consacra così molto presto completamente alla poesia studiando filosofia e teologia, in particolare Aristotele e San Tommaso.

Nelle Rime petrose (1296 circa), forse dedicate ad una madonne Petra, bella e insensibile, si nota come l'originalità di Dante Alighieri si concreti nella corrispondenza tra materia e rappresentazione. Alla violenza della passione e alla crudeltà dell'amata corrisponde uno stile realistico, pieno di rimandi brutali.

Rimarrà affascinato dalla lotta politica caratteristica di quel periodo e costruirà tutta la sua opera attorno alla figura dell’Imperatore, mito di un’impossibile unità. Nel 1293, tuttavia, in seguito a un decreto che escludeva i nobili dalla vita politica fiorentina, il giovane Dante dovette attenersi alla cura dei suoi interessi intellettuali.

Nel 1295 infine, un'ordinanza decretò che i nobili riottenessero i diritti civici, purché appartenessero a una corporazione. Dante si iscrisse a quella dei medici e dei farmacisti, che era la stessa dei bibliotecari, con la menzione di «poeta». Quando la lotta tra Guelfi Bianchi e Guelfi Neri si fece più aspra, Dante si schierò col partito dei Bianchi che cercavano di difendere l’indipendenza della città opponendosi alle tendenze egemoniche di Bonifacio VIII Caetani, che fu Papa dal dicembre 1294 al 1303.

Nel 1300, Dante venne eletto tra i sei «Priori» — custodi del potere esecutivo, i più alti magistrati del governo che componeva la Signoria — che, per attenuare la faziosità della lotta politica, presero la difficile decisione di fare arrestare i più scalmanati tra i leader dei due schieramenti. Ma nel 1301, proprio mentre a Firenze arrivava Charles de Valois e il partito dei Neri, sostenuto dal papato, prendeva il sopravvento, Dante fu chiamato a Roma alla corte di Bonifacio VIII. Quando iniziarono i processi politici, accusato di corruzione, fu sospeso dai pubblici uffici e condannato al pagamento di una pesante ammenda. Poiché non si abbassò, al pari dei suoi amici, a presentarsi davanti ai giudici, Dante fu condannato alla confisca dei beni e «al boia» se si fosse fatto trovare sul territorio del Comune di Firenze. Fu così costretto a lasciare Firenze con la coscienza di essere stato beffato da Bonifacio VIII, che l’aveva trattenuto a Roma mentre i Neri prendevano il potere a Firenze e che fu sempre suo feroce avversario, guadagnandosi un posto di rilievo nei gironi dell’Inferno della Divina Commedia.

A partire dal 1304, inizia per Dante il lungo esilio, nel corso del quale viene sempre accolto con favore: Verona, Lucca, forse anche Parigi… Dalla morte di Beatrice agli anni dell’esilio, si è dedicato allo studio della filosofia (per lui l’insieme delle scienze profane) e ha composto liriche d’amore dove lo stile della lode così come il ricordo di Beatrice sono assenti. Il centro del discorso non è più Beatrice ma «la donna gentile», descrizione allegorica della filosofia, che traccia l’itinerario interiore di Dante verso la saggezza. Redige il Convivio (1304-1307), il trattato incompiuto composto in lingua volgare che diventa una summa enciclopedica di sapere pratico. Quest’opera, è una sintesi di saggi, destinati a coloro che, a causa della loro formazione o della condizione sociale, non hanno direttamente accesso al sapere. Vagherà per città e Corti secondo le opportunità che gli si offriranno e non cesserà di approfondire la sua cultura attraverso le differenti esperienze che vive.

