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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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LA FEDELTA' CONIUGALE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA FEDELTA' CONIUGALE

(Don Aristide Fumagalli)

Penso di dover anzitutto motivare la mia presenza; è vero che mi capita di essere a

contatto con le famiglie così come ogni sacerdote lo è, e anche un po' per le materie di cui mi

occupo, ma questo non mi consente di essere un esperto di fedeltà coniugale, sono come ogni

sacerdote, almeno nel rito latino della nostra Chiesa, celibe e dunque me ne intendo poco di

fedeltà coniugale; per sentito dire, sono anch'io impegnato in un cammino di fedeltà,

evidentemente, ma credo che ci sia uno specifico nella "coniugalità".

E allora perché vale la pena di affrontare insieme questo argomento?

Perché il mio tentativo questa sera non è certamente di insegnare qualcosa a riguardo

della fedeltà coniugale, ma di risentire il Vangelo in riferimento a questo tema; dunque, il

tentativo è quello di intercettare la vita di coloro che vivono il matrimonio con la Parola che il

Signore Gesù ha depositato nel Vangelo, perché questa potesse risuonare nei tempi e negli

istanti in cui lui non era più presente, così come lo era un po' di anni fa.

E allora più che una relazione, pensavo di proporvi una parabola; Gesù amava parlare

con le parabole ed era una strategia semplificativa, la parabola ci obbliga in qualche modo a

prender parte, è un po' come una fiaba, come un racconto, puoi identificarti con i personaggi,

così che poi tu possa avere elementi per scoprire, anche nella tua vita, quello che lì è

rappresentato. Questa parabola riguarderà certamente il tema della fedeltà e direi non tanto di

quella fedeltà richiesta in circostanze straordinarie, a fronte della perdita o del tradimento del

coniuge, ma piuttosto di quella fedeltà rutinaria, quotidiana, che spesso decisamente è un

banco di prova del matrimonio; è lì che si gioca, prima ancora che nelle situazioni

straordinarie, o particolari, la fedeltà.

Ecco la parabola:

"

Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che

aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa.

Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si

cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo

della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro! Sappiate bene questo: se il padrone

di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi

tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate". Allora Pietro

disse: "Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?". Il Signore rispose: "Qual

è dunque l'amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per

distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando,

troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti suoi averi. Ma se quel servo

dicesse in cuor suo: il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a

mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se

l'aspetta e in un'ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli.

Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua

volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose

meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi

fu affidato molto, sarà richiesto molto di più

".

Così dunque Gesù, secondo il racconto di Luca (12, 35-48). Potrebbe sembrare che

questa parabola sia alquanto distante dalla vita coniugale: c'è un accenno alle nozze, ma

sembra del tutto estemporaneo.

In realtà, come possiamo evincere dal brano stesso, questo padrone rappresenta il

Figlio dell'uomo e i servi sono i discepoli di Gesù: questa parabola è detta per i discepoli di

Gesù. Ora mi sembra che gli sposi cristiani, tanto più gli sposi cristiani, possono essere

considerati precisamente discepoli di Gesù.

Se le cose stanno così, allora possiamo paragonare il matrimonio alla attesa descritta in

questa parabola. Poiché riguarda i discepoli di Gesù, questa parabola è stata scritta per noi,

per tutti coloro che "

hanno relazione con me

", dice Gesù, e allora certamente anche per coloro

che "

hanno quella relazione particolare con me", dice Gesù, "

che è segnata dal sacramento

del matrimonio

".

Dunque il matrimonio può essere inteso come un' attesa, Gesù ci propone di intenderlo

come una attesa. L'attesa che il padrone torni, l'attesa che il Signore Gesù torni, si faccia

definitivamente vedere, il compiersi della promessa iscritta nell'amore coniugale del

matrimonio è legato all'arrivo del Signore Gesù. Il matrimonio può essere concepito come il

luogo dove si aspetta che il padrone di entrambi i servi, marito e moglie, ritorni.

