Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
https://docs.google.com/viewerwww.servizisocialionline.it/documenti/sorellamorte
L'ARTICOLO DEL MESE
di Ugo Albano
Sorella MORTE
Essere uomini oggi significa vivere in una dimensione di immortalità, di
eterna giovinezza, di costante ricerca di perfezione. Spesso ciò che non
è sano, bello o gradevole ci riporta invece nell’essenzialità di quel che
realmente siamo. L’incontro con la morte altrui o la sola lontana idea di
dover morire ci mandano in crisi perché veniamo costretti, volenti o nolenti,
a confrontarci con la nostra fragile natura. Conviene quindi ritornare ad
essere uomini, uscire dai tanti miti su noi stessi e cercare un senso nella
nostra vita: in tutto ciò l’approcciare in maniera sana la morte ci può aiutare
non poco.
L’uomo ha d'altra parte sempre visto la morte come un fatto naturale,
visto che, in passato, morire era esperienza non solo diffusa, ma pure molto
probabile. L’uomo delle caverne con la clava in mano usciva a caccia con
la piena consapevolezza di poterci lasciare la peIle. Il pescatore in mare
sapeva benissimo che il naufragio era esperienza assai probabile, tant’è che
per millenni si è preferito pescare sottocosta. Per non parlare delle malattie,
dalla peste alle influenze, passando per le congestioni o gli assideramenti,
morire è sempre stato un fatto normale. Normale lo è stato anche come
scontata condizione per vivere: per procacciarsi cibo o per sopravvivere gli
uomini hanno dovuto sempre prendere le vesti del cacciatore o del soldato
(ricordo che la leva volontaria esiste solo da qualche decennio nel mondo)
e quindi accettare il rischio di perdere la vita "per campare". L’uomo, in fin
dei conti, è sempre stato un animale: come il leone rischia le cornate dello
gnu per cibarsi o come il gatto selvatico rischia di fracassarsi al suolo per
beccarsi un topolino, allo stesso modo l’uomo rischia la vita ogni giorno solo
per sopravvivere.
Per comprendere ciò occorre fare un piccolo sforzo mnemonico su come
nella stessa Italia era percepita la morte nella cultura contadina fino a
qualche lustro fa. In quest’operazione può anche aiutare la lettura di testi
di antropologia, scienza che, indagando culturalmente le società primitive,
meglio è riuscita a fotografare l’argomento in questione. Fatto sta che la
morte, vista come fatto naturale, ha sempre fatto sviluppare agli uomini
rituali in tutte le società arcaiche: dalle tombe egizie ed etrusche agli odierni
funerali l’uomo ha sempre dedicato alla morte tanto senso e tanta
attenzione, mai dimenticando di accompagnare il defunto e la sua famiglia
tramite la vicinanza e la condivisione.
Questo è l’aspetto preminente dell’uomo: se per gli animali è normale
abbandonare i morti (anche se -la zoologia ce lo dimostra- alcuni di loro,
dalle scimmie agli elefanti, mostrano attaccamento e commozione di fronte
alla morte di loro simili), per l’uomo non lo è mai stato. Ci sono addirittura
dei ritrovamenti dell’era preistorica in cui è stata ipotizzata la “cura dei
malati” fino alla loro morte da parte degli uomini, con la sempre presente
attenzione alla loro sepoltura (a quei tempi spesso in posizione fetale, segno
della consapevolezza del “ritorno alla vita” dopo la morte). Le epoche latina
e greca parlano da sé: di fronte alla morte l’uomo ha sempre costruito
una dimensione “ex-post”, dando alla vita stessa un prosieguo
ultraterreno. Le catacombe, che all’inizio erano dei semplici cimiteri,
divennero luoghi di culto per i primi cristiani non solo per “nascondersi”,
ma anche e specialmente per “vivere la morte” come premessa per la vita
eterna, coerentemente con quanto annunciato da Gesù Cristo.
Insomma, i rituali dell’uomo in ogni cultura e ad ogni latitudine ci dimostrano
che la morte non è un “fatto privato”, bensì un “fatto sociale”: è il
gruppo a “soffrire” di fronte al mistero di un corpo che non ha più vita, è il
gruppo a “farsi carico” degli oneri del defunto (la prole che resta o i beni che
vanno trasmessi), è il gruppo che si ripete che “prima o poi tocca a tutti”. Il
funerale è proprio questo: l’accompagnamento di un nostro amico e della
sua famiglia verso il mistero della fine. E’ un accompagnamento spesso
simbolico, che però passa sempre per la materialità: toccare o accarezzare
il morto, vestirlo e prepararlo per il funerale, abbracciare il parente e
piangere assieme a loro sono esperienze più che umane, esperienze che
vanno prima o poi fatte, mai evitate.
