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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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IL RAGAZZO DI PIAZZA NAVONA

 

http://www.strennadeiromanisti.it/romanisti/strenna-1940-1949/la-strenna-dei-romanisti-1940/piazza-navona-mia.html

 

piazza-navona-roma.jpg

 

 

PIAZZA NAVONA MIA!!!

 

 

Sono nato a Piazza Navona il... Vi ho vissuto fino all'età di 29 anni. Più romano di così... Piazza Navona! L'ho rivista ieri, monumentale, bellis­sima, affascinante, come sempre: con le sue tre magnifiche fontane, il Palazzo Doria, la Sant'Agnese del Borromini, le sue file di case dal colore caratteristico, le nidiate di ragazzi con i loro giuochi svariati, il suo cielo azzurro, dove l'estate si rin­corrono a migliaia le rondini...

Ho rivisto la casa paterna, un palazzone del quattrocento, senza cornicione, con il grande magazzino di ferramenta al pianterreno (una volta era un teatro di burattini), il grande mignano e la loggia del Rinascimento al primo piano, la log­getta in ferro al mezzanino che comunicava con la mia stanza da letto, e la finestra attigua, del mio studiolo; dalla quale mi divertivo un mondo ad ingannare i passanti con i soldi legati ad uno spago, a lanciare freccic di carta con lo spillo in punta, a sparare un cannoncino di piombo, ad accendere razzi di paglia pieni di polvere, ma sopratutto a guardare le ragazze che passavano, fra le quali c'era una bellissima bustaia di un negozietto al pianterreno, una mora con due occhioni come stelle, che mi turbava i sonni e... la salute.

Ho pensato, e ricordato:

Le campane degli orologi di Sant'Agnese e dell'Apollinare, che mi davano la sveglia per andare a scuola (dove giungevo sempre in ritardo).

Il friggitore delle Cinque Lune, che vendeva cinque pez­zetti un soldo (polenta e broccoli fritti), e le palle di indivia cotta ad un soldo l'una, (che mia sorella maggiore trovava con­venientissime ed economiche per il contorno all'allesso).

Il venditore mattutino delle bombe fritte « Fate colazione! Sono al burrrro! ». Il castagnacciaro, con la tiella di rame ed il berretto di pelo alla fiorentina. Il venditore serale dei « Sò bollenti! Pan di ramarinò ». L'altro: « Ih, le coppiette! ». Il cartolaro: « Carta e buste doppie! Chi vuole fogli, o buste! Dieci fogli un soldo, dieci buste un soldo! ». Quello degli stracca­ganasse. Il fusajaro, ed il bruscolinaro, ad un soldo il cartoccio. La caldarostara all'angolo di Via Sant'Agnese, con 25 caldaroste un soldo.

E poi :

La musica in piazza nelle serate estive, con: « La Gazza Ladra », « L'Ernani », « Il Trovatore », ecc. ecc.

L'illuminazione a gas, a girandòles, la sera dello Statuto.

La tombola nelle grandi solennità (con il cartellone davanti a Palazzo Braschi) che finiva sempre a cazzotti, e con una lunga fila di arrestati, in mezzo a coppie di carabinieri, con il fiocco rosso sul cappello, e di questurini.

La messa domenicale di mezzogiorno a Sant'Agnese, con un sacco di belle ragazze ben guardate dalle madri.

I bellissimi sepolcri pasquali a Sant'Agnese, all'Apollinare, al Sacro Cuore, a Santa Maria della Pace, a Santa Maria del­l'Anima, a Sant'Antonino dei Lorenesi.

Le dimostrazioni contro il Ministero dell'Interno (che allora stava a Palazzo Braschi), i cordoni di truppa, le squadre di que­sturini (pitalettari), il delegato con la sciarpa a tracolla, ed il trombettiere a fianco.

Le chiassate degli studenti alla Sapienza, (che sboccavano sempre in Piazza Navona, seguiti dai questurini, e dai tre... squilli), specialmente quelle famose contro il Ministro Gian-turco ed il Rettore Semeraro (il nostro ritornello era : « Di zucca il Seme-raro, agli studenti romani è molto amaro!), quando poco mancò che io fossi arrestato insieme a Gelasio Caenati,parchè il questurino,che si aviva afferrato,casco,e sbatte il muso sul selciato bagnato.

Il « Passetto », e la sua famosa porzione di fettuccine al sugo, burro e formaggio, che costava mezza lira, e bastava per cinque persone.