Questo invita a riconoscere che il matrimonio, se già lascia gustare come sia bello il

compiersi delle promesse dell'amore, non è ancora il luogo in cui queste promesse si avverano

definitivamente. Come ogni altra realtà umana, il matrimonio non è lo stadio definitivo della

vita di un uomo e di una donna; è un po' in quella posizione in cui si trova l'albero quando è

stato seminato ma non ha ancora prodotto i suoi frutti. Tra il seme e il frutto sta questo

processo di crescita.

Insomma, mi sembra che i coniugi siano in attesa del definitivo avvento di Gesù. Chi

non vivesse il matrimonio così, chi vivesse il matrimonio come la terra promessa, lo stadio

definitivo della propria vita, andrebbe incontro, probabilmente, a delle illusioni che ben presto

si rovescerebbero in delusioni. Ci sono attese esagerate sul matrimonio che non

corrispondono a quello che il matrimonio può dare. L'altro, l'altra, non sono il Signore. E nella

misura in cui l'uno o l'altra immagina il partner come colui che corrisponde in toto,

pienamente, ad ogni attesa, probabilmente rischia di restare amaramente deluso.

Una certa retorica sull'amore matrimoniale mi sembra sia controproducente. Chi lo

gonfia troppo, rischia di farlo esplodere. E se c'è, forse, una necessità del celibato nella

Chiesa, nella comunità cristiana, è precisamente quella di ricordare ad ogni altra persona,

tanto più a quelli che vivono una relazione di intimità coniugale, che il proprio coniuge non è

Dio, l'unico che può definitivamente acquietare il desiderio d'amore nel cuore di un uomo e di

una donna. Non siamo fatti per essere totalmente appagati dall'amore di un uomo e di una

donna, per quanto grande possa essere. Credo valga anche per i coniugi quanto Sant' Agostino

diceva a proposito delle esperienze spirituali: "

Il cuore è inquieto, Signore, fino a che non

riposi in te

".

Forse questo discorso può apparire strano, o duro, o contro l'amore matrimoniale; in

realtà, mi sembra vada a suo favore. Là dove due coniugi scaricano le loro spalle di attese

eccessive, la vita matrimoniale diviene più leggera. Si pretende meno, ma si gusta di più.

Invece che spremerla nel tentativo di ottenere ciò che alla fine non è in grado di dare, si gusta

quello che, senza essere il massimo, è il meglio oggi realizzabile.

Oggi, mi sembra, viviamo in tempi ad alto tasso di idealizzazione; le stesse cerimonie

religiose sono gonfiate, si idealizza molto l'amore e, d'altra parte, a motivo di questa grande

idealizzazione il nostro amore sarà il migliore di tutti: ciascuno immagina che la sua storia sia

come quella dei protagonisti del film "Titanic", su questa prua della nave, innamorati per

sempre, solcando il tempo.

E poi questa idealizzazione, spesso sostenuta dalle proprie forze, e forse neanche da

quello ma dallo slancio spontaneo che l'innamoramento produce, si traduce in una delusione.

E allora si passa dalle vette, agli abissi, perdendo spesso ogni speranza sulla possibilità che tra

un uomo e una donna possa sorgere una vera storia d'amore o lanciandosi in avventure o nel

tentativo di rifarsi una vita, perché probabilmente se non è andata bene, vuol dire allora che

era destino che non andasse bene. Mi sembra quindi che oggi il pendolo della vita

matrimoniale, della relazione coniugale viaggi tra l'idealizzazione, l'illusione, e spesso poi

anche la rassegnazione o l'amarezza.

Dunque il matrimonio è un'attesa non ancora compiuta e, in quanto attesa, genera una

situazione di tensione. Quando si è in tensione, si aspetta qualcosa, ci sono i momenti in cui la

tensione cala, in cui è più difficoltoso reggere. Sul matrimonio può calare la notte, la quale

assopisce le energie fino a sprofondarle in un pesante sonno. L'amore perde di smalto, la

fedeltà conosce i suoi momenti di stanchezza, che se non sfociano nell'aperta infedeltà al

coniuge, rischia no pur sempre di assopire la vita coniugale nella noia.

