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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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L'INCONTRO CON GESU' FUORI DALLA CHIESA CORROTTA ( 2^ PARTE )

 

  APRI GLI OCCHI

 

http://www.studibiblici.it/appunti/Un%20Gesu%20chiacchierato.pdf

 

 

L'adozione a figli di Dio:

L'istituto giuridico dell'adozione era uno strumento con il quale l'imperatore o il re sceglieva tra i suoi generali il più adatto per continuare a reggere l'impero o il regno dopo la sua morte. L'azione di adottare qualcuno presume pertanto individuare nell'adottato capacità tali che lo rendono idoneo a continuare l'azione di colui che adotta. Pertanto Dio, chiamando gli uomini a essere suoi

figli adottivi li ritieni capaci di continuare la sua azione creatrice sull'umanità: figlio

secondo la cultura ebraica è colui che assomiglia al padre imitandone il comportamento.

Gv 8,59

 

: E uscì dal tempio...

9,1

 

Passando vide un uomo cieco dalla nascita

 

Uscendo dal tempio Gesù incontra quelli che non possono accedere al Tempio.

L'evangelista inizia la narrazione sottolineando che lo sguardo di Gesù [

vide] si è posato sull'uomo immerso nelle tenebre per completare in lui l'opera del Dio autore della luce, lui che si è già presentato con le parole che ripete in questo brano "Io sono la luce del mondo"

(Gv 8,12; 9,5).

2 e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?».

"Bene e male, vita e morte, tutto proviene dal Signore"

 

(Sir 11,14) che definisce se stesso "creatore della sventura" (Is 45,7) e assicura che non "avviene nella città una disgrazia che non sia causata da Yahvé"

(Am 3,6). La credenza contenuta nell'Antico Testamento che sia Dio l'autore delle sciagure che si abbattono sull'umanità, lascia all'uomo solo la possibilità di accettare rassegnato quel che il Signore gli manda, sperando che non calchi troppo la mano.

"Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?"

 

replica Giobbe alla moglie che lo rimprovera per aver benedetto il Signore per tutte le disgrazie piovutegli addosso: "Yahvé ha dato, Yahvé ha tolto, sia benedetto il nome di Yahvé" (Gb 1,21.2,10). La convinzione che mali e malattie siano un castigo inviato da Dio per le colpe degli uomini è così radicata all'epoca di Gesù che quando un ebreo incontra una persona con qualche grave handicap benedice il Signore autore del meritato castigo: "Chi vede un mutilato, un cieco, un lebbroso, uno zoppo, dica "Benedetto il giudice giusto"

(Ber. 58b).

Ma se la malattia è sempre in relazione al peccato dell'uomo, come poteva spiegarsi la sofferenza dei bambini, indubbiamente innocenti? Per i rabbini la soluzione era molto semplice: i piccoli sono il capro espiatorio delle colpe degli adulti, come insegnano Bibbia e Talmud che presentano un

"Dio geloso che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione" (Es 20,5): "Quando in una generazione vi sono dei giusti, i giusti sono puniti per i peccati di quella generazione. Se non vi sono

 

giusti, allora i bambini soffrono per il male dell'epoca"

 

(Shab. 33b).

Frutto di questa mentalità è la domanda che i discepoli rivolgono a Gesù riguardo un uomo cieco dalla nascita. La cecità non veniva considerata un'infermità come le altre ma, impedendo lo studio della Legge, era ritenuta una maledizione divina per l'anatema del re Davide che odiava i ciechi tanto da proibire loro di entrare nel tempio di Gerusalemme (2 Sam 5,8).

3 Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio.

Gesù risponde escludendo tassativamente qualunque relazione tra colpa e malattia (

"né lui ha peccato né i suoi genitori") e avverte i discepoli che proprio in quell'individuo, ritenuto maledetto da dio, peccatore dalla religione e emarginato dalla società (è mendicante), si manifesterà visibilmente l'opera di Dio.

5 Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo.

La prerogativa di essere

"luce del mondo" non è esclusiva di Gesù ma estendibile a quanti lo accolgono: "Voi siete la luce del mondo"

(Mt 5,14). Compito dei credenti è aprire gli occhi ai ciechi perché vedano il volto del Padre.

