Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
Come non sono diventato interprete
L’impatto iniziale fu quello con il laboratorio linguistico, e fu, a ripensarci oggi, un impatto pieno di significato. Era l’estate del 1983 quando misi piede per la prima volta nel bugigattolo dalle sedie scrostate con i separé di compensato e i nastri giganteschi che il tecnico pignolo ti affidava malvolentieri, come fossero figli suoi – al primo piano del grigio, squallido edificio che era stato un tempo una fabbrica di sacchi di juta – fra il traffico da periferia di via D’Alviano e le gru immobili dei già declinanti cantieri navali di Trieste.
Ero andato a iscrivermi all’esame di ammissione, e a ritirare in segreteria il poco materiale disponibile per prepararmi – allora non c’erano iscrizioni online, non c’era niente online, dovevi presentarti di persona, tutto viaggiava sul passaparola e sul ciclostile e sulle FFSS – e ne avevo approfittato per esercitarmi un po’ in laboratorio. Sognavo di entrare in quella che allora garantiva, e forse ancora garantisce, la miglior formazione linguistica dell’intero sistema universitario italiano – la leggendaria (per noi «linguomani») Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori, unico trampolino ufficiale verso le cabine di simultanea di quel Parlamento Europeo che sembrava ancora tanto mitico e nobile – e scoprivo con sorpresa che non era molto più attrezzata (e ancora meno attraente) del liceo dove il Prof Sisti ci faceva ripetere al giradischi le nasali francesi, «Le vent était violent», mentre oltre i vetri stuccati col pongo la neve copriva il rosso dei tetti di Urbino.
Fu la prima di tante volte in cui constatai che davvero l’abito non fa il monaco, e che non conta quante lavagne elettroniche hai o quanti soldi hai o quanti bei vestiti hai: contano la voglia e il lavoro e la «fame».
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La fame era scattata, più o meno, dieci anni prima. Quando passavo i pomeriggi d’estate nella casa delle vacanze dell’architetto romano, e i suoi figli avevano la ragazza alla pari – Sally, irlandese – e io li invidiavo da morire non perché avevano tre case, non perché a pranzo apparecchiavano con il vasetto della senape che a casa mia era ancora proibita, ma perché capivano quando per chiamarli a fare merenda gridava dalla finestra «camuasciaràn». Quel richiamo lo portavo così impresso che, quando alle Medie iniziai a studiare inglese, non ci misi molto a decifrarlo: «Come wash your hands».
Chi ama le lingue come le ho amate e le amo io può capire. È la notte insonne prima del primo viaggio all’estero da bambino – Yugoslavia, Grotte di Postumia -; è il «commantappeltì» scritto a matita su un foglietto, sotto dettatura della mamma, per chiedere «come ti chiami» alla parente francese dei vicini; è la gioia di trovare il bilinguismo sperimentale in Prima media; è la naturale scelta del Liceo Linguistico (statale e sperimentale anche quello); è l’adorazione del dizionario; è l’entusiasmo delle prime esperienze da studente in scambio, benché non tutte felicissime – 14 anni: a casa di Pierre, stronzetto della Savoia francese che spegneva la Tv quando l’Italia vinceva Giochi senza frontiere; 15 anni: a casa di Andreas, barbuto bucolico della Saarland tedesca che me la menava tanto sui «crudeli italiani» che durante la guerra mangiavano gli uccellini, ma faceva lo sguardo vitreo quando esasperato rispondevo «Campi di sterminio, ti dice niente?» (perché noi linguomani siamo xenofili ma anche patrioti); 16 anni: a casa di Andrew, nelle campagne inglesi dello Hampshire, e la scoperta di una famiglia straordinaria che è diventata e sarà sempre per me un po’ una seconda casa -; è la felicità assoluta della prima conversazione spigliata in una lingua che non è la tua; è scoprire e iniziare a usare espressioni come «vachement» e «bloody»; sono le traduzioni dei vocaboli scritte a matita tra una riga e l’altra dei libri di Agatha Christie in edizione originale; è il mazzo più viaggio a Bologna e pernottamento in pensione infima (peggio di quella della visita militare a Forlì) per passare il Cambridge First Certificate; è la delusione di non essere riuscito a fare il quarto anno in America.
E poi senti parlare, dalla figlia della prof di inglese dell’altra sezione, della mitica Scuola, e ti dicono che entrare è impossibile, che l’esame di ammissione è micidiale, ma – un po’ perché la fame ti consuma e sai che non potrai mai essere felice se non studiando le lingue, un po’ perché sei in quella età dove dei mestieri vedi solo il lato glamour, e quindi fare la hostess vuol dire viaggiare e fare l’interprete vuol dire mettersi le cuffie e aiutare quei signori a portare la pace nel mondo – decidi che devi provarci.
E così, dopo la maturità, vai in pellegrinaggio a Trieste per iscriverti, metti piede in quel laboratorio linguistico, fai la prima conoscenza – Luciano, che diventerà ed è tuttora uno dei miei 5 migliori amici al mondo -, torni a casa, dedichi un paio d’ore al giorno alle finezze del francese (che conoscevo meglio e dove pensavo di avere più possibilità) e dell’inglese (che preferivo), a settembre torni a Trieste per l’esame, sospiri di sollievo quando riconosci le espressioni-trabocchetto nel vetusto testo della traduzione dal francese – «tiré à quatre épingles», cioè «tutto agghindato», ma c’è chi tradusse «trainato da quattro cinghiali», e «gare au cocher qui ose…», cioè «guai al cocchiere che osa ecc. ecc., ma il solito audace optò per «stazione al maiale», giuro che è tutto vero -, ti chiedi chi diamine sia «la vecchia procaccia» nel passo di Ignazio Silone da tradurre dall’italiano all’inglese, dal contesto capisci che può essere il postino, ma ti lasci ingannare dal femminile e traduci «the old postwoman»; però dev’essere un errore da poco perché un paio di settimane più tardi telefoni a Trieste per sapere come è andata e scopri che anche in Italia esistono processi di selezione rigorosi e puliti, perché quei due-tre sfigati che ti avevano detto «sono raccomandato da un politico, rinuncia che è meglio, qui si entra solo con le spinte» non li vedrai mai più, e quando dalla segreteria ti dicono che hai superato l’esame in entrambe le lingue ecco, quello è un momento indimenticabile di pura gioia, di un futuro luminoso che ti si spalanca davanti.