Si tira avanti, si trascina la propria relazione così come si trascina un pesante carro.

Mi chiedo come può essere che un matrimonio diventi oscuro o pesante, sprofondi

nella notte, quando in genere parte radioso.

Il paragone con il buio della notte, che cala in questa parabola, suggerisce che le

ombre sul matrimonio calino così come cala la notte: non improvvisamente, ma lentamente,

come il tramontare del sole. La fedeltà si traduce, si trasforma in difficoltà, in tentazione di

infedeltà non improvvisamente.

Ciò che insidia la fedeltà si insinua nella vita quotidiana. Forse è proprio l'assenza di

novità, forse è l'attesa di qualche cosa che non arriva mai. Si continua ad attendere: il giorno

del matrimonio, poi l'anniversario, poi la nascita dei figli, poi i figli diventano grandi e

continuamente questa attesa è rilanciata.

Quando si scopre che le molte attese sul proprio matrimonio e sulla propria famiglia

tardano a venire, allora scatta la rassegnazio ne alla grigia routine quotidiana: ci si rassegna, la

vita è questa. Quante volte lo si legge su quel sorriso un po' benevolente, un po' di

compassione di coloro che celebrano il trentesimo anniversario di matrimonio e gli invitati

alla festa di nozze sono contenti perché anche questi si lanciano nell'avventura, ma …

insomma … vedrete poi anche voi come andrà.

Oppure si vive nell'illusione fatalista: capiterà qualcosa.

Se la parabola è rivolta anche agli sposi, come abbiamo detto, allora ciò significa che

il matrimonio può conoscere situazioni di crisi della fedeltà e di tentazione all'infedeltà. Da

questo punto di vista il Vangelo è sempre consolante, anzitutto per il suo realismo; realismo

significa che il matrimonio può conoscere tempi che assomigliano alla notte, tempi in cui

l'attesa è difficile, in cui la verità del bene, il comportarsi bene non è assolutamente facile.

Crisi e tentazioni non sono il segno che l'amore è finito (questo è il criterio oggi speso

utilizzato per dire se un matrimonio può cont inuare o meno, là dove sorge una difficoltà è il

segno che quel matrimonio non può più durare, altrimenti non sarebbe sorta questa difficoltà);

crisi e tentazioni sono piuttosto, secondo il Vangelo, la sveglia che invita a ravvivare il

matrimonio. E che cosa può ravvivare l'amore coniugale quando tende a spegnersi?

Nella parabola di parla di queste "

lucerne accese": "

siate pronti con la cintura ai

fianchi e le lucerne accese

". Le lucerne accese simboleggiano la fede religiosa, l'immagine

della fiaccola alimentata dall'olio è spesso immagine della fede. Ora, la fede non è, come si

potrebbe immaginare, un insieme di nozioni che si hanno a disposizione: so queste cose, per

cui se capita la difficoltà basta che pensi a queste cose che la difficoltà è risolta; questa è una

concezione un po' intellettualistica della fede: guarda che quando ti trovi in difficoltà, il

Signore comunque ha promesso che la supererai.

La fede è la relazione con il Signore Gesù, è l'affidamento. Allora la relazione

coniugale che vive la sua notte, le sue difficoltà, le sue tensioni nell'attesa, è alimentata e può

reggere nella misura in cui ciascuno dei due vive questa relazione con il Signore Gesù.

Allora vi può passare l'energia che consente di reggere la relazione con l'altro anche

quando essa assomiglia a una sfida, perché il Signore Gesù ha percorso lui per primo la strada

della fedeltà, portandola avanti addirittura a fronte dell'infedeltà dei suoi discepoli, addirittura

del tradimento.

Si dice che il padrone, tornando, se trova i servi in attesa, disposti, cioè pronti alla

relazione, si mette a servirli. Beati coloro che hanno mantenuto nella loro vita la porta aperta

per il giorno del Signore, perché questo consente a Gesù stesso di poter servire gli sposi. Nella

misura in cui non sono sprofondati nel sonno, ma hanno tenuta accesa questa relazione, allora

non mancherà di giungere Colui che, paradossalmente, da padrone si mette a servirli.

