Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
racconti di sedicenni tossicodipendenti che cercano roba il giorno di Natale
Il solito paio di guanti
di Giampiero Cordisco
C’è Caterina che gioca con le mani dentro il presepe. E c’è mia madre. E
lo sguardo di mia madre che dice tutto. Poi c’è Giacomo, mio fratello,
dieci anni più di me e già una figlia di tre. “Le mani dentro la capanna
no,” dice mia madre a Caterina, ma lo sguardo di mia madre cerca
quello di Giacomo, solo che Giacomo non ha proprio l’abitudine di
riprendere sua figlia se sua figlia sta facendo una cazzata (spostare il
bambinello dalla capanna al laghetto e mettere al suo posto, dentro la
mangiatoia, uno a caso fra il bue e l’asinello è quello che mia madre
tenderebbe a definire una cazzata) e poi Giacomo è in salotto, alle prese
con l’aperitivo natalizio e soprattutto con nostro padre, che gli sta
illustrando la sua ultima teoria su queste giovani donne che ti lasciano
con una figlia di tre anni per andarsene con dei cinquantenni con tre
nomi e due cognomi e un centinaio di cravatte orrende. La parola
“puttana” risuona così spesso che mia madre si sente in dovere di
mettere un po’ d’ordine. “Ti ricordo che è Natale,” dice. “E comunque
potete venire di là che iniziamo.” Caterina non mi ha mai chiamato zio,
adesso che ci penso.
Al tavolo, sul lato che dà sulla libreria, c’è mia nonna. Ha davanti
un’esposizione di tartine e bruschette che manda giù come se fosse stata
a digiuno dallo scorso Natale, e si sente il cloc cloc della dentiera. Non ha
un dente suo, però si abbuffa di bruschette. Io chissà se riesco a
mangiare. Oggi sto a secco, e prego Dio di non stare troppo male mentre
tutti gli altri iniziano a pregare Dio per il cibo che ci ha donato e perché
provveda anche per chi non ne ha. Quest’anno, fra gli zii di Germania e
relativa cuginanza con le ferie bloccate, quella stronza che ha mollato
Giacomo, zio Enrico che se ne va al mare a Sharm (ma è una palla: io e
Giacomo lo sappiamo, che se n’è andato in Tailandia a ripulirsi le
valvole) – quest’anno mancano un po’ di persone, e la cosa dispiace un
po’ a tutti, tranne a mia madre che ha preparato per la metà della gente
e laverà la metà dei piatti e forse ce la farà ad andare alla messa delle
sei. A me va piuttosto male: meno persone al pranzo di Natale uguale
meno bustine con soldi, uguale meno roba, meno botta, meno gioia e
spensieratezza, più lacrime e stridore di denti. Mi viene un brivido, un
preavviso, qualcosa che mi dice di stare accorto. Fra un po’ inizierò a
sentirmi morire.
Ho diciott’anni e sono un tossico. Definisco il concetto, fra me e me,
quando la sorella di mia madre, Giovanna, mi dice che mi vede sciupato.
Mi sono venduto il motorino nuovo, zia Giovanna, solo per farmi dei buchi
nelle braccia. Vorrei dirglielo, ma non glielo dico, faccio spallucce. Zia
Giovanna non si è sposata, la chiameranno signorina fino a quando non
morirà – e forse anche dopo. Giacomo mi ha detto di alcune voci secondo
cui si sputtana giorno e notte nelle chat alla ricerca del maschio, del
vitello d’oro che dovrebbe sposarsela a quarantasette anni, non proprio
brutta ma decisamente esaurita. Io non so se crederci: secondo me si
guarda solo tonnellate di video su youporn. Zia Giovanna è zitella,
malata di mente, beve solo Fanta e qualche volta si piscia addosso, però
sa navigare in Internet e gestisce il sito dell’azienda di mio padre (che
non si piscia addosso e sa illustrare nei dettagli i pro e i contro di
qualsiasi profilo in alluminio ma non ha mai imparato ad accendere un
computer). Mia madre le riempie un bicchiere di Fanta e la distrae il
tempo giusto perché Giacomo le metta nei tortellini in brodo una
pasticca che chiamiamo terapia. Una volta ne ho ingoiata una e sono
andato con gli altri in montagna e ricordo soltanto di essermi svegliato
da solo, il mattino dopo, e non sapevo neppure dove diavolo mi trovassi
ed ero tutto sporco di vomito e non sapevo se quel vomito fosse il mio. A
proposito: ecco il secondo brivido d’avvertimento, mi è corso fra le
scapole come una stella cometa, ma col cavolo che arriveranno i Re
Magi a portarmi oro incenso e roba. Il secondo brivido è quello che mi
introduce alla voglia, poi la voglia diventerà desiderio fisico e il desiderio
fisico si trasformerà in bisogno e necessità, e il bisogno/necessità si
indurirà sulla mia schiena come il legno di una croce pesantissima –
altro che Natale, altro che mangiatoia, altro che Adeste fideles.