Nel 1306 intraprende la redazione della Divina Commedia alla quale lavorerà per tutta la vita. Quando inizia «a far parte per se stesso», rinunciando ai tentativi di rientrare con la forza a Firenze con i suoi amici, prende coscienza della propria solitudine e si stacca dalla realtà contemporanea che ritiene dominata da vizio, ingiustizia, corruzione e ineguaglianza. Nel 1308, in latino, compone un trattato sulla lingua e lo stile: il De vulgari eloquentia, nel quale passa in revisione i differenti dialetti della lingua italiana e proclama di non aver trovato «l’odorante pantera dei bestiari» del Medioevo che cercava, ivi compresi il fiorentino e le sue imperfezioni. Pensa di aver captato «l’insaziabile belva in quel volgare che in ogni città esala il suo odore e in nessuna trova la sua tana». Fonda la teoria di una lingua volgare che chiama «illustre», che non può essere uno dei dialetti locali italiani ma una lingua frutto del lavoro di pulizia portato avanti collettivamente dagli scrittori italiani. È il primo manifesto per la creazione di una lingua letteraria nazionale italiana.

Nel 1310, con l’arrivo in Italia di Enrico VII di Lussemburgo, Imperatore romano, Dante spera nella restaurazione del potere imperiale, il che gli permetterebbe di rientrare a Firenze, ma Enrico muore. Dante compone allora La Monarchia, scritto in latino, dove dichiara che la monarchia universale è essenziale alla felicità terrestre degli uomini e che il potere imperiale non deve essere sottomesso alla Chiesa. Dibatte anche sui rapporti tra Papato e Impero: al Papa il potere spirituale, all’Imperatore quello temporale. Verso il 1315, gli venne offerto di ritornare a Firenze ma a condizioni che il suo orgoglio ritenne troppo umilianti. Rifiutò con delle parole che rimangono una testimonianza della sua dignità umana: «Non è questa, padre mio, la via del mio ritorno in patria, ma se prima da voi e poi da altri non se ne trovi un'altra che non deroghi all’onore e alla dignità di Dante, l’accetterò a passi non lenti e se per nessuna siffatta s’entra a Firenze, a Firenze non entrerò mai. Né certo mancherà il pane».

Nel 1319, fu invitato a Ravenna da Guido Novello da Polenta, Signore della città che, due anni più tardi, lo inviò a Venezia come ambasciatore. Rientrando da questa ambasciata, Dante venne colpito da un attacco di malaria e morì a Ravenna a 56 anni nella notte tra il 23 e 24 settembre 1321, dove si trova la sua tomba.

A cura della Redazione Virtuale

12 luglio 2001

www.youtube.com/watch?v=fSDNJzxuVaw6 min - 19 set 2009 - Caricato da MrSong14

 