E se potrebbe sorgere il dubbio che queste sono parole del Signore Gesù, ma a queste

parole non seguono i fatti, basta ricordare il gesto concreto che egli fece nell'Ultima Cena, a

ricordo perpetuo che il tipo di relazione che installa con coloro che lo seguono, in ogni tempo

e in ogni luogo, è quella di diventare servitore della loro vita.

Qualche volta può sorgere l'idea che tra le coppie, tra l'amato e l'amata, e Dio ci sia

una sorta di concorrenza, tanto più nella nostra società secolarizzata; sembra si debba togliere

qualcosa all'amore coniugale. Non a caso i due comandamenti sono saldati in uno: il

prossimo, e non c'è nulla, nessuno, più prossimo del tuo coniuge, può essere amato nella

misura in cui l'amore tra i due è alimentato dall'amore di Dio.

L'ascolto di questa parabola invita gli sposi a paragonarsi ai servi: il padrone, il

Signore Gesù, ritorna e quindi i servi, i discepoli, sono paragonabili agli sposi. Ora, fin che

questo vale nei confronti del Signore Gesù, mi sembra non vi siano particolari problemi, tutto

può apparire persino attraente, essere servi del Signore Gesù non è certo un titolo di disonore

per due sposi. La musica cambia e, forse, può apparire stonata, qualora si voglia parlare del

legame tra gli sposi come un legame di servizio. Sarebbe interessante, per tutti coloro che

sono sposati già da tempo, ma comunque per tutti coloro che sono sposati, riandare alla loro

storia per chiedersi se mai si sono pensati l'un l'altro come servo della vita dell'altro. Spesso ci

si scambia qualche appellativo ("amore", "tesoro"), ma servo? Non deve l'amore essere

spontaneità, attrazione, trasporto, passione? E dunque come è possibile immaginare il

rapporto con l'altro in termini di servizio?

Sarebbe interessante scoprire che tipo di reazione sorge dentro, se uno tenta di

immaginarsi servo dell'altro: sono il tuo servo, sono la tua serva.

La continuazione della parabola vuole illustrare in che modo il divenire servo

dell'altro/a può alimentare l'amore, e lo fa introducendo questo contrasto tra il personaggio

dell'amministratore fedele e saggio e quello dell'amministratore invece infedele al suo

compito.

Cominciamo dal servo infedele; può essere che un coniuge sia nei confronti dell'altro

un servo infedele, così come viene narrato nella parabola. Che la vicenda matrimoniale possa

essere una vicenda di asservimento di uno (spesso ancora la donna) all'altro (spesso ancora

l'uomo), non ha bisogno di essere rimarcato. Non mancano ancora oggi mogli e madri che

rivendicano la propria dignità, e spesso giustamente, con la frase: "non sono mica la tua

serva!". Non mancano oggi neppure storie di servitù che sono vera e propria schiavitù. La

parabola, parlando di percosse, si avvicina alla realtà di non poche vicende familiari più di

quanto forse non osiamo immaginare. E senza che sia necessariamente schiavitù fisica,

mantenuta con la violenza sessuale e corporea, occorre anche considerare che c'è una forma di

schiavitù psicologica, morale, che stringe la vita dell'altro/a in catene soffocanti. Può essere

che l'altro sia ridotto in schiavitù; è uno dei rischi dell'amore coniugale, non c'è una relazione

in cui si può raggiungere un'intimità più grande, ma non c'è relazione in cui ci si può

"costringere" e "ridurre in schiavitù"; questa è la grandezza e, per certi versi, il rischio

dell'esperienza coniugale.