La morte è un mistero, dicevo, ma mistero non è, o non dovrebbe essere
per noi cristiani, considerato che, dopo la morte e la resurrezione di tutti,
torneremo alla vita. Anche per l’ateo il mistero non è mistero: l’uomo torna
polvere ed è finita qui. Eppure non c’è differenza tra atei e credenti, basta
vederlo nei funerali, in cui solennità e rispetto vengono sempre richiesti. Sia
il funerale laico (da noi in Romagna ancora presente, con il corteo funebre
e la banda che suona “bandiera rossa”), sia quello religioso (con messa
in chiesa ed accompagnamento al cimitero) girano attorno al bisogno di
accomiatarsi dal defunto ricordandolo per come è stato e per le cose che
ha fatto. Sempre il funerale è stato poi seguito da un momento conviviale,
in cui il “gruppo” ha accompagnato i “rimanenti” (vedove e figli) verso la
consapevolezza che “davvero” il morto non c’è più: le emozioni esplodono
infatti “dopo”, nella solitudine del ricordo in cui finalmente si fa i conti con se
stessi e con quel che è stato.
Un indicatore del rapporto delle persone con questo mistero lo si evince
proprio dal rituale post-funerale. Da noi in Italia è interessante l’insieme dei
riti creati per esorcizzare la morte, primo tra tutti il “mangiare” per “godere”
prima che la morte arrivi fino a noi. Negli ultimi anni è poi prevalso il rito
della formalità: a cuscini, corone e telegrammi che si spostano in tutta
Italia fa seguito un traffico di manifesti, biglietti di ringraziamento e trigesimi
che fanno la fortuna solo delle tipografie e dei fiorai. Paradossalmente
sta venendo meno l’atteggiamento tipico di chi è di fronte al mistero:
il silenzio, la riflessione, la vicinanza agli altri, la presa in carico delle
responsabilità.
Il funerale, così come tendenzialmente è oggi in Italia, ci fa capire che
l’uomo moderno fugge dalla morte, vista come “la fine di tutto”. E’ la fine
improvvisa di un mito in cui si fa finta di credere, e che poi, inevitabilmente,
ci sparisce davanti agli occhi. E’ come se sapessimo che la morte ci aspetta,
ma facciamo finta che non ci sia, stupendoci, alla fine della nostra vita,
di dover far comunque i conti con lei. E allora parliamo di questo mito,
riconosciamolo ed elaboriamolo. In ciò ci aiuta la stessa lettura della
pubblicità.
Secondo questo mito, l’uomo è sempre giovane. Se arrivano le rughe o
se la menopausa produce scombussolamenti, ecco qua creme, ormoni
e diavolerie simili. Secondo questo mito l’uomo è sempre bello: ed ecco
sessantenni in minigonna o pensionati a farsi il maquillage. Sempre
secondo questo mito, l’uomo è affascinante ed attraente: il viagra e la
chimica delle industrie profumiere aiutano non poco in tal senso. L’uomo
moderno, secondo questo mito, è felice e senza problemi perché consuma:
dal macchinone (ad una certa età sicuro surrogato del pene) al grappino
(che “crea l’atmosfera”, ma più spesso crea alcolismo), dai viaggi all’estero
(crociere e hotel “all-inclusive”) allo sport (palestre e piscine, e guai se
non ci si può arrivare con la macchina!), noi “paghiamo” la nostra droga
dell’amnesia sulla nostra sicura fine. Ma quest’ultima arriva inesorabile e,
stranamente, il moribondo se ne meraviglia, ma non più di tanto: d’altra
parte lo sapeva, l’ha sempre saputo.
Allora, visto che non si fugge dalla morte e che, anche se finanziamo il
sistema economico-consumistico di cui sopra per illuderci di essere eterni,
prima o poi ci tocca, non è il caso di accettarla e pure di prepararsi
ad essa? Se ci si adatta, seppur a malincuore, alla moglie (o viceversa,
ai mariti), che, anche se amata, è pur sempre “altro” da noi, perché non
adattarci alla morte come ad un fatto “nostro”? La morte non è come
l’AIDS: “se lo conosci, lo eviti”. La morte non possiamo evitarla e quindi è il
caso di fare la sua conoscenza ben prima. Diamo qualche consiglio.