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Oggi 15 agosto 2013 è la festa di Santa Maria Assunta in Cielo: una festa liturgica di sapore cristano-orientale e medievale, come ricorda anche Charles Journet, tanto apprezzata anche da papa<br /> Celestino V, cioè da Pietro dal Morrone (cfr. Basilica di Collemaggio a l’Aquila), ed oggi assai molto dimenticata. Per rilanciarne la bellezza e l'importanza sarebbe sufficiente che fosse permessa<br /> dal VATICANO la giusta interpretazione da dare al capitolo II, del trattato secondo, primo capoverso, del CONVIVIO di Dante: e questo anche stimolando a farlo il Cardinale Presidente della<br /> prestigiosa “CASA DI DANTE IN ROMA”. Perché no…?<br /> Se fosse permessa la giusta interpretazione da dare al citato passo del Convivio (II, II, 1 e II, XV, 12) risulterebbe che la qualificantissima scienza medievale della MORALE FILOSOFIA, la scienza<br /> dei PROFETI, posta da Dante nel nono cielo Cristallino, acqueo e di Maria, apparve a Dante proprio il 15 AGOSTO 1293, per la festa di SANTA MARIA ASSUNTA IN CIELO, e non dunque il 21 agosto 1293<br /> come tutti gli esegeti più o meno erroneamente asseriscono per non essere stati in grado di fare bene i calcoli. Da qui il rilancio liturgico del 15 AGOSTO in generale: cioè attraverso Dante.<br /> Scrive così Dante: "Cominciando adunque, dico che la stella di Venere due fiate rivolta era in quello suo cerchio che la fa parere serotina e mattutina, secondo diversi tempi, appresso lo<br /> trapassamento di quella Beatrice beata che vive in cielo con gli angeli e in terra con la mia anima, quando quella gentile donna (LA MORALE FILOSOFIA CRISTIANA fondata sulla pagana FILOSOFIA di<br /> PITAGORA), cui feci menzione ne la fine de la VITA NUOVA (Vita Nuova, XXXV, 2), parve primamente, accompagnata d'Amore a li occhi miei, e prese luogo alcuno ne la mia mente (Convivio, II, II, 1).<br /> Della giusta interpretazione da dare al citato passo, la mia qualificantissima scoperta di cui è a conoscenza anche don Lorenzo Lavatori docente di Teologia Dogmatica all’Urbaniana. Il problema è<br /> abbastanza semplice, se interessa rilanciare la LITURGIA CRISTIANA. Per stabilire il giorno liturgico in cui la “gentile donna giovane e bella molto” (Vita Nuova, XXXV, 2) simboleggiante la<br /> predetta scienza medievale della Morale Filosofia (Convivio, II, XIV, 14), apparve a DANTE, è sufficiente calcolare con precisione quando Venere ritornò, per la seconda volta, ad avere la medesima<br /> esatta ELONGAZIONE (distanza dal SOLE) che aveva al momento della morte di Beatrice avvenuta l’8 giugno 1290. Quando l’8 giugno 1290 (alle 19h.50’ circa) morì Beatrice Venere aveva 14°.13’ di<br /> elongazione occidentale al Sole: il fenomeno è scientificamente oggettivo. Quando ritornò ad avere la medesima elongazione, 14°.13’ occidentali, per la seconda volta era il 15 agosto 1293 (alle<br /> 19h.00’ circa). Provare per credere. L’errore degli esegeti è stato qui di aver proceduto grossolanamente aggiungendo alla data dell’8 giugno 1290, i fatidici 1168 giorni che è il tempo medio<br /> impiegato da Venere per fare due rivoluzioni: ma il tempo medio, che conduce al 21 agosto 1293, non corrisponde affatto a quello impiegato realmente dal giugno 1290 all’agosto del 1293 e che<br /> conduce al 15 agosto 1293 e, da qui, il grave errore che incide anche sul giorno liturgico. Io è da vent’anni che mi meriterei un premio anche LITURGICO, e invece tutte pedate negli stinchi. Chi sa<br /> cosa dirà il mio amico Mons. Enrico Bartoletti di la su, forse quasi papa se non fosse morto (?) prima del suo grande amico PAOLO VI. E pensare che io, con la mia scoperta, ho semplicemente tentato<br /> di difendere la nostra SACRA TEOLOGIA LITURGICA come comanda la Costituzione conciliare SACROSANCTUM CONCILIUM sulla SACRA LITURGIA del 4 dicembre 1963. Evviva il silenzio del VATICANO !!! Vedremo<br /> se andrà molto lontano. F.to GIOVANGUALBERTO CERI