Si può allora essere servi dell'altro, dell'altra, senza divenirne schiavi e senza farla da

padroni? Per esserlo bisogna essere amministratori saggi e fedeli, dice la parabola. Per

descrivere in cosa consistano la fedeltà e la saggezza, la parabola dice che l'amministratore si

trova al lavoro: beato quel servo che, all'arrivo del padrone, verrà trovato al lavoro. Forse si

trova proprio in questo fugace accenno il segreto della fedeltà richiesta ai coniugi; il lavoro è

attività, e quindi probabilmente dobbiamo intendere la fedeltà non in termini meramente

passivi (la fedeltà è l'osservanza della parola data: "ci siamo sposati venticinque anni fa, hai

detto quelle cose, devi restare fedele a quelle cose dette"); tutto ciò è troppo poco e

insufficiente, oltre ad essere pericoloso, perché le persone cambiano e rischieresti di essere

infedele a tua moglie se la tratti così come l'hai conosciuta e viceversa.

La fedeltà dunque non è meramente passiva, ma creativa. Il segreto della fedeltà, più

che nello sforzo di non cadere nell'infedeltà, sta nel viverla creativamente. A questo proposito

cedo la parla a un coniuge, marito pacificato da quarantasei anni di matrimonio, che così

scrive (traggo da "La morale coniugale scompaginata", di A. Thellung):

"

Immaginiamo di dire al coniuge: "non ti tradisco perché c'è una legge che me lo

vieta" (e poi c'è il rischio di malattie, o di trovarsi, prima o poi, in situazioni imbarazzanti e

antipatiche). Insomma, "non ti tradisco perché non devo, o non è opportuno, farlo". Non

sarebbe umiliante e distruttivo mettere come base del rapporto coniugale un dovere anziché

un dono? Non sarebbe come firmare la condanna a morte dell'amore? Caratteristica del

moralismo sono i divieti, mentre la fedeltà creativa è tutt'altra cosa. Non è rinuncia a tradire

il coniuge, ma preoccupazione di riempire attivamente la sua vita per prevenire ogni

potenziale infedeltà, per eliminare quegli spazi vuoti nei quali subdolamente potrebbe

insinuarsi qualche forma di tradimento. L'infedeltà, infatti, si sviluppa facilmente quando

trova degli spazi vuoti. Spessissimo, tra i coniugi, si lasciano vivere non soltanto le

incomprensioni, ma anche ampie zone inesplorate, dove non ci si avventura per pigrizia, o

vigliaccheria, o superficialità. Le conseguenze possono essere disastrose: per questo è

fondamentale rendersi conto che qualsiasi cosa accada "dopo", la "colpa" risiede nelle

premesse. Riempire gli spazi coniugali è l'unico metodo efficace e concreto per eliminare

l'adulterio (non solo sessuale)

" .

Il matrimonio, e tanto più la famiglia, è unione di due e più persone. E' facile

immaginare e immediato constatare come la fedeltà possa essere vissuta creativamente

dall'uno/a e non dall'altro/a, o alternativamente dall'uno/a e non dall'altro/a. Vale in questo

caso il principio dei vasi comunicanti: la fedeltà dell'uno/a alimenta la fedeltà dell'altro/a;

l'infedeltà dell'uno/a mina la fedeltà dell'altro/a. Emblematicamente questo è espresso nella

vicenda dei divorziati che non si risposano: sotto il profilo cristiano la loro dolorosa

situazione è la testimonianza trasparente della qualità dell'amore di Cristo, la cui fedeltà è

risaltata in tutto il suo splendore non in una notte qualsiasi, ma "

nella notte in cui fu tradito

".

Vuol dire che la fedeltà coniugale non è impossibile o non ha finito di sussistere

neanche là dove possono giungere forme di frattura. Non voglio aprire una pagina su un

problema che non è il tema del nostro incontro di questa sera e cioè su coloro che avvìano

un'altra convivenza coniugale; ma voglio solo richiamare l'idea che i sentieri della fedeltà

coniugale, se seguono i sentieri della fedeltà di Cristo, possono talvolta giungere fino a questi

limiti estremi.

