Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
CHIESA, MADRE O MATRIGNA?
Luigi Lorenzetti
Diversi nomi e simboli (sposa di Cristo, corpo mistico di Cristo, vigna del Signore)
identificano e qualificano la Chiesa. Il più bello, vero, evocativo e impegnativo
è sicuramente quello di madre. A lei «il suo santissimo Fondatore ha affidato un
duplice compito di generare figli, di educarli e reggerli, guidando con materna
provvidenza la vita dei singoli come dei popoli». Inizia così la nota enciclica Mater
et Magistra (1961) di Giovanni XXIII, ricordando che la Chiesa è anzitutto madre
e il suo stesso insegnamento viene dal suo cuore materno.
La Chiesa si sente toccata nel profondo, quando è vista o immaginata sotto le
sembianze di matrigna; quando il suo insegnamento, soprattutto in tema di morale
sessuale, familiare e di bioetica, è tacciato di intollerabile intransigenza, di incapacità
a comprendere la complessità delle situazioni nelle quali si trovano le persone e le
famiglie. «Questa Chiesa _ si dice _ manca di comprensione e di compassione» (cf.
enciclica Veritatis splendor 95).
In un recente libro, Chiesa madre, Chiesa matrigna, l’Autore riporta un diffuso
disagio: «Da parte di donne e di uomini, anche credenti in Dio, c’è la sensazione che
nella Chiesa è sempre più difficile abitare, perché questa Chiesa non perdona e
i cristiani lo sanno. Questa Chiesa assolve sì _ è questa la tradizione latina _ ma
comunicare il perdono è un’altra cosa. Lo sanno i cristiani, lo sanno i cattolici, e
non ne parlano volentieri, per loro non vogliono condoni o sconti di cui non si
sentono degni. Hanno fame di misericordia, e se non chiedono nemmeno più, è per
bontà loro, sembra di infierire e di chiedere l’impossibile a una Chiesa, il cui volto
s’irrigidisce spesso nei tratti di una matrigna spietata».
Molti la pensano così, anche se non vedono proprio la Chiesa «nei tratti di una
matrigna spietata». Tra questi, non ci sono soltanto quanti vivono un rapporto di
coppia difficile e irregolare (divorziati risposati, ma anche chi si sposa solo civilmente, chi
convive, chi da divorziato o da separato si avventura in altre storie); ci sono sacerdoti
che hanno lasciato e si sono sposati; persone omosessuali e, più in generale, i
cosiddetti lontani dai buoni parrocchiani.
Si sentono dimenticati, marginali, anzi esclusi non solo dai sacramenti, ma anche
_ e forse soprattutto _ dalla vita comunitaria che è sempre più difficile per giudizi
(pregiudizi) e sospetti duri a morire. Più del giudizio giusto e misericordioso di Dio,
Pubblicato in Messaggero Cappuccino (2005)6, 14-15#magistero
temono il giudizio _ a volte nemmeno tanto velato _ dei fratelli e sorelle che appaiono
forti nella fede, ma deboli nella carità e nella giustizia.
Matrigna o madre incompresa?
La Chiesa, che è madre, non può non prendersi cura di questi suoi figli e figlie che
_ per propria o altrui colpa _ sono in situazioni di sofferenza spirituale e morale.
Si sente impegnata a parlare alle loro coscienze in un clima di fiducia e non
di angoscia; a mostrare che le leggi morali, lungi dall'aver la freddezza inumana
di una obiettività astratta, hanno la funzione di guida nel cammino della vita.
In altre parole, è pienamente consapevole che verità e carità stanno insieme, così che
la verità scoraggia e deprime se non è accompagnata dalla misericordia. «La Chiesa
considera come uno dei suoi principali doveri _ in ogni tappa della storia e
specialmente nell’età contemporanea _quello di proclamare e di introdurre nella vita il
mistero della misericordia, rivelato in sommo grado da Gesù Cristo»
(enciclica di Giovanni Paolo II, Dives in misericordia).