Non ho un soldo per farmi, figuriamoci per farmi delle belle vacanze. La
prospettiva è quella di starmene in casa di giorno per uscirne solo la
sera, cercare di rimediare qualcosa con gli altri, fare infinite soste di
grappini e fernet al bar prima di indovinare la serata che al massimo
potrà portarci in qualche concerto o veglione o tombolata o mercante in
fiera in cui metteremo nel montepremi anche delle pillole di subutex che
Cico avrà rubato al SERT. Non ho ancora un piano per la notte di
Capodanno, ma succeda quel che succeda dovrò rimediarmi un po’ di
roba entro il trenta, che poi già lo so che scompariranno tutti. Non è per
niente facile, così. Le subutex vanno bene fino a un certo punto: iniziare
l’anno nuovo fatto di una specie di surrogato mi porterà male di sicuro.
Mio padre mangia in silenzio, beve in silenzio, e ogni tanto getta
un’occhiata di intesa a Giacomo, e fra loro due vedo che si materializza
ancora l’eco della parola “puttana”, e lo vede anche mia madre, che per
non pensarci prende in braccio Caterina e le imbocca lentamente delle
lasagne che sembrano cervella spappolate. Caterina non ha detto una
parola da quando è arrivata: Giacomo ne sta parlando con papà, dice
che non sa come fare, dice che pensa a qualcosa tipo assistente sociale o
insegnante di sostegno o psicologo dell’infanzia, dice che non sa. Mio
padre ripete a denti stretti “quella puttana”, poi butta giù un bicchiere
di vino pieno fino all’orlo. Mamma tiene le mani aperte sulle piccole
orecchie innocenti di Caterina. La TV è accesa e me ne accorgo solo
quando si materializza Mara Venier che strilla “Buon Anno a tutti” e
poi si corregge con la scusa della diretta e si mette a ridere con Massimo
Giletti e sono tutti e due così coglioni che mi viene di colpo la strana
voglia di sentire il Bambino Bauli che canta A Natale puoi – ma dura
poco. Il cloc cloc della dentiera di mia nonna dà un che di sereno alla
tavolata ristretta: è consuetudine domestica, armonia, nucleo familiare,
Buon Natale. Una pentola sempre sul fuoco. Però arriva comunque un
terzo brivido. È una pentola a pressione: può scoppiare.
Mamma si dà da fare in cucina, prepara i piatti che poi zia Giovanna
porta in tavola. Questo dovrebbe essere il secondo, il primo di chissà
quanti, arrosto di chissà che. Caterina sta in mezzo ai piedi, ma non
sembra partecipare alle cose, un po’ come me, che almeno sto in
disparte. Nel mio angolo di astinenza, decido che sto troppo di merda
per continuare a fingere di mangiare. Sudo freddo, mi sento legnoso,
stringo i denti. Giacomo mi guarda come il fratello maggiore che ha
capito tutto ma vuol comunque farti notare che le tue sorti con la droga,
al momento, sono la sua ultima preoccupazione. Papà sta guardando
l’oroscopo di Branko, Caterina guarda nonna che fa cloc cloc con la
dentiera, nonna non guarda niente e comunque ci vede quasi zero. Ci
fosse zio Enrico avrei già una cinquantina d’euro in tasca, mi ci farei
una stagnola in garage, dove c’era il motorino che non c’è più. Una
stagnola per stare buono, adesso. Ci fossero quelli dalla Germania sarei a
posto fino alla Befana. E invece mi toccherà scartare il pacchetto che
vedo sul divano, e sarà il solito paio di guanti con l’interno in pile,
resistenti allo zero assoluto, come se dovessi andarci in Antartide, come
se non ne avessi già un cassetto pieno. Mi alzo, sguscio dietro mia nonna,
afferro il pacchetto e vado di là. Chiamo il tipo.