La chiusura della parabola sostiene che "

chi più può, più deve": "

a chiunque fu dato

molto, molto sarà chiesto e a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più

". Anche questa

esigenza merita di essere interpretata con saggezza, poiché non è esente da possibili rischi:

quello di indurre pigrizia nel coniuge infedele ("tanto l'altro mi deve comunque fedeltà, e

dunque…"), oppure quello di rimanere pigri assumendo come alibi il fatto che l'altro/a ha

ricevuto di più, e quindi deve dare di più.

Il matrimonio è un tandem, un tandem funziona anche quando pedala uno solo, ma

certamente quello che pedala paga un alto prezzo.

La parabola non si chiude con un lieto fine, si parla di percosse: "

il servo che,

conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà,

riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di

percosse, ne riceverà poche

". Insomma, sembra che ce ne siano per gli uni e per gli altri. Ora,

questo richiama la serietà della posta in gioco nella vita matrimoniale: la Parola di Dio non

assicura magicamente la tenuta e la riuscita del matrimonio, nondimeno non manca di

annunciare la via per ottenerla.

Mi piace concludere con questa frase che si trova sulla copertina di un libretto che si

intitola: "

Elogio del matrimonio, del vincolo e altre follie

". E' un libro scritto sulla fedeltà da

Cristiane Singer (Ed. Servitium), e per dire come la posta in gioco è seria, non è tutto scontato

neanche per le coppie cristiane, ecco la frase: "

Un matrimonio non si contratta, si danza; a

nostro rischio e pericolo

".

* * * * * *

Come possiamo trasmettere ai nostri figli un vissuto positivo, come parlare ai nostri

figli della fedeltà coniugale?

Io penso che i linguaggi familiari più efficaci siano quelli non verbali.

Ho la sensazione che però, ancor più che l'esempio e oltre all'esempio, sia decisivo il

tipo di clima che una coppia di genitori vive. Clima è la qualità della relazione, e questo non è

facilmente riconducibile a qualche regoletta.

Però mi sembra che certamente le cose passino in questi termini: qualche volta è

interessante notare come i messaggi rischiano di essere moralistici, là dove la mamma e il

papà dicono al figlio "fa' così perchè è giusto"; ciò che passa invece è la qualità della

relazione, là dove la fedeltà tra i coniugi è stata vissuta con realismo, credo non sia necessario

e neanche del tutto corretto nascondere ai figli le fatiche del matrimonio, di quello che capita.

Non è bene che due genitori vivano le difficoltà della loro intimità, della loro relazione,

totalmente da soli; e d'altra parte il fatto che i figli possano vedere come le difficoltà

incontrate vengono vissute, li farà portare a pensare "io, quando arriverò in quel sentiero, non

sarò del tutto spiazzato, avrò già visto qualcuno che ha fatto quel passaggio". E' un po' come

per un alpinista: di fronte a una parete, se tu hai già visto quello che ti precede non è detto che

tu riesca a passare senza difficoltà, però tu hai per lo meno una chance.

Spesso i figli diventano fonte di frizione tra il padre e la madre, perché a motivo del

figlio si hanno punti di vista diversi; credo non vi sia niente di meglio per un figlio che la

buona relazione tra il padre e la madre.

Là dove un uomo e una donna si amano, non c'è nulla da temere, perché non c'è un

bene maggiore per il figlio dell'amore tra i genitori, lui è nato da lì, l'origine di un figlio è

l'amore dei genitori e quindi nella misura in cui costoro coltivano anzitutto la loro relazione, il

figlio non può che trarne beneficio, sotto ogni profilo, anche quello di imparare come si farà

ad amare un uomo e una donna.

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L
Il mio compagno è pronto per la fedeltà (così dice...) ma vuole mantenere la vista, come negarglielo<br /> http://www.sposamiora.it/?p=312
Rispondi
N
<br /> <br /> E allora non mi resta che dirti  :  Hasta la vista baby !!!<br /> <br /> <br /> Riccardo<br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br /> ► 3:47► 3:47<br /> <br /> <br /> <br /> <br /> Alexia - Hasta la vista baby (2002) - YouTube<br /> <br /> <br /> youtube.com22 ago 2009 - 4 min - Caricato da Merkury86<br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br /> <br />  <br /> <br /> <br /> <br />