Andiamo ai funerali delle persone che conosciamo. Noi viviamo in una
società in cui la morte è tabù, col paradosso che -vedi triller televisivi e
reportage di guerra- , proprio perché spettacolarizzata, diventa banale
e sovente senza valore. Il valore della morte è il valore dell’uomo ed il
commiato diventa occasione di riflessione sulla nostra natura effimera.
Inoltre vedere un corpo senza vita ci fa presagire come anche noi saremo,
iniziando ad accettare malattia ed invecchiamento come fatti normali.
Siamo attivi di fronte alla morte. Un lutto fa cascare su una famiglia
un macigno il cui peso è bene condividere. C’è tanto di pratico da fare,
specialmente perché i parenti del morto hanno tutt’altri pensieri per la
testa. Proponiamoci di gestire la vestizione e non lasciamola nelle mani di
anonimi infermieri: il contatto con il corpo di un conoscente ha un grande
significato, delicatezza e sensibilità sono tipiche di chi ha avuto sentimenti.
Impariamo a sentire il freddo del corpo morto e ricordiamoci che anche
noi saremo così. C’è poi il bisogno di badare a “chi rimane”: figli e vedovi
vanno accuditi ed alimentati, non solo incoraggiati o inondati di assai poco
significative “condoglianze” (a parole).
Ogni tanto andiamo al cimitero (e non solo il due novembre, che sembra
una babele!), facciamoci un giro non solo per i nostri conoscenti, ma pure
per gli sconosciuti: i più bisognosi li riconoscerete per l’assenza di fiori e per
le scritte sbiadite delle lapidi. E diamoci tempo nella visita: il rapporto con la
morte e con i ricordi richiede silenzio ed emersione delle proprie emozioni.
Se possibile andiamoci da soli, in modo da essere liberi di piangere.
Leggiamo gli epitaffi, che sono un continuo stimolo alla vita e alla speranza,
rendiamo uno sguardo ai tanti volti delle fotografie: è lì che ci rendiamo
conto di chi questi veramente erano. Il cimitero è luogo di preghiera per
eccellenza (non a caso nel medioevo le fosse comuni erano attaccate alle
chiese), perché ci restituisce il nostro “essere nulla” di fronte alle tante
illusioni su cui ci consumiamo ogni giorno.
Per chi è cristiano: ricordiamoci sempre che Qualcuno ci ha dimostrato
che la morte è solo un passaggio per la vita eterna. Siamo quindi più lieti
in questi funerali in chiesa, perché la nostra tristezza contraddice la nostra
stessa fede. Trasformiamo questo momento in un’occasione di speranza:
cantiamo alla messa, stringiamoci agli altri, restituiamoci la promessa sulla
vita eterna. Se io fossi Papa (ma non lo sarò mai, credo) imporrei ai funerali
canti gospels, imporrei ai preti colori chiari, ingaggerei comici e clown,
metterei tante preghiere sulla resurrezione ed obbligherei tutti (a pena di
scomunica!) a cantare alleluia!
Amo ricordare che Francesco d’Assisi era solito lodare pure “sorella nostra
morte corporale”: corporale non a caso, visto che il frate d’Assisi dava per
scontata l’eternità del nostro essere. La morte la chiama addirittura “sorella”,
dando a questa una pregnanza stupefacente: una sorella, infatti, la si
abbraccia e la si protegge, men che meno si fugge da lei. Francesco, con
le sue parole, ci fa capire come la morte non sia mistero, ma certezza. O
meglio, se il “mistero” in assoluto è Dio, la morte non è altro che l’incontro
con Lui. Per chi crede ciò è un traguardo fondamentale, non ha quindi
senso rallentare il decorso verso la morte, specialmente se è il corpo (e
non il suo “apparente” padrone) a volerlo chiaramente. Mantenere in vita un
corpo morto può essere, in fin dei conti, una stupida ed inutile presunzione
di mettersi al pari di Dio. La morte, come diceva Fabrizio De Andrè in una
sua canzone, “verrà all'improvviso, avrà le nostre labbra ed i nostri occhi,
ci coprirà di un velo bianco addormentandosi al nostro fianco”. Al nostro
fianco….come una sorella, appunto!
| www.youtube.com/watch?v=MAIh1UOsNls15 mar 2008 - 4 min - Caricato da campionet | |