“Pronto.”
“Ciao, Abdul, sono io.”
“Ah, ciao bello!”
“Senti… allora ci si può trovare verso le cinque…”
“Sì sì, vai, tutt’apposto.”
“Eh… Abdul, senti: io c’ho… io c’ho venti euro.”
“E allora niente, o mi dài soldi tutti o niente.”
“Aspetta aspetta: senti… io… io c’ho un paio di guanti, nuovi, c’hanno
sempre l’etichetta…”
“Nz nz nz nz nz…”
“No ma… ma sono belli… e poi ti fanno comodo a te, con questo
freddo… sei africano…”
“Ma che cazzo vuoi, dammi soldi, ci vuole trent’euro almeno…”
“Dài, Abdul, per stavolta… ti porto venti… e i guanti. Dài, è Natale…”
“E m’importa un cazzo a me del Natale, io mussulmano…”
“Ma per favore, Abdul…”
“’Nz nz nz nz nz…”
“E dài cazzo, Abdul, sto male!”
“E se stai male vai ospedale.”
Esco di corsa, mia madre mi insegue per le scale urlandomi di aspettare
almeno il panettone, che stando ai miei calcoli potrebbe materializzarsi
sul tavolo natalizio fra non meno di tre ore. Vorrei anche, ma tre ore in
questo stato, inchiodato al mio posto a guardare le pietanze che
arrivano e spariscono come in linea di montaggio, la luce ferma che
entra dal balcone, Caterina con lo sguardo spento, zia Giovanna che
potrebbe pisciarsi addosso da un momento all’altro, papà che apre bocca
solo per imprecare a denti stretti, la dentiera di nonna che fa cloc cloc,
Malgioglio in TV che canta Bianco Natal – tre ore così non le sopporterei
neppure se avessi la certezza di una bustina piena di polvere scura e
appiccicosa nel taschino della camicia. Mi viene richiesta una soluzione
immediata: è il mio corpo che comanda, il mio corpo adesso reclama
come minimo una fumata di cobret.
Sul mobiletto, nell’andito in fondo alla scalinata: le chiavi di casa di mia
nonna. Le afferro, esco di casa, faccio le scale esterne, entro in casa di
mia nonna con passo molle, vado in camera sua. L’occasione fa l’uomo
ladro e aguzza l’ingegno del tossico che cerca soldi, e pur non sapendo
dove cercarli il tossico sviluppa l’intuito giusto e apre il cassettone in
camera da letto della nonna portatrice di dentiera sonante, e in non più
di dieci secondi, rivoltando con cura sottane e mutandoni e scialli e calze
color carne spesse come feltro, la mano ladra del tossico arriva al centro
esatto dell’azione. D’altronde mia nonna di pensione prende quasi nulla,
ma tanto cosa dovrà farsene dei risparmi? Quante paia di guanti potrà
comprarci? Prendo solo cento euro, una banconota e basta, ce la rimetto
appena le cose vanno meglio. Lo giuro. Chi non si fiderebbe della parola
di un tossico? Esco con attenzione e torno su per rimettere le chiavi sul
mobiletto in casa mia. Nessuno mi sente rientrare. C’è solo Caterina in
cima alla scalinata che mi guarda senza interesse. Dovrò dire a Giacomo
di comprarle dei vestitini più decenti. Metto l’indice davanti alla bocca e
le rivolgo uno sguardo da vero zio mentre mi chiudo alle spalle il portone
in alluminio verniciato.
Allora cosa faccio: corro verso la stazione. Ma se dico “correre” è solo
perché ormai ci sono quasi, vedo il compimento a non più di venti
minuti, il boss del Natale S.p.a. che mi aspetta al solito pilone. In realtà
non sto correndo: mi sto solo affrettando, guido il mio corpo verso la
meta, e il mio corpo si muove a scatti convulsi e ridicoli come un
burattino rincoglionito. Ho la sensazione di correre su un tapis roulant
ma in direzione contraria. Ai due lati della strada le finestre illuminate
dal caldo metaforico del Natale-con-i-tuoi, con tutto il corollario di
regali, dolci, bambini che recitano poesie in piedi sulle sedie, adulti
annoiati che fanno il conto di quanto è costato il pesce, lucine
intermittenti. A casa mia saranno arrivati a finire l’ennesimo secondo, il
vino avrà fatto lievitare le preoccupazioni di Giacomo, Caterina non
reciterà nessuna poesia, mio padre starà iniziando a desiderare il divano.
