Mons. Silvani
Il Vescovo Alberto
S.E. Mons. Alberto Silvani
Nato a Virgoletta di Villafranca in Lunigiana
(Massa Carrara) il 6 Settembre 1946
Ordinato sacerdote il 3 Ottobre 1970
Gaudium Domini fortitudo nostra
Consacrato Vescovo di Volterra il 29 Giugno 2007
Monastero Cistercense Valserena - Trappiste
PROFESSIONE RELIGIOSA
sabato 2 febbraio 2008
Omelia del Vescovo Mons. Alberto Silvani
Parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Israele (Lc 2,38)
MI 3,1-4: Entrerà nel suo tempio il Signore, che voi cercate.. Sai 23: Vieni, Signore, nel tuo tempio santo. Eb 2,14-18: Doveva rendersi in tutto simile ai fratelli. Le 2,22-40: Imiei occhi hanno visto la tua salvezza.
Signor Cardinale, Padre Abate, Reverenda Madre, Confratelli nel Sacerdozio, carissime Religiose Consacrate, Fedeli tutti, oggi il Signore ci dà la consolazione e la gioia di partecipare alla professione solenne di suor Patrizia, che segue di pochi giorni la professione di suor Rosanna. Ma oltre che per questa gioia, mi sento in dovere di ringraziare il Signore per i 40 anni di presenza nella nostra diocesi delle suore Trappiste: una presenza luminosa che è punto di riferimento per clero e laici.
Infatti il contemplativo è colui che scruta il pensiero di Dio, ne intravede il volto, e con la vita, con le parole spezzettate lo indica ai fratelli. I mistici, necessari come il pane, nell'epoca delle conquiste tecnologiche e delle ideologie pagane, rimangono il dono più prezioso. Non si può vivere solo di acquisizioni e di competenze: occorrono le aquile. Con una bellissima immagine Raissa Maritain scrive nel Diario il 12 maggio 1918: "Occorre che esistano delle anime unicamente occupate a bere a questa sorgente che viene dallAlto. Per mezzo loro, poi, l'acqua viva dell'amore ed il suo gusto divino arrivano a coloro la cui vocazione comporta maggiore attività. La contemplazione è come una pompa aspirante e premente che attira l'acqua e la immette nei canali. Se la contemplazione cessasse interamente, i cuori sarebbero presto disseccati (poiché ogni amore presuppone una contemplazione dell'oggetto desiderato)". Quando lavoriamo unicamente per i beni materiali, fossero pure impegni pastorali o adeguamento di strutture, ci costruiamo da soli la nostra prigione. "Ci rinchiudiamo, solitari, con la nostra moneta di cenere, che non procura nulla di ciò che val la pena di essere vissuto”, come dice Antoine De Saint-Exupery. Sostare al pozzo di Giacobbe, fermarsi ai piedi di Gesù, riposarsi come Giovanni sul petto del Salvatore: ecco la parte migliore.
Inoltre la presenza delle religiose in Diocesi, e soprattutto delle religiose contemplative, è il segno che il Regno di Dio è già presente in mezzo a noi. La vita religiosa con i voti di povertà, castità, obbedienza, è annunzio di quello che sarà la vita futura. Non è un rimprovero per le altre persone, ma un avvertimento: ci ricorda che passa la scena di questo mondo e che tutti siamo chiamati a vivere in eterno rapporto con Dio. Lo splendore di questo carisma è la migliore propaganda contro la nevrosi della mentalità moderna. Certamente la vita religiosa è un dono, un carisma, un’ invenzione di Gesù, una scoperta del NT. Non tutti possono capirlo, ma solo a chi è stato concesso. È un dono ricevuto, non fatto.
Noi facciamo queste celebrazioni in questo contesto della Presentazione di Gesù al Tempio. Gesù è il "primogenito di molti fratelli" (Rm 8,29; Co 1,18), che viene offerto e che si offre spontaneamente al Padre per una missione di riconciliazione tra gli uomini fra di loro e con Dio. Sul suo esempio in ogni epoca una enorme schiera di uomini e di donne hanno ripetuto questo gesto di consacrazione e di offerta, rispondendo senza riserve all'iniziativa di Dio che ci consacra a sé con uno speciale atto d'amore. Basti ricordare l'esempio della Beata M. Gabriella dell'Unità. Chi è scelto da Dio per la vita consacrata fa propria in modo definitivo l'attesa di Simeone, quella di vedere la salvezza promessa, preparata e realizzata.
Di fronte a Maria e Giuseppe che offrono Gesù, vediamo due personaggi: Simeone, "uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele" (Le 2,25); ed Anna, che "non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere" (Le 2,37). Che cosa teneva in vita questi due vegliardi? L'attesa del Messia: un'attesa carica di novità e di sorprese, un'attesa rivolta non a beni effimeri, ma a realtà definitive. E di fronte alla realizzazione di questa attesa i due vegliardi non cessano di benedire Dio e di parlare del Bambino a quanti aspettavano la redenzione di Israele.
Scegliendo l'obbedienza, la povertà e la castità per il Regno dei cieli, i religiosi mostrano che ogni attaccamento ed amore alle cose e alle persone è incapace di saziare definitivamente il cuore umano; che l'esistenza terrena è un'attesa più o meno lunga dell'incontro "faccia a faccia" con lo Sposo divino, attesa da vivere con cuore sempre vigile per essere pronti a riconoscerlo e ad accoglierlo quando verrà.