Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi
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"Sono dentro,
donna o uomo che vive li
nel seno di questa chiesa.
Da me amata,
desiderata e capita...
Sono dentro.
Mi manca aria,
Aspetto l'alba,
Vedo tramonto.
La chiesa dei cardinali
madri per gioielli,
matrigne per l'amore.
Ho inciampato
e la chiesa non mi sta
raccogliendo.
Solitudine a me dona,
a lei che avevo chiesto
Maternità.
E l'anima mia,
Povera,
Riconosce lo sbaglio
di aver scelto il dentro e,
Vorrei uscire
ma dentro dovrò stare,
per la madre
che non accetta,
Il bene del vero
che ho scoperto
per l'anima mia.
Chiesa,
Antica e poco nuova,
Barca in alto mare,
Getta le reti
Su chi ti chiede maternità.
Madre o matrigna,
per me oggi
barca in alto mare
che teme solo di
Affondare!
Matrigna."
Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
Ormai aveva setacciato tutta la terra del parco, si sedette sull’erba secca, all’ombra di un grosso albero, un olmo – aveva detto – questi sono tutti olmi, brutti, sì sono brutti, lei lo aveva guardato, aveva guardato prima lui e poi il suo cane chiedendosi chi dei due fosse più brutto e, non trovando risposta, sollevò lo sguardo verso l’albero che se ne stava maestoso nella sua fronda sfondando quel cielo greve di luce. Gli occhi cominciarono a lacrimare, dovette abbassarli, un ramo nodoso e secco era proprio lì, ai suoi piedi, lo raccolse e cominciò a setacciare la terra, la sua ricerca era senza affanno, lenta e tenace, poi dopo aver setacciato tutto il parco, come già detto, si sedette ai piedi dell’albero, appoggiò il ramo e guardò davanti a sé. Non c’era nessuno. Soltanto un frinire di cicale. E un dolore sordo che non ne voleva sapere di andare da qualche altra parte. Le pareva che il dolore fosse quel sole sbiancato dall’afa: privo di contorni si allargava senza riuscire a contenersi. Devo dargli una forma – pensò – La forma lo rinchiuderà, sarà più facile contenerlo. Addomesticarlo senza che sfugga da tutte le parti. Si rialzò. Fece il giro del parco. Imboccò la ciclabile. Era il 14 di agosto. Le due del pomeriggio. Un caldo feroce. Un sudore che colava da tutte le parti. La città respirava affannosa su quel pezzo di campagna sfuggito alle grinfie del cemento. Pareva un cerchio che sta per avere un collasso, lungo tutta la circonferenza le case sembravano soldati pronti all’attacco, gli scavi per la metropolitana disegnavano un diametro che era una ferita a cielo aperto. S’inoltrò nella campagna perdendo di vista le case, il cerchio, la lunga ferita. Tutto era cominciato quel giorno in cui era tornata a casa prima del solito. Era un giorno come questo, altrettanto pieno d’afa, aveva avuto un leggero malore sul lavoro ed era tornata a casa a metà mattina, aveva infilato le chiavi nella toppa, aveva aperto la porta, la borsa di paglia colorata aveva subito attratto la sua attenzione, poi aveva visto un paio di scarpe con un tacco molto alto, aveva sentito dei rumori provenire nella camera da letto, aveva aperto la porta e li aveva trovati abbracciati nel letto. La menzogna più che il tradimento in sé l’aveva ferita. Tutta la sua vita le parve seduta su una grossa menzogna, una grossa menzogna che si mangiava tutti i suoi giorni passati nell’ illusione di un amore condiviso, di un amore sincero. Si sentì derubata come quando un ladro le aveva scippato la borsetta con tutti i documenti e per fare la denuncia aveva dovuto trovare due persone che testimoniassero la sua identità non potendola dimostrare con le carte. Derubata del proprio passato e impossibilitata a trovare testimoni per ogni ora e ogni giorno della sua trascorsa esistenza vagò per le strade della vita come un fantasma. Nessuno la vedeva e lei non vedeva nient’altro che il suo dolore, tanto che, a un certo punto, si rese conto di aver perso l’amore, non quello di suo marito che certo amore non era, ma l’amore per tutte le cose, per ogni cosa. Una cosa persa si può ritrovare - aveva pensato quel mattino uscendo di casa – ma non la troverò di certo tra gli uomini, per questo si era avviata verso il parco, per questo cercava nella madre terra la radice o il seme di quell’amore perduto, per riappropriarsene, per sentirsi ancora viva. Frugò col bastone nell’erba secca, rivoltò i sassi, scavò buchi nella terra, intenta com’era non si accorse che l’uomo col cane l’aveva seguita e quando questi disse: si può sapere cosa stai cercando lei, senza pensarci, rispose: l’amore perdutoe una forma per contenere il dolore. Lo sguardo dell’uomo era torvo, cattivo, il cane ringhiava: dalla bocca colava la bava, il padrone lo teneva fermo col guinzaglio, ma lei ebbe la sensazione che stava per liberarsi. Abbassa lo sguardo le suggeriva una voce dal fondo della memoria, i cani non vanno mai guardati negli occhi, per loro è una sfida a cui non sanno sottrarsi, abbassa lo sguardo e girati piano, dagli le spalle e allontanati senza correre!. Quelle parole le aveva dette un veterinario alla TV tanto tempo fa, quando ancora a casa si guardava il TG, quando ancora la casa era una casa e non un posto vuoto da cui scappare. La voce continuava imperterrita a parlare dentro di lei che puntava lo sguardo sul cane stupita, stupita e contenta perché aveva trovato la forma per il suo dolore: un mastino nero con le piccole orecchie appuntite e i denti affilati. Non sentì niente quando i denti tranciarono la giugulare, mentre la vita fuggiva una rondine solcò l’azzurro del cielo, fu un istante, un istante nel quale vide disegnarsi in quel volo l’amore che aveva perduto, e non era un uomo, una casa, un panino diviso in due, bambini che giocano sul selciato, l’odore del caffè la mattina, ma era tutto questo insieme, era l’alba e il tramonto, il respiro del mare e il silenzio della montagna, era il volo della rondine che ogni anno porta una nuova primavera. Il dolore lancinante per l’amore perduto si depositò sulla terra e raggiunse le radici degli olmi che, ingordi, lo succhiarono trasformandolo in nuova linfa.