Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
Mal di voce
Nucci A. Rota
Aracne editrice S.r.l.
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Il primo giorno se ne andò nelle presentazioni reciproche e nell’esporre le motivazioni al corso da parte di tutti i partecipanti anche se in modo ancora generale.
Il professore, già nel primo incontro entrò nel merito del metodo che lui stesso mise a punto parecchi anni prima e che chiamò metodo psicofonico (vedi scheda 1 in Appendice).
Il metodo si basava sullo sfruttare le capacità terapeutiche della musica. Di tutte le definizioni, spiegazioni che venivano date al metodo, a Vittoria piaceva quella che lo identificava come un modo per introdurre la musicalità nella propria parola. Se gli altri parlavano di metodo o tecnica per lei era solo musicalità ed in quanto tale finì per accoglierlo nel proprio eloquio forse prima degli altri.
Vittoria uscì parecchio frastornata il primo giorno del corso, soprattutto per ciò che aveva sentito dal professore.
Di una cosa era però certa, sia il professore che la dottoressa le piacevano molto, sul gruppo era forse un po’ prematuro esprimersi ma per esempio la signora Lucilla, così diversa dalla sua mamma, la interessava parecchio.
Tra i ragazzi fu colpita da Walter, forse per la sua bellezza ma anche per la singolarità della sua motivazione al corso, non portare nella futura vita di coppia la sua balbuzie. Non vedeva l’ora che arrivasse il giorno dopo.
Arrivò il lunedì così come gli altri pomeriggi e Vittoria ogni giorno apprendeva nuove cose sulla balbuzie in generale, ma anche sulla sua in particolare e le pareva con le nuove conoscenze di smontare a poco a poco un tabù fortemente radicato in lei.
Le sembrava di trovare risposta ad una serie di domande che fin lì aveva fatto a se stessa, ma anche ai suoi familiari, senza mai trovare una risposta esaustiva.( scheda 2 in Appendice)
Durante il secondo giorno si parlò di come il corso poteva rappresentare uno spartiacque nella nostra vita, il prima era rappresentato da noi che in grande solitudine e sofferenza cercavamo di gestirci la balbuzie, il dopo che poteva vedere un grande cambiamento sia del nostro linguaggio sia della nostra vita, perché imparavamo a governar la balbuzie e non più a subirla.
questo poteva essere facilitato dal coltivare nuovi valori e Vittoria rimase molto colpita quando si iniziò a parlare del valore della lentezza.
Lei ci era già arrivata a tutto ciò, basta pensare alla sua amicizia con Alina che nacque sulla lentezza araba dell’amica, ma solo con il corso alcune sue intuizioni, sensazioni riuscirono a tradursi in un pensiero più sistematico e fissarsi così nella mente più facilmente. Questo della lentezza è l’esempio più eclatante, ma anche altri aspetti legati all’essere balbuzienti, trovarono solo nel corso una spiegazione che permise a Vittoria di avere maggior consapevolezza di sé e dei suoi stati d’animo.
Un altro argomento che le piacque parecchio fu quando si parlò dell’iceberg della balbuzie ( scheda N. 3 in appendice).
La balbuzie come iceberg in cui la parte emergente è il linguaggio con blocchi, inceppi etc, ma la parte sommersa è tutto ciò che vive la persona senza che questo si manifesti all’esterno.
Certo, capiva che tutto ciò non era sufficiente ad acquisire fluenza verbale ma sicuramente le era di grande aiuto, ed ancor più lo era lavorare attorno a questi temi in gruppo.
Le ore del corso passavano nell’apprendere sempre più sulla balbuzie, nell’eseguire gli esercizi di fonetica che consistevano appunto nell’usare la musicalità nel proprio linguaggio, ma anche nel discutere molto in gruppo socializzando agli altri i propri vissuti passati da persona balbuziente. Questo’ultimo aspetto non era cosa facile e presupponeva un affiatamento tra i componenti del gruppo.
Nei primi giorni si coglieva che ciascuno cercava di studiare gli altri, che era molto difficile riuscire a parlare di se stessi, delle proprie esperienze di “tartaglioni”, ma furono Lucilla ed Angela, forse perché donne adulte, a rompere il ghiaccio iniziando a descrivere nei dettagli i loro stati d’animo, il senso di vergogna ma anche tutti quei sintomi fisici che tutti noi conoscevamo.
Vittoria, era all’inizio la più silenziosa, con Andrea che rimase silenzioso anche alla fine, ma negli ultimi giorni lei riuscì a partecipare attivamente alla vita del gruppo.
Si accorse di quanto facile fosse stare con persone che condividono gli stessi disturbi e come ci si sente alleggeriti quando si riesce a parlare della propria sofferenza. Condividere il proprio dolore significava già stare meglio.
Le sembrava che il livello di ansia che provava singolarmente, si abbassasse nel gruppo e che questo veniva vissuto anche dagli altri partecipanti. Nicola era decisamente meno irrequieto ed anche le smorfie sembravano ridursi, Lucilla era la più vivace ed estroversa e quando la conversazione sembrava languire lei rilanciava il discorso magari con una battuta o con una acuta osservazione. Anche Walter sembrava meno teso, pur continuando a dire che per lui il gruppo era una zona franca, solo quando si sarebbe sentito così anche in altre situazioni poteva dirsi sod-disfatto.
L’unico forse che riuscì a farsi coinvolgere poco dal gruppo fu Andrea. La balbuzie nel suo caso aveva agito pesantemente sulle relazioni sociali, senza donne ma anche senza amici da quel poco che lasciava intuire. La sua vita trascorreva tra la vecchia madre ed il lavoro dove anche lì non aveva legami. Era comunque sempre molto attento a quel che si diceva e sembrava accettare le nostre riflessioni.
Ciascuno di noi nell’ascoltare gli altri si sentiva un po’ più importante, spostare l’attenzione dai propri problemi ai disagi altrui era estremamente gratificante perché al contempo ciascuno avvertiva di prendersi cura degli altri, ma al contempo si sentiva dagli altri curato.
A volte qualcuno nel gruppo faceva un’affermazione che Vittoria aveva sentito in famiglia o a scuola. Il sentire nel suo gruppo quell’opinione le sembrava più credibile, più accettabile.
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