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G
Giovangualberto Ceri<br /> <br /> “Dante e La politica oggi”<br /> Lettera Aperta.<br /> <br /> - Al Signor Sindaco del Comune di Firenze Matteo Renzi – Palazzo Vecchio.<br /> <br /> - E p.c. ad altri, e all’On.le “The Nobel Foundation” - Literature – Box 5232, SE – 102 45 Stockholm – Svezia.<br /> Firenze, oggi domenica 24 Giugno 2012 festa, ma non da sempre, di san Giovanni Battista patrono della città di Firenze: questo anche perché contro il volere del cielo, e di Dante (Inf., XIII, 143 –<br /> 150; Par., XVI, 46 – 48; Par., XIV, 103 – 108). Il problema già potrebbe essere dantesco, politico, ed attuale. Ma non fermiamoci qui.<br /> Premessa introduttiva.<br /> Monsignor ENRICO BARTOLETTI, il grande amico di papa PAOLO VI, “il Traghettatore della Chiesa in Italia dopo il Concilio Vaticano II”, in data 3 Giugno 1956, su sua inaspettata e sorprendente<br /> iniziativa volle regalarmi, con solenne dedica sul frontespizio il libro di ALFONSO GRATRY, “La sete e la sorgente” (Società Editrice Internazionale, Torino, 1949) profetizzandomi che, in vita mia,<br /> avrei fatto scoperte su Dante e sul suo medioevo paragonabili a quelle di HEINRICH SCHLIEMANN su Troia e la civiltà micenea. L’idea gli era venuta in mente il giorno prima, il 2 giugno, festa della<br /> Repubblica Italiana e giorno di nascita di Dante personaggio da me scoperto, appunto, successivamente proprio come lui mi aveva profetizzato. Superfluo ricordare che fino ad oggi, nonostante tutti<br /> i miei sforzi, nessuno ha progettato di unire la festa della nascita della Repubblica Italiana alla festa della nascita del Poeta della Patria, Dante. Ma potrebbe essere un sintomo dei nostri guai<br /> politico-culturali.<br /> Il Bartoletti credo abbia fatto anche ad altri delle rivelazioni sul loro futuro, ed anche a qualcuno di Lucca, per cui avendo detto io adesso di quella, tanto positiva, fatta a me penso di non<br /> passare per matto. Finalmente io ritengo di aver raggiunto quelle importanti verità che il Bartoletti mi aveva preannunciato: però, diversamente da Schliemann, non mi vengono riconosciute ed è<br /> questo è il punto, il primo motivo, che cercherò di spiegare, per cui scrivo questa lettera inviandola anche a Stoccolma. Voglio battere i piedi per farmi sentire, per chiedere aiuto, cioè un<br /> appoggio ai responsabili della cultura letteraria e della politica e, tutto ciò, lo faccio semplicemente perché ho ragione. La mia è su una questione importantissima e dunque coinvolgente lo<br /> sviluppo della nostra cultura e civiltà. Le mie scoperte, anche solo enumerandole, dovrebbero apparire al lettore, per quanto non specializzato, intuitivamente così chiare, ragionevoli e<br /> rivoluzionarie, affascinanti anche sotto il profilo della LITURGIA CRISTIANA, da sorprenderlo. E questa sorpresa non solo nel vedere che le varie UNIVERSITÀ DEGLI STUDI se ne lavano le mani, ma<br /> anche nel constatare che nemmeno nei SEMINARI DIOCESANI della nostra Chiesa cattolica c’è una mentalità aperta ad apprezzarle. Quasi che la possibilità di ridestare un interesse per la nostra SACRA<br /> LITURGIA CRISTIANA approfittando di quello grandissimo mostrato da Dante in base a queste mie scoperte, fosse un problema da buttare dalla finestra.<br /> Afferma Dante che la SACRA TEOLOGIA LITURGICA è così piena di tutta pace da non tollerare lite alcuna di argomentazioni (Convivio, II, XIV, 19; Convivio, II, XIII, 8). Essa cioè non tollererebbe, a<br /> questo suo più alto ed ultimo livello scientifico-medievale in cui si trova ubicata, di dover eventualmente sopportare la presenza, soprattutto, della SACRA TEOLOGIA RAZIONALISTA piena di<br /> argomentazioni logico-dialettiche stimolanti i distinguo e la disputa, per non dire incoraggianti una guerra di religione. Le guerre non possono essere fatte in presenza dell’ultima e più alta<br /> scienza, poiché assolutamente pacifica, e perciò essa