Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
http://ditotest.areato.org/sogni-segni-disegni/la-leggenda-dellalbero-di-natale/
La leggenda dell’albero di Natale
Diego Mecenero
– Al ladro! Al ladro!
I due baffuti gendarmi correvano più che potevano facendosi largo tra la folla del mercato.
– Al ladro! Fermate quel bambino! – gridavano quando riuscivano a prendere fiato.
La gente si voltava di scatto verso la loro voce e, girando lo sguardo all’intorno, cercava di vedere chi fosse il ladruncolo che le due guardie stavano inseguendo.
Il piccolo ladro si chiamava Casimiro e, agile come un capriolo, stava facendo loro perdere le sue tracce tenendo ben stretto in pugno il pezzo di carne che aveva appena rubato da una bancarella del mercato.
Casimiro era un bambino di sei o sette anni, vestito poveramente e con le scarpe piuttosto consumate dal tempo. Eppure, anche se c’era ancora della neve qua e là in quello sperduto villaggio al nord della Germania, le sue gambe controllavano alla perfezione la sua rapida corsa.
I due poveri gendarmi, invece, patapumfete! …si ritrovarono presto entrambi col sedere per terra e il piccolo poté scomparire dalla loro vista con facilità.
I nascondigli abbondavano tra gli anfratti di quelle povere case del primo ‘800 e, poco dopo, Casimiro era seduto nella penombra di un angolo ad addentare in santa pace il suo pezzo di carne.
Viveva così da quando, poche settimane prima, era fuggito dall’orfanotrofio: dormiva al freddo in qualche stalla abbandonata e rubava il cibo dalle case nelle quali riusciva ad intrufolarsi.
– Oh, poveri noi! – sentì esclamare all’improvviso sentendo arrivare qualcuno da in fondo al vicoletto.
– Adelaide mia, come faremo ora? Con i soldi della vendita di quel pezzo di carne avremmo potuto pagare il nostro debito! – disse un uomo, rivolgendosi con lo sguardo sconsolato verso una donna.
– Non preoccuparti, Teobaldo – gli rispose la donna – Vedrai che troveremo una soluzione, ne sono sicura.
– Speriamo bene! – aggiunse il pover’uomo grattandosi la testa – Altrimenti il padrone ci scaccerà di casa e dovremo dormire al freddo!
I due passarono accanto a Casimiro senza accorgersi della sua presenza. Il bambino li vide e li riconobbe: erano proprio i due che stavano alla bancarella del mercato dalla quale lui aveva sottratto quel bel pezzo di carne. Ascoltando quei discorsi provò rimorso per quanto aveva fatto e non riuscì più a mangiare nemmeno un boccone di quel cibo.
Appena i due non furono più vicini a lui, Casimiro si alzò e cominciò a seguirli da lontano. Voleva vedere dove abitavano e, quasi quasi, stava pensando di restituire loro quel pezzo di carne.
Ma, proprio in quel momento, vide sbucare fuori da un vicoletto i due baffuti gendarmi che prima lo inseguivano e si nascose dietro un portone.
Quando uscì di nuovo allo scoperto, qualche minuto più tardi, non c’era più nessuno, né i gendarmi, né quella povera coppia. Non avrebbe mai saputo dove abitavano e non avrebbe mai potuto restituire loro il maltolto.
Peccato, perché quell’uomo e quella donna li aveva potuti per un attimo vedere in faccia e, nonostante i loro tristi discorsi, era rimasto incantato dalla loro dolcezza. Così, ora, la sua fantasia stava volando… volando lontano, forse troppo lontano per lui che il suo papà e la sua mamma non li aveva nemmeno mai conosciuti.
Il povero piccolo Casimiro tirò un lungo sospiro di sollievo e si avviò alla ricerca di un posto dove passare la notte.
Il Natale era ormai vicino e il freddo si faceva sentire in maniera prepotente. Bisognava trovare un riparo prima che scendesse il sole dietro ai tetti del villaggio.