6 Detto questo sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il suo fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe (che significa Inviato)». 7 Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Gesù continua le opere di Dio e prolunga l'azione creatrice del Padre. Questa che compie è la seconda guarigione operata a Gerusalemme. La prima fu quella dell'infermo nella piscina di Betesda (5,1). Gesù ripete sul cieco i gesti del Creatore che

"plasmò l'uomo con la polvere del suolo" (Gen 2,7) e lo invita ad andare a lavarsi nella piscina di Siloe: l'uomo "tornò che ci vedeva".

Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, poiché era un mendicante, dicevano: «Non è egli quello che stava seduto a mendicare?».  

 Alcuni dicevano: «E' lui»; altri dicevano: «No, ma gli assomiglia». Ed egli diceva: «Io Sono».

Quando una persona ritrova libertà e dignità diventa una persona nuova, pur rimanendo lo stesso. E' questa la perplessità causata nei vicini. Il cieco risponde con la stessa espressione usata da Gesù per indicare la sua condizione divina

)Egw/ ei)mi, con il nome di Dio (Es 3,14). Plasmato col fango di Gesù è un uomo nuovo, creato a sua immagine e somiglianza, è unto come Gesù.

10 Allora gli chiesero: «Come dunque ti furono aperti gli occhi?».

11 Egli rispose: «Quell'uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, mi ha spalmato gli occhi e mi ha detto: Va' a Sìloe e lavati! Io sono andato e, dopo essermi lavato, ho acquistato la vista». 12 Gli dissero: «Dov'è questo tale?». Rispose: «Non lo so».

Appare per la prima volta l'espressione

aprire gli occhi, che verrà ripetuta sette volte nella narrazione. Il numero sette, richiama ai sette giorni della creazione e significa la totalità. Gesù gli ha aperto gli occhi totalmente/completamente.  La formula nei testi profetici non indica tanto la cecità fisica, ma la liberazione dall'oppressione. "Aprire gli occhi ai ciechi" è nell'AT immagine dell'azione liberatrice di Dio da ogni forma di tirannia e azione specifica del Messia il cui compito sarà "aprire gli occhi ai ciechi e far uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre"  

(cf Is 35,5; 42,7; 29,18)).

13 Intanto condussero dai farisei quello che era stato cieco:

14 era infatti

 

sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi.

Le persone presenti alla scena, incapaci di valutare l'evento, anziché felicitarsi con l'uomo guarito, lo conducono dai farisei per sentire il loro parere, sconcertati dal fatto che Gesù

"aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi in giorno di sabato", infrangendo il più importante dei comandamenti: il riposo del Sabato. L'osservanza o la trasgressione del Sabato equivaleva all'osservanza o alla trasgressione di tutta la Legge, e per la sua violazione era prevista la pena di morte. Tra le altre proibizioni del Sabato c'è pure quella di curare gli ammalati eccetto che in pericolo di morte. Veniva insegnato che Dio aveva compiuto la

 

creazione in sei giorni e il settimo, il Sabato avesse cessato ogni lavoro (Gen 2,2). Gesù invece continua l'azione creatrice pure in giorno di Sabato, perché per Gesù la creazione non è ancora terminata. Anche la guarigione dell'infermo della piscina di Betesda avvenne in giorno di Sabato.

15 A loro volta i farisei dunque gli chiesero come avesse acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha posto del fango sopra gli occhi, mi sono lavato e ci vedo».

16 Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest'uomo non è da Dio, perché non osserva il sabato». Ma altri dicevano: «Come può un uomo peccatore compiere tali segni?». E c'era dissenso tra di loro.

La guarigione del cieco mette all'erta i farisei. Essi, cultori della morte, non tollerano alcuna manifestazione di vita e abituati a rapportarsi ai fatti con il codice in mano, non si felicitano con l'uomo guarito, ma si allarmano sulle modalità di questa guarigione (impastare il fango è uno dei 39 lavori proibiti in giorno di sabato, Shab. 7,2) e gli chiedono informazioni unicamente su

"come" sia stato curato. Dalla risposta dell'uomo, i farisei deducono che Gesù "non è da Dio, perché non osserva il sabato"

. Essi sanno tutto quel che Dio può fare o no. E siccome Dio non può andare contro la sua stessa legge, è evidente che l'autore della grave infrazione (la guarigione non interessa) ha agito contro il Signore che ha comandato di mettere a morte chi, pur compiendo prodigi, fa deviare il popolo (Dt 13,1-6).

Quelli che Gesù ha definito precedentemente gli

"schiavi del peccato" (Gv 8,34) sentenziano ora che è Gesù il peccatore. Ma in qualche fariseo l'ostentata sicurezza teologica s'incrina di fronte all'evidenza del fatto ("come può un peccatore compiere tali prodigi?"