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L’esperienza triestina – a parte un’iniziale incomprensione verso quella che sarebbe diventata la città più amata, e un incidente di percorso con una padrona di casa severissima e un po’ matta che faceva entrare i colombi in cucina come San Francesco ma guai se provavo a far varcare la porta di casa a un amico (poi scoprii perché: era la storica prostituta di quartiere e non voleva chiacchiere) – fu subito splendida. Un po’ come avere una malattia e scoprire un giorno che non sei il solo ad averla. Trovarsi improvvisamente in mezzo a un gruppo di persone che fanno a gara a chi ce l’ha più grosso il dizionario, e godono a disquisire di phrasal verbs. Trovarsi a 18 anni lontano da casa, in mezzo a tanti altri giovani (stranieri compresi) altrettanto lontani da casa, e capire che le domeniche senza le lasagne della mamma sono tristi, e le due settimane che mancano al ritorno a casa non passano più quando hai finito i soldi, ma che gli amici rimasti a casa – quelli che tornano ogni giorno a pranzo in famiglia, e dormono ogni sera in lenzuola pulite – si perdono molto più di quello che ti perdi tu.
Ma questo lo sa chiunque abbia studiato fuori sede. Oltre ad amici stupendi, notti passate a studiare e notti passate a parlare, e l’incontro con la donna della mia vita, che cosa mi ha dato Trieste?
Trieste mi ha dato, dopo quattro anni parecchio stressanti (frequenza obbligatoria, una cinquantina di esami più quello del diploma più quello finale di abilitazione più ovviamente la discussione della tesi, e quando dico stressanti fidatevi che lo erano, non è bello all’esame di simultanea giocarsi un anno in 5 minuti perché le quote latte le mastichi ma non riconosci l’inglese per «caglio»), quello che mi aveva promesso: un diploma da traduttore, una laurea da interprete. La traduzione l’ho praticata, l’ho amata, l’amerei ancora. L’interpretazione l’ho fatta, mi ci sono laureato, avevo accumulato per la consecutiva – quella che si usa nelle trattative, negli incontri bilaterali, nelle piccole delegazioni, e consiste nell’ascoltare un pezzo di discorso prendendo appunti, e poi di tradurre a braccio l’intero blocco – un pazzesco mio sistema personale di simboli (ne uso ancora alcuni) che puoi leggere in qualsiasi lingua perché esprimono significati, non vocaboli; l’ho anche fatta qualche volta per lavoro, mi piaceva tantissimo – aneddoto fantozziano: la volta che alla fine di un incontro in Regione Friuli con una delegazione di medici spagnoli andai in bagno un minuto e, all’uscita, mi trovai chiuso dentro, imboccai l’uscita di emergenza (di quelle che ti si chiudono dietro e non la puoi riaprire) e mi ritrovai in un cantiere, tra cani randagi, finché dietro le barre di un’inferriata, con la mia ventiquattr’ore e la giacchetta sintetica da primo lavoro, dovetti urlare per attirare l’attenzione di un vigile che mi fece liberare. Ma la consecutiva era troppo poco richiesta. Tutti volevano – e vogliono, immagino – l’interpretazione simultanea con le cuffie, che mi piaceva parecchio di meno perché io sono un perfezionista e per tradurre in italiano decente lasciavo un décalage (lo sfasamento temporale tra l’originale e la traduzione) esagerato, e questo mi costringeva a rincorse estenuanti, finché alla fine ho deciso che non faceva per me. Laura Gran, la mia prof super-zen, mi diceva: ci farai l’abitudine, diventerà una seconda natura, a Strasburgo traduciamo lavorando ai ferri – sarà che non so lavorare ai ferri, ma io a quella seconda natura non ci sono mai arrivato.
Più ancora che le competenze professionali, Trieste mi ha dato un ambiente dove magari i professori incompetenti erano più di quelli competenti, ma dove la motivazione – la fame di cui parlavo – era così forte che anche dalle lezioni più insulse si portava a casa qualcosa di buono. Mi ha dato le indimenticabili lezioni di inglese del terribile Prof. Snelling, imparare che una parola in meno è meglio che una parola in più. Mi ha dato il piacere di scegliere le parole, di giocare con la loro musica e le loro sfumature. Mi ha dato l’abitudine a comunicare come seconda natura. Mi ha dato la capacità di accostarmi a campi diversi del sapere, certo senza poter approfondire, ma senza trovarsi quasi mai all’oscuro di tutto. Insomma, mi ha spianato – a mia insaputa – la strada verso la strada che era la mia e non me ne rendevo conto: il giornalismo. So che la stessa cosa è successa ad altri, per altre professioni.
E quindi, con l’unica eccezione di una faticosa e inutile tesi-glossario inglese-italiano sui ponti in cemento armato precompresso, che mi è costata un anno di lavoro e giace inutilizzata nella biblioteca della nuova bellissima sede della SSLMIT, se tornassi indietro rifarei tutto uguale.