Dopo un po’, Casimiro riuscì ad infilarsi in un vecchio deposito di mattoni abbandonato e si strinse nelle spalle la piccola giacca tutta rattoppata per meglio ripararsi dal gelo del vento, ma quella notte non riuscì a chiudere occhio.
Il mattino seguente, appena il sole fece trapelare i suoi primi raggi luminosi, Casimiro si alzò di scatto in piedi: aveva avuto un’idea grandiosa. Sarebbe tornato al mercato e avrebbe ritrovato forse lì quei due signori. Se li avesse trovati avrebbe potuto restituire loro il pezzo di carne rubato.
Si incamminò tenendo ben avvolta la refurtiva in un pezzo di carta e nel giro di pochi minuti raggiunse la piazza dove ogni giorno si faceva il mercato.
Non ci volle molto a riconoscere l’esatto posto nel quale, il giorno prima, egli aveva malamente allungato la mano su quel cibo e lì, proprio lì, vide che c’era ancora quell’uomo e quella donna. Ebbe un sospiro di sollievo.
Ora, però, gli venivano mille dubbi: e se l’avessero picchiato? Se l’avessero denunciato e consegnato ai gendarmi? Oddio, no! Mai e poi mai! Quelli di certo l’avrebbero prima o poi riportato all’orfanotrofio e questo fatto Casimiro non sarebbe mai stato disposto ad accettarlo. Che fare, allora?
– Che succede, piccolino? Hai bisogno di qualcosa? – fece una vocina.
Casimiro si voltò di scatto e vide un’anziana signora che portava sulle spalle della legna mezza bruciata.
– Oh, di nulla, signora! – rispose Casimiro – Non ho bisogno di nulla!
– Ne sono felice – proseguì la vecchierella, e aggiunse – Tieni, prendi un po’ di questa legna, ti servirà forse per riscaldarti!
L’anziana signora depose quindi a terra quanto stava portando sulle spalle e diede a Casimiro un piccolo fascio di bastoncini di legno.
Il bambino ringraziò e salutò, stupito per l’inaspettata cortesia. Poi, guardando quello strano dono di legna mezza bruciacchiata, gli venne un’altra idea: avrebbe potuto usare uno di quei bastoncini come carboncino per scrivere un messaggio sulla carta che avvolgeva la carne. In questo modo avrebbe evitato di dover incontrare di persona quell’uomo e quella donna.
Prese un bastoncino ben annerito sulla punta e, grattandosi ben bene la testa per meglio ricordare le nozioni di abbecedario apprese all’orfanotrofio, scrisse:
“Mi dispiace di aver rubato la vostra carne. Ve la restituisco. Mi sarebbe piaciuto conoscervi perché avete un viso buono, ma ho immaginato che siete molto arrabbiati con me e così vi ho scritto questo messaggio”.
Il piccolo rilesse ciò che aveva scritto e, soddisfatto di quanto stava per fare, si avvicinò alla bancarella dei due, vi posò sopra la carne e poi scappò via senza nemmeno voltarsi.
Proprio in quel momento, da un angolo della piazza giunsero le note di un canto natalizio. Era la vigilia di Natale e un coretto di bambini stava offrendo a tutti il suo repertorio musicale.
All’udire questo, Casimiro rallentò un po’ la sua corsa e una lacrima gli scese sulla guancia. Pensava a come quei bambini fossero fortunati ad avere una casa e una famiglia.
Uscì dalla piazza del mercato e andò a nascondersi nello stesso posto del giorno precedente. Lì gli venne da piangere e, dopo un po’, cadde addormentato.
Lo svegliarono delle voci. Erano loro, erano ancora quei due.
– Come siamo stati fortunati con quel pezzo di carne, Adelaide mia! – stava dicendo l’uomo.
– Davvero, Teobaldo, siamo stati davvero fortunati: non dovremo lasciare la nostra povera casetta! – aggiunse la donna.
Casimiro non mosse un dito e li vide passare nuovamente accanto a sé. Erano sorridenti, questa volta, e la loro dolcezza traspariva ancora più del giorno precedente.