) e tornano a interrogare ancora una volta l'uomo chiedendo la sua opinione sull'individuo che lo aveva guarito.

17 Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu che dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «E' un profeta!».

 

 

18 Ma i Giudei non vollero credere di lui che era stato cieco e aveva acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista.

19 E li interrogarono: «E' questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?».

La risposta che si tratta indubbiamente di un inviato di Dio (

"E' un profeta!") fa entrare in campo i "Giudei", termine col quale l'evangelista non indica gli appartenenti al popolo di Israele ma i loro dirigenti e le autorità religiose. Costoro non possono ammettere che mediante la trasgressione del comandamento del sabato, che pure Dio osserva, qualcuno possa aver operato del bene. Di fronte all'intervento divino, il cieco "maledetto"

perché non poteva leggere la Bibbia vede, e gli assidui lettori del testo sacro diventano ciechi.

Non potendo ammettere alcuna contraddizione nella loro dottrina, cercano di negare la verità del fatto, insinuando il dubbio della frode e, convocati i genitori del sedicente cieco guarito, li accusano di essere all'origine dell'imbroglio:

"E' questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?"

La guarigione del figlio viene considerata dalle autorità un crimine del quale i genitori devono rispondere.

20 I genitori risposero: «Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco;

21 come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l'età, parlerà lui di se stesso».

22 Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga.

23 Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l'età, chiedetelo a lui!».

Intimiditi e impauriti i genitori scaricano ogni responsabilità sul figlio:

adulto,

[maggiore di 13 anni]. La codardia dei genitori viene giustificata dall'evangelista motivandolo dalla paura di essere espulsi dalla sinagoga. Questa espulsione non comportava solo sanzioni a livello religioso ma gravi conseguenze nell'ambito sociale dove l'espulso veniva trattato come un 12

appestato. Con gli espulsi non si può né mangiare né bere e bisogna tenere una distanza di 4 cubiti [due metri](M.Q.b. 16a). Le autorità religiose che avrebbero dovuto far conoscere la volontà di Dio agli uomini hanno deciso di scomunicare quanti in Gesù riconoscono il Messia di Dio.

24 Allora chiamarono di nuovo l'uomo che era stato cieco e gli dissero: «Dà gloria a Dio! Noi sappiamo che quest'uomo è un peccatore».

25 Quegli rispose: «Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo».

Per la terza volta l'uomo che era stato cieco viene convocato e interrogato dalle autorità che tentano di fargli ammettere che è stato un male per lui avere recuperato la vista per opera di un peccatore. Passato in un batter d'occhio dalla condizione di miracolato a quella di imputato, l'uomo evita la trappola tesagli dalle autorità religiose e non entra nel campo teologico.

Tra la verità dogmatica e la propria esperienza vitale, è quest'ultima la più importante:

una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo"

. Ma la gioia dell'uomo passato dalle tenebre alla luce non viene neanche presa in considerazione dalle autorità perché per esse non può esistere nulla di buono nella trasgressione della Legge di Dio.

Abituati a trovare nei libri sacri, scritti secoli prima, una risposta valida per ogni situazione dei loro contemporanei, i capi religiosi non pensano di avere nulla da imparare o da modificare e vedono ogni novità come un attentato a Dio che ha determinato per sempre nella sua Legge il comportamento dell'uomo al quale non resta che sottomettersi a norme stabilite in altri tempi e per altri uomini. I dirigenti, a costo di negare l'evidenza, non possono ammettere la guarigione dell'uomo perché ciò scalfirebbe l'autorevolezza del loro insegnamento. Se poi qualcuno a causa di questo deve soffrire, pazienza, Dio provvederà. Il loro giudizio è più valido dell'esperienza dell'uomo, ed essendo il loro giudizio infallibile e quindi immutabile sono gli uomini a doversi sottomettere loro.

 

26 Allora gli dissero di nuovo: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?».

Ma l'ostinazione dell'uomo, che non si piega alla loro autorità e non vuole ammettere che per lui sarebbe stato meglio restare cieco, aumenta l'ira dei capi che tornano ancora una volta a interrogarlo sulle modalità della guarigione.

