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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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SENTO LA VOCE DI ADRIANA ZARRI, LA MIA COMPAGNA DI VIAGGIO, CHE MI DICE : " RICCARDO, CONTINUA A LOTTARE PER PADRE GINO BURRESI "

► 4:13► 4:13
www.youtube.com/watch?v=svJlytqE8PU 5 gen 2012 - 4 min - kegio2008
Album: Piccolino (2011)

 

http://www.parlaconlevoci.it/storie.php     

(La storia di Rufus May)

da “The Independent on Sunday” 18 marzo 2007

Il dottor Rufus May è un ex-paziente psichiatrico

che oggi lavora

come psicologo per conto del Servizio Sanitario Nazionale britannico. E’

stata proprio la sua infelice esperienza di trattamento terapeutico a

sollecitare la sua dedizione totale alla personale crociata tesa a fornire

una risposta più positiva alla follia e ad un atteggiamento di maggior

ascolto dei pazienti. In queste pagine, il dottor May vi invita a udire le

voci zittite troppo a lungo e a rendere il giusto omaggio alla creatività e

al coraggio delle persone che hanno saputo oltrepassare le loro difficoltà

pur di dare un ricco contributo alla vita.

Quando aveva 18 anni, a Rufus May venne diagnosticata una forma di

schizofrenia incurabile e fu internato in un ospedale psichiatrico. Oggi è

uno psicologo rispettato e conduce iniziative appassionate sui problemi

della salute mentale. Qui racconta la sua storia

straordinaria. 

   

LA VOCE DELLA NON RAGIONE

  

Quando avevo 18 anni, sono stato testimone in

prima persona di come

l’approccio della società verso la salute mentale era fallimentare. Venni

ricoverato all’ospedale di Hackney (un ospedale psichiatrico) e fui

informato del fatto che non avrei potuto uscirne. Sulla soglia dell’età

adulta e sentendomi abbandonato dopo che la mia ragazza mi aveva lasciato,

mi ero impegnato in una ricerca spirituale alla ricerca di una linea di

condotta. I messaggi che avevo tratto dalla Bibbia mi convinsero di avere

una missione da svolgere. Cercando di scoprire

in cosa consisteva questa

missione, lentamente giunsi a dedurre che era abbastanza possibile che io

fossi un’apprendista spia per conto del servizio segreto britannico. Alla

fine venni ricoverato in ospedale dopo essermi convinto che qualcuno mi

avesse installato nel petto un dispositivo la cui funzione era quella di

controllare le mie azioni.

L’ospedale psichiatrico era un mondo completamente a sé stante. Le

code in attesa del carrello delle terapie scandivano la noia e il senso

generale di impotenza. Qualsiasi forma di resistenza al regime veniva

schiacciata per mezzo di costrizioni forzate e potenti iniezioni. Molti dei

miei amici avevano paura di venirmi a trovare.

Quell’esperienza, unita al fatto di essere stato diagnosticato

schizofrenico mi faceva sentire una scoria della società. Quando dissero ai

miei genitori che probabilmente la mia condizione era geneticamente

ereditaria, il dado sembrava irrevocabilmente tratto. I giri dei medici mi

sembravano riti religiosi elaborati, diretti dal primario con un uditorio

di studenti di medicina e infermiere tirocinanti che si limitavano ad

osservare, mentre la mia pazzia veniva confermata e con ciò la profezia di

una cura farmacologica protratta nel tempo. Mi resi conto che i farmaci che

assumevo mi davano un senso di vuoto e mi privavano dei miei sentimenti.

Non riuscivo a pensare al di là dei miei bisogni primari. Le medicine mi

rendevano fisicamente più debole e avevano un effetto sul piano ormonale,

al punto di rendermi impotente sessualmente.

Questa cosa mi preoccupava. Tuttavia, per il mondo esterno, a causa

degli effetti dei farmaci che mi intorpidivano la mente, ora ero meno

   

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concentrato sui miei convincimenti di

essere una spia e sull’aspetto

spirituale. I medici proclamarono

che stavo reagendo bene ai farmaci. Io

ero deciso a smettere di assumere pastiglie e iniezioni non appena avessi

trovato altri modi di restare calmo e centrato.

La maggioranza dei miei compagni di reparto erano pazienti che

uscivano e tornavano di frequente. Anche a me venne detto che una volta

dimesso sarei tornato ancora. Era vero. Venni ricoverato altre due volte

prima che riuscissi a svincolarmi dal ruolo del consumatore regolare e

mentalmente infermo. Ma sono stato più fortunato di molti altri: oltre ai

miei genitori, che venivano a trovarmi ogni giorno, una mia intima amica

rientrò dalla sua attività di venditrice di stoviglie ai soldati

statunitensi di base in Germania e iniziò anche lei a venire a farmi visita

quotidianamente. Iniziai a lasciarmi persuadere dal convincimento di questa

mia amica che questo mio esaurimento, o qualunque cosa mi fosse capitato,

era qualcosa che io ero in grado di superare.

Quando avevo 12 anni, fui testimone del fatto che mia madre riuscì

energicamente a guarire da una grave e disabilitante emorragia cerebrale,

così istintivamente sapevo di poter cambiare la mia vita con il tipo di

sostegno adatto. Quindi decisi di non credere più ciecamente nella saggezza

dei medici e cominciai a pensare di trovarmi un lavoro non appena avessi