Se in nome della verità, la Chiesa annuncia, difende, promuove il valore (bene)
indissolubile dell’unione coniugale, non può non manifestare e rendere presente la
misericordia e il perdono del suo Signore a quanti _ per propria o altrui colpa _ hanno
mancato al disegno di amore.
Non si può non riconoscere che questo è stato l’atteggiamento della Chiesa in
questo ultimo ventennio. Si è preoccupata di spiegare (in realtà senza riuscirci
del tutto) il significato del divieto alla Comunione eucaristica, che ancora viene
inteso in senso punitivo, se non addirittura vendicativo; soprattutto si è
impegnata a non limitarsi a indicare divieti, ma a dare risposte positive.
Così ha esortato (ed esorta) a praticare altre modalità che non sono, del resto
estranee e lontane dalla grazia sacramentale: la partecipazione alla liturgia
penitenziale ed eucaristica (pentimento interiore e comunione spirituale),
alla vita della Chiesa e alle iniziative di carità e di giustizia nel mondo.
Agendo in tale modo, la Chiesa è convinta di «comportarsi con animo materno verso
questi suoi figli» (esortazione apostolica Familiaris consortio 84). In altre parole,
l’attuale prassi _ è la convinzione della Chiesa _ salvaguarda, a un tempo, la verità
dell’unione indissolubile e la comprensione che si deve alle persone che a
quella veritàsono venute meno. Il problema, tuttavia, è destinato a rimanere
sempre all’attenzione e alla vita della Chiesa anche nella ricerca di ulteriori e
appropriate modalità pastorali.
La Chiesa non si riconosce nella figura di matrigna. Con dispiacere si scopre,
invece, madre premurosa che non è riuscita (e non riesce) a farsi capire.
La ricezione dei suoi interventi, infatti, è alquanto deludente. Fuori da una sufficiente
comprensione delle motivazioni, quel divieto _ ma ogni divieto _ è inevitabilmente
sperimentato come intransigente e arbitrario. «Uno può anche uccidere _ si dice _ e
ottenere il perdono e ricevere l'eucaristia. Un divorziato che si risposa è messo alla
porta per sempre».
Da questa e innumerevoli testimonianze, risulta con evidenza che, al di là di
lodevoli eccezioni, è venuto a mancare (o manca) il dialogo, l’ascolto,
la comunicazione, che non sono a senso unico.
Chiesa madre: alcuni suoi tratti Le sembianze del volto materno della Chiesa
sono inconfondibili, attraenti e impegnative per tutti. Ci si può limitare a
descriverne alcune.
La Chiesa, che è madre, accoglie ognuno per quello che è, e lo aiuta a diventare
quello che ancora non è. Nella famiglia dei figli e figlie di Dio non c’è (non dovrebbe
esserci) il giudicante che si autogiustifica (ti ringrazio, Signore, che non sono
come gli altri), e il giudicato (i soliti pubblicani e samaritani). Per tutti, c’è solo
il giudizio misericordioso e liberante di Dio.
La Chiesa, dai pastori ai semplici fedeli, ama incontrare e dialogare con tutti: con
quelli che chiedono i sacramenti e _ ancora più _ con quelli che non li chiedono più,
persuasi che sono ormai sono fuori dalla comunità dei credenti. Sull’esempio di Gesù
risorto, prende l’iniziativa di incontrare i senza speranza («speravamo»).
Con gentilezza e compassione, condivide la loro sofferenza, pone domande
pertinenti, rimprovera, chiarisce i dubbi, conduce a leggere in modo positivo gli
eventi fino a che, dopo la sosta con il divino Viandante, riprendono il cammino
nella pace ritrovata.
La Chiesa indica a tutti la «casa del Padre», in particolare a quanti si sentono in
qualche modo lontani o addirittura esclusi. Se alcune strade sono chiuse, la sua
preoccupazione materna la conduce a mostrarne altre che restano aperte ed esorta a
percorrerle, anzi desidera farsi loro compagna di viaggio.