Con la ripetizione di ben sette volte di

"aprire gli occhi"

, l'evangelista indica quello che realmente preoccupa le autorità: che la gente apra gli occhi. I dirigenti religiosi possono spadroneggiare e imporre le loro verità fintanto che il popolo non vede, ma se qualcuno comincia ad aprire gli occhi alla gente, per essi è finita. quando si vede il vero volto del Padre, del dio a servizio degli uomini, per le autorità religiose che pretendevano essere rappresentanti di Dio e dominavano in suo nome è la fine.

In Gesù si realizza quanto scritto in Isaia a proposito dell'inviato di Dio la cui missione è quella di essere

"luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi" (Is 42,6).

27 Rispose loro: «Ve l'ho già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?».

Quando l' autorità è sorda alle istanze della gente rende cieco il popolo.

Il loro sapere si è formato sui libri e non dal contatto con il popolo. Stanco dell'ennesimo interrogatorio l'uomo guarito rifiuta di rispondere e chiede alle autorità se per caso tanto interesse non sia perché vogliono diventare discepoli di Gesù.

28 Allora lo insultarono e gli dissero: «

 

Tu

sei discepolo di quello, noi siamo discepoli di Mosè!

29 Noi sappiamo infatti che a Mosè ha parlato Dio; ma questo qua non sappiamo di dove sia».

Giammai: essi sono discepoli di Mosè, non intendono seguire un vivente, ma venerare un morto. Difensori del Dio Legislatore non possono comprendere le azioni del Creatore che si manifesta comunicando vita all'uomo. Apparentemente animati dallo zelo per l'onore di Dio (

"Da' gloria a Dio!") in realtà pensano soltanto a salvaguardare il loro potere e usano il nome di

 

Dio per soffocare la vita che egli comunica. L'evangelista sottolinea la gravità del comportamento delle autorità che non solo non vogliono vedere, ma impediscono che la gente veda e per non perdere il proprio prestigio "chiamano bene il male e male il bene" (Is 5,20), incorrendo in quella che negli altri vangeli viene definita l'imperdonabile "bestemmia contro lo Spirito"

(Mt 12,31).

30 Rispose loro quell'uomo: «Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi.

31 Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno venera Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta.

32 Da che mondo è mondo, non s'è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato.

33 Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla».

L'evangelista ridicolizza le pretese delle autorità. Il buon senso del popolo ridicolizza le acrobazie teologiche delle autorità religiose. Al "sapere" delle autorità (v. 29

"noi sappiamo"), l'evangelista oppone il sapere della gente

34 Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?». E lo cacciarono fuori.

Quando l'autorità non è capace di opporre ragionamenti passa alla violenza prima verbale poi istituzionale. Lo ha già fatto con Nicodemo. Tentata una timida difesa di Gesù (

"La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?") lo insultarono "Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea" (Gv 7,51-52). Dandogli del "Galileo" gli danno del fanatico testa calda, e, a questo uomo di studio dicono pure che è un ignorante: "Studia..."  Naturalmente sono loro gli ignoranti perché dalla Galilea è sorto un profeta: Giona [non quello del pesce] (2 Re 14,25). Ugualmente insulteranno Gesù: "Non diciamo con ragione noi che sei un Samaritano e hai un demonio?"  

(Gv 8,48).

Non sapendo più quale argomentazione teologica opporre all'evidenza del fatto, le autorità prendono la scorciatoia degli insulti: ricordando all'uomo, colpevole di vedere, di essere un maledetto da Dio (

 

"sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?"), ricorrono alla violenza istituzionale ("lo cacciarono fuori" ) e attuano in lui la minacciata espulsione dalla sinagoga. Ma i capi religiosi che scomunicano gli uomini in nome di Dio sono in realtà i veri scomunicati.  

35 Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori, e trovatolo gli disse: «Tu credi nel Figlio dell'uomo?».

36 Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?».

37 Gli disse Gesù: «Tu l'hai visto: colui che parla con te è proprio lui».

38 Ed egli disse: «Io credo, Signore!». E gli si prostrò innanzi.

Gesù, appena saputo che l'uomo da lui guarito è stato cacciato dalla sinagoga corre a cercarlo. L'espulsione dall'istituzione religiosa non causa nell'uomo la rovina tanto temuta ma è la provvidenziale occasione per l'incontro con il Signore: cacciato dalla religione trova la fede. Espulso dal Tempio incontra in Gesù il vero santuario dove Dio irradia la sua gloria

www.youtube.com/watch?v=FULDLaR-pdU
05/mar/2012 - Caricato da plf1967
   

 

 

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