sarebbe anche un antidoto per debellarle. E pensare che per tanto tempo, e cioè fino al momento in cui il caro professor CESARE VASOLI non<br /> indicò, per “Teologia” dantesca, il Vangelo, quando gli esegeti si trovavano d’avanti questo termine scientifico-medievale-dantesco di “Teologia”, per un malinteso omaggio alla teologia di san<br /> Tommaso d’Aquino, intesero proprio la sacra Teologia razionalista: ossia un atteggiamento della mente che mai avrebbe dovuto qualificare il decimo cielo Empireo, il domicilio che la Santissima<br /> Trinità, il Padre, il Bene, ha eletto per se stessa. E pensare che anche il CONCILIO VATICANO II già aveva visto nel possibile risveglio dei cristiani alla SACRA TEOLOGIA LITURGICA (Costituzione<br /> conciliare SACROSANCTUM CONCILIUM sulla sacra liturgia – 4 dicembre 1963) la strada maestra per uscire dallo stato spirituale ipotensivo, di stallo, in cui si trova da tempo la cristianità. La<br /> Teologia razionalista è anche idonea, per l’intenzione da cui è mossa, ad alimentare l’idea di una supremazia del cristianesimo rispetto altre religioni le quali perciò sono spinte ad uno<br /> scetticismo verso le nostre reiterate e discorsive dichiarazioni di pace. Se noi, dopo aver celebrato con un rito, con un inno e con un canto, le nostre feste liturgiche, dimostrassimo di venir<br /> fascinati anche dalla sacra Teologia liturgica delle altre religioni compresa quella pagano-classica proprio così come sapientemente insegna Dante, avremmo già fatto un grosso passo in avanti verso<br /> la pace, verso quell’ “Uomo planetario” alla idealizzazione razionale del quale, con tanto impegno anche politico, si era dedicato padre ERNESTO BALDUCCI.<br /> Dante dimostra, con spirito conciliare, di accogliere anche la liturgia pagana nel momento in cui accetta che il rito della sua “Sottomissione alla Grazia divina” venga indicato da un pagano,<br /> suicida e favorevole al divorzio coniugale, Catone l’Uticense, e celebrato poi da un altro pagano e famoso saggio, Virgilio (Pur., I - GIOVANGUALBERTO CERI, “L’astrologia in Dante e la datazione<br /> del “viaggio” dantesco”, nella rivista “L’Alighieri” di Ravenna diretta da Aldo Vallone – n. 15 – gennaio – giugno 2000, Angelo Longo Editore, Ravenna, 2000, pp. da 27 – a 57). E il fatto che il<br /> cristianesimo possa riuscire a subordinare completamente ogni sua altra lodevole attività ed aspettativa, anche caritatevole, di pace e socialmente utile, all’intonazione di un inno e di un canto<br /> alla Divinità insieme alle altre religioni, è l’unica via empirico-intuitiva che può condurre alla pace interiore e nel mondo: in quanto tale via è immediatamente rivelatrice della presenza di una<br /> evidente e profonda intenzione orientata alla Comunione con tutti. Così la pensava anche padre GIOVANNI MARIA VANNUCCI (cfr. G. Vannucci, “Il libro della preghiera universale”, Libreria Editrice<br /> Fiorentina, Firenze, 1978). Il Balducci e il Vannucci, due toscani vissuti a Firenze che, per due strade diverse che andrebbero riunificate, cercarono di affermare il principio<br /> teologico-liturico-evangelico-dantiano della pace. La poesia del Nostro, se colta nella sua autentica realtà, ma questo potrà avvenire soltanto per convalida delle mie scoperte, a questo punto<br /> dobbiamo reputare che possa contribuire ancor oggi alla pace nel mondo e alla sua elevazione spirituale proprio per l’importanza che il Poeta riserva alla liturgia. Dunque quale ultima e più alta<br /> scienza, o superiore istanza, sia pur di carattere soggettivo ed intimo. Le conseguenze politiche in questo caso discenderebbero dall’alto, dal cielo.