La sera della Befana, tanto sospirata da noi (eravamo in sette figli!), sebbene le modeste finanze di papà non gli permet­tessero che regali di pochi soldi; il duello con le trombe fra la mia finestra e le squadre di ragazzi nella strada.

I maritozzi del Forno Giobbe, fumanti e profumati, a due soldi.

La pizza calda, con la ricotta fresca, che allora costava due soldi la libbra:

I giuochi dopo scuola sul grande marciapiede centrale della piazza, a : « Ti ved0000! », a « Pallina », a « Picca », a « Mam­maccia ».

L'omnibus sgangherato con due strucchioni di cavalli, che per due soldi portava a Santa Maria Maggiore.

Il gruppo dei cantastorie all'angolo delle Cinque Lune, che cantava a squarciagola la solita canzone: «A ccore, a ccore »... « O primmo amore! ».

Le nottate chiassose, con baruffe, botte, e... coltellate, pro­vocate quasi sempre dalle donne di malaffare, che staziona­vano all'angolo dei Lorenesi.

Il caffè concerto di quarto ordine posto sotto casa nostra, tenuto da due ebrei, e le canzonette che mi gustavo la notte, stando a letto, con un desiderio matto di avere vicino la can­zonettista!

Ricordo che avevo avuto in regalo per la Befana un'oca­rina. Avevo imparato a suonare: «La Paloma a, e mezza piazza doveva gustarsi la solita lagna tutti i pomeriggi. Ma, un giorno, un vocione burbero, dal terzo piano di casa mia, si mise ad urlare: « Ci hai scocciato! Tutto il giorno stai a fà puppù, puppù, puppù, che non se ne pò più. Ma quando la pianti? ».

Da quel giorno la piantai.

La sera, alle nove, il giornalaio passava vicino a Palazzo Braschi, strillando con quanto fiato poteva: « Tribuna!, La Tri­buna!... ». Mio padre correva a comprare l'ultima edizione, per leggere a tutti noi i dispacci di Mercatelli, da Makallè e da Amba Alagi.

Ed ancora: Mio padre aveva affittato il pianterreno (dopo sfrattati i due ebrei, con il relativo caffè concerto) ad un ne­gozio di vino, che vendeva quello rosso vero toscano, (per fa­miglia) ad una lira il fiasco. Il negozio faceva affari d'oro; ma ogni notte mi svegliavano degli strani rumori di botti e di reci­pienti, dei colpi secchi, che sembrava che là sotto ci fosse un arsenale. Quando il negozio andò via, trovammo in cantina tutti gli arnesi e gli ingredienti, con cui fabbricavano il vino!

Avevo sette anni; una sera, per cercare la palla che mi era andata sotto il letto, accesi un foglio di carta alla mia lu­cerna ad olio, ma, purtroppo, presero fuoco le coperte. Se io avevo fatto una fesseria, i miei genitori la fecero più grossa. Mia madre (che era a letto, perchè sgravata da pochi giorni), corse in camicia alla finestra su Piazza Navona, gridando: «Al fuoco! Al fuoco! Aiuto! Aiuto! » (allora non c'era il telefono 44-444). Non l'avesse mai fatto! Un esercito di teppaglia salì in fretta le scale e riempì la casa. Ci vollero dei buoni questurini per metterli fuori. Mio padre, poi, abbracciò il mio materasso con le coperte in fiamme, e lo gittò dalla finestra sul Vicolo dei Lorenesi, senza badare ad un disgraziato, che stava spandendo acqua al cantone della Piazza, e che fu colpito in pieno!

Ricordo un ultimo fatterello. C'era il solito pastarellaro di Piazza Navona, con la grande cesta a tracolla, che vendeva le paste (rifatte e rimpastate), ad un soldo l'una. Una volta, che a casa potei rimediare un soldo, comprai una pasta rotonda patinata con zucchero rosso carminio, di cui avevo una voglia matta. Mio padre, che passò di lì, vestito in tight (allora si chiamava craus), perchè andava non so a quale cerimonia, al vedermi, con quella pasta in mano, mi sgridò, dicendo che era una porcheria; e me la levò, riponendola nella sua tasca po­steriore-. Io rimasi a bocca asciutta; ma la sera, che mio padre dovette uscire di casa, andai nel suo armadio a frugare in tutte le tasche del tight; però la pasta non c'era più. Evidentemente la porcheria l'aveva mangiata lui!

Piazza Navona! Piazza Navona! Finchè vivrò, ti vorrò bene con tutta l'anima mia!

 

PAOLO TUCCIMEI

 

www.youtube.com/watch?v=pE7bsdTi3kE
Oct 8, 2009 - Uploaded by NegritaVEVO
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