Certo però, pensava, se l’avessero trovato gli avrebbero dato di certo un bel paio di ceffoni e l’avrebbero portato dai gendarmi. Ma Casimiro si fece coraggio e li seguì fino a casa.
Arrivati, vide che era un’abitazione povera ma dignitosa, con un bel giardino nel quale era piantato un giovane abete.
Li vide entrare in casa e rimase fuori. Non sapeva cosa fare. Poi tirò fuori dalla tasca della giacca il legnetto che aveva poco prima usato per scrivere e su un pezzo di carta scrisse:
“Mi chiamo Casimiro, sono il bambino che vi ha rubato e restituito la carne. Se non siete arrabbiati con me mi piacerebbe salutarvi. Verrò di nuovo qui stasera e capirò che mi avrete perdonato se vedrò appeso sul vostro abete in giardino un fiocco colorato”.
Mise il biglietto davanti all’ingresso di casa e per il resto del giorno il piccolo Casimiro vagò per il villaggio continuando a pensare a cosa sarebbe successo quella sera. Sarebbe tornato da quei due o no? E loro avrebbero messo un fiocco colorato sull’abete davanti a casa o no?
I pensieri si accavallavano tumultuosi e, a mano a mano che il sole calava dietro i tetti del villaggio, il suo cuoricino batteva sempre più forte.
Alla fine si fece coraggio e, verso l’imbrunire, si avviò verso quella casa. A mano a mano che si avvicinava il cielo si faceva sempre più nero.
Casimiro sentiva il cuore battergli dentro alla gola. Guardava per terra. Non aveva il coraggio di sollevare lo sguardo per timore di vedere quell’abete, e di vederlo senza fiocco.
Mancava ormai poco e, stranamente, più si avvicinava a quella casa e più sentiva crescere uno strano vociare di gente.
Alzò gli occhi. Da sopra i tetti salivano tenui raggi tremolanti di luce. Cos’era? Davvero il piccolo non lo sapeva. Era forse caduta una stella dal cielo?
Arrivò all’ultimo angolo da svoltare e sospirò profondamente, sapendo bene che dietro di esso avrebbe visto la casa e l’abete.
Si fece coraggio e andò avanti. Quello che vide non si può raccontare: il buon Teobaldo e la moglie Adelaide avevano riempito di mille fiocchi colorati il loro abete. Avevano avuto paura che uno solo forse poteva non essere notato.
E non solo. Era ormai buio e per questo avevano acceso anche tante candele e le avevano messe qua e là tra i rami.
Era un vero spettacolo quell’abete in quella notte di Natale e tutto il villaggio era lì a chiedersi cosa significasse tutto ciò.
A Casimiro il cuore tamburellava di gioia e le lacrime gli scendevano copiose dagli occhi. Corse verso l’ingresso della casa e…
– Preso!
…si sentì afferrare da dietro per le spalle. Erano i due gendarmi del giorno prima, che l’avevano visto e riconosciuto.
– Ora ti sistemiamo noi, bricconcello!
Casimiro rimase impietrito e la gente alzò il volume del suo bisbiglìo, fino a che tutti non videro aprirsi la porta di quella casa.
Teobaldo e Adelaide uscirono sorridenti mano nella mano e si diressero verso il povero bambino.
– Casimiro? – fece la donna rivolgendosi al piccolo con lo sguardo.
– Sì… – sussurrò con un filo di voce il bambino.
– Dai, vieni in casa, è tardi ormai – aggiunse l’uomo, tendendogli la mano.
I gendarmi, stupefatti, lasciarono la presa e Casimiro finì tra le braccia di Adelaide e Teobaldo.
La gente capì e applause. Solo le due povere guardie andarono via grattandosi la testa perché non c’avevano capito nulla.
Da quella volta, ogni anno Casimiro Adelaide e Teobaldo addobbavano in quel modo l’abete del giardino e, dopo qualche anno, cominciarono a fare la stessa cosa anche tutti gli abitanti del villaggio.
Un gesto di grande amore aveva reso luminosa quella strana notte di Natale e ogni anno era bello poterlo ricordare.