<br /> È di tutta evidenza che quella sacra Teologia liturgica che Dante sapientemente incoraggia per arrivare a por fine ad ogni lite e discussione dovrà oggi scoprire anche una nuova armonia<br /> poetico-musicale e sapienziale: per intendersi, sulla scia, per esempio, di quella inaugurata dal Maestro della Cappella Sistina, LORENZO PEROSI, nonché sulla scia anche delle raccomandazioni di<br /> THOMAS MERTON il quale così scriveva: “Il prevalere della cattiva arte cosidetta “sacra” costituisce un grave problema spirituale, paragonabile, per esempio, al problema dell’inquinamento dell’aria<br /> in alcuni nostri grandi centri industriali. Gradire la cattiva arte sacra e sentirsi da essa aiutati nella preghiera, può essere un sintomo di disordine spirituale, magari inconsapevole e del quale<br /> si potrebbe anche non essere personalmente responsabili . Il male è però qui, ed è contagioso!” (Thomas Merton, Problemi dello spirito, Milano, Garzanti, 1960, p. 185). E si tratta sempre di un<br /> volume consigliato dal fiorentino mons. Enrico Bartoletti (nato a Carraia, sulla strada per le Croci di Calenzano un tempo entro il territorio di Firenze, e cioè là dove andava a raggiungerlo<br /> spesso, quando il Bartoletti c’era, don LORENZO MILANI Priore della vicina parrocchia di San Donato).<br /> In Dante, per poter arrivare a stabilire quei giorni strategici, fondamentali, da lui indicati, come quello della festa odierna del 2 febbraio 2012 della presentazione di Gesù bambino al tempio in<br /> braccio alla Madonna, in cui la solennità e specificità di ciascuna festa liturgica sarebbe esplicativa del senso da attribuire al fenomeno, o al personaggio, è però necessario avvalersi, a monte,<br /> dell’astronomia-astrologia di CLAUDIO TOLOMEO. Per la difficoltà e complessità della materia per quanto attiene alle nostre Università degli Studi, e per la sua peccaminosità per quanto riguarda<br /> gli insegnamenti impartiti nei Seminari Diocesani della nostra Chiesa cattolica (cfr. CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, Divinazione e Magia – n. 2116 - Astrologia – Libreria Editrice Vaticana,<br /> Città del Vaticano, 1992, p. 527), questa stessa materia astronomico-astrologico-tolemai
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Su mons. ENRICO BARTOLETTI. Caro Angelini Piero, la sua traduzione sarà certamente più giusta della mia. Io ho studiato un pochinissimo di greco della Coiné quando mi dovevo fare prete (poi ho<br /> desistito, ovviamente!) ed avendo visto scritto in greco "tà loipà" ho pensato bene volesse dire "le restanti cose...".Per quanto attiene alla valutazione del significato cristiano dell'epigrafe<br /> sa, bisogna anche pensare che chi la fece mettere anche lui era un cristiano ed avrà avuto inoltre, anche lui, il permesso del vescovo di Lucca di allora. Ecco, si vede che il Bartoletti<br /> assomigliava a quel suo lontano predecessore. Gli vogliamo fare adesso la contravvenzione? Loro avranno pensato, insieme anche ad altri fedeli di Lucca, che fosse una epigrafe compatibile con<br /> cristianesimo e perciò da mettere in cattedrale. Inoltre il Bartoletti aveva uno spirito conciliare così aperto al punto da non redarguire chi avesse pregato la Santissima Trinità con le parole<br /> degli Ebrei, o degli Islamici, o dei Buddisti, o del mondo pagano-classico. Della stessa idea era anche padre Giovanni Maria Vannucci (cfr.Preghiera Universale)che venne a far visita a Lucca al<br /> Bartoletti nell'estate del 1959. Sa, il Bartoletti diceva anche, con spirito conciliare e come Dante, "sorgeran le torri de la novella Troia" (Eneide - Annibal Caro), invece di dire "scenderà la<br /> Gerusalemme dal cielo". Ma, per me, si tratta della stessa cosa. Anzi questa commistione, o comunione gerarchica, mi piace.
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G