E mia madre inizierà a pensare ai piatti da lavare, a una lavastoviglie
dei desideri che neppure quest’anno le darà una mano. Mia nonna ha
appena perso cento euro nascosti in un cassettone e la sua dentiera
continuerà a fare cloc cloc. Le mie vacanze inizieranno fra mezz’ora al
massimo, mi entreranno nel sangue e mi sentirò pronto e giusto come il
bambinello nella paglia. Poi incontrerò Cico e Laura e Giovanni e
faremo il conto di quello che abbiamo prima di decidere il da farsi. Corro
nel freddo, scivolo sulle pozzanghere brinate, faccio nuvole di vapore che
mi nascondono al mondo. Ho l’osso del collo indurito, le scapole che
premono, i muscoli delle gambe elastici come potrebbero esserli se fossi
morto. In giro non c’è un’anima. Non nevica da quanto è freddo. Vado
dritto alla meta senza bisogno di stelle comete.
Arrivo, sono arrivato, ci sono quasi. La stazione la sento prima di
vederla, prima di girare nel piazzale, è un’impressione olfattiva, il puzzo
di fritto che arriva dal McDonald’s che nell’aria gelida e secca è ancora
più nauseante, come sterilizzato, farmaceutico. Esiste un motivo perché
McDonald’s sia aperto il giorno di Natale? No – o forse sì, forse il motivo
è l’hamburger a un euro che sfama un po’ di derelitti umani e ingrossa i
loro fegati già messi male. La stazione sembra abbandonata, chi volete
che parta il venticinque dicembre alle tre e mezzo. Volontari di qualche
associazione caritatevole fanno la ronda alla ricerca di barboni mezzi
assiderati da salvare, portano thermos di caffè, panettoni equi e solidali,
coperte. È Natale per tutti: per i benpensanti e per i messi male, per le
famigliole felici e per quelli che dalla vita hanno preso solo bastonate,
per i manager e per gli alcolizzati, per i senzatetto che hanno iniziato
come me e che adesso non hanno più denti. È Natale anche per il
sottoscritto, lo è ancora di più adesso che vedo Abdul al solito posto,
vicino alla cabina telefonica fuori servizio. È lui: il mio Babbo Natale
con le Nike di renna nuove. Arrivo, sono arrivato. Ciao, Abdul.
La meccanica è semplice, ma la meccanica non mi interessa. È lo
scambio del sangue nel cilindretto di plastica opaca, il sangue che si
mescola con la roba, il sangue arricchito ributtato in vena. Tutto qui. La
meccanica non mi interessa. Quello che mi interessa è la botta, l’inizio di
queste vacanze molli, nel sottopassaggio deserto. Da brava persona
lascio la siringa usata sulla macchinetta obliteratrice e torno indietro, a
guadagnarmi una poltroncina in sala d’attesa. Adesso va bene, il corpo è
ritornato elastico, la temperatura è bella, non ho freddo e i brividi sono
un ricordo lontano. Mentre faccio le scale per risalire mi sembra di non
toccare il suolo: roba eccezionale, Abdul. Mi sbraco su una poltroncina
vicino al finestrone: sono solo, e l’aria fuori è livida, tutto sembra
racchiuso in un guscio di madreperla, o di ovatta, e io sono fatto come
un pastorello davanti alla capanna, con un’erezione in corso, il calore
negli avambracci, le gambe che non sento più. È tutto così immobile. La
distesa dei binari vuoti sembra un disegno uscito male. E intanto, come
una liberazione, mentre mi arrivano piacevoli conati di vomito e sembra
che mi stia pisciando nelle mutande e non riesco a tenere gli occhi aperti,
inizia a nevicare una roba finissima e congelata che cade sulla terra
senza far rumore, come se gli fosse dovuto.
E tutto imbianca in fretta – il mondo un enorme pandoro.
Mi ribalto sulla poltroncina. Vomito. Poi mi sa che svengo.
Buone vacanze, a me.