Caro Franco Matteo Mascolo, io, in quell'articoletto, intendevo "assolutamente necessaria" la politica in sé, cioè in senso generale, e non quella cattiva. Sì, per me, quella buona, sarebbe<br /> un'attività assolutamente necessaria. Capisco però che nel pezzo che tu citi, non sono stato chiaro. Volevo dire insomma, e don Lorenzo Milani non se ne era ben reso conto, che se la realtà<br /> politica implica poi, di necessità per come è fatto l'uomo, l'esistenza di spie, di traditori, di venduti, di voltagabbana, di inetti pronti a mettere il cappio al collo (p.e., per fare carriera, o<br /> per comprasi la casa al mare!) non solo a te ma, ciò che è assolutamente più grave e da fa tremare le gambe, anche ai tuoi figli e alla tua famiglia, al fine di farti cambiare idea, o di farti<br /> desistere dalla ricerca della verità e dalla sua affermazione, non per questo dovremmo desistere, a priori, di occuparcene. Prima di disistere dovremmo fare voto agli Dei di dormirci sopra almeno<br /> una notte. Per questo mi fa sorridere chi dice che i politici parlamentari guadagnano troppo. Meglio sarebbe dire che si danno assai poco daffare politicamernte (nel senso della buona politica).<br /> Io, dopo cinque anni di vita politica (dal 1961 al 1966), ci avevo già rimesso un bell'appartamento di 5 vani a Firenze, in via Guerrazzi, ed avevo diversi che mi davano la caccia, che mi volevano<br /> mandare assolutamente in galera, mentre mi era stato anche dichiarato in faccia che se fossi andato in galera anche per un solo giorno non ne sarei più uscito vivo con l'aggiunta: " E ti starà<br /> bene!". Volevo dire: questa e la vera politica quand'uno la facesse veramente. Io poi, ovviamente, mi sono tirato indietro, per quanto ho potuto, cioè non del tutto dati i miei impegni con mons.<br /> Enrico Bartoletti che intimamente credo, invece, ci abbia rimesso le penne maestre. Per questo non sopporto le due lettere assai critiche che don LORENZO MILANI scrisse nel 1958 al Bartoletti e<br /> pubblicate da MASSIMO TOSCHI nel suo volume "DON LORENZO MILANI E LA SUA CHIESA" (Ed. Polostampa - Firenze - 1994. pp. 158 - 166).
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G
<br /> Anche Don Lorenzo Milani aveva i suoi limiti. Pensava che quando la classe operaia e contadina fosse andata al potere il problema delle tangenti e della corruzione legata agli appalti della P.A. si<br /> sarebbe in gran parte risolto da sé. A me fece fare un intervento davanti ai suoi ragazzi sull'appalto delle Imposte di Consumo, o Dazio, a Firenze. Io, seguendo la delibera consiliare<br /> dell'Amministrazione di Giorgio La Pira del 5 ottobre 1964, n. 5555/710/C, avevo intrapreso una dura lotta per togliere gli appalti e andare in gestione diretta. Mi dava una mano il mio amico mons.<br /> Enrico Bartoletti. Allora a Firenze le Imposte di Consumo (attuale I.V.A. sulla cessione di beni) erano in appalto alla Società Trezza, S.p.A. con sede a Verona. La Trezza aveva però in appalto<br /> tali imposte anche al Comune di Palermo: nella Palermo dei cugini Salvo e di Vito Ciancimino. Senti che musica!!! Don Milani condivideva in teoria il principio ma se ne stava alla larga. Se oggi<br /> abbiamo l'IVA non appaltabile, invece che l'ICO appaltabile come volevano gli appaltatori al momento della Riforma del 1/1/1973, con un risparmio annuo, per il popolo italiano, per tangenti,<br /> stimabile in 5 miliardi di euro annui, si deve soprattutto a questa delibera di LA PIRA, all'intervento di mons. Bartoletti e credo anche di Aldo Moro. Tuttavia non giovò alla tranquillità di La<br /> Pira, del Bartoletti, di Moro e forse anche di Paolo VI, aver impedito questo illecito arricchimento. Di me dico solo che "me ne frego", anche se è un motto fascista inviso a don Milani. Per<br /> rendersi conto dell' "Antifona", del "vento" che allora tirava, si veda l'originale del ricorso di La Pira datato 16/01/1965 su Facebook a: "Foto" di Giovangualberto Ceri.<br /> Don Milani mostrò inoltre i suoi limiti coscienziali anche nel mandare a mons. Bartoletti le due lettere datate 10/09/1958 e 1/10/1958 i cui effetti negativi, dopo la loro pubblicazione avvenuta<br /> nel 1994, credo furono evitati in seguito alla mia telefonata, a Sommaia, all'amico don Alessandro Campani ancor vivo. F.to Giovangualberto Ceri.<br /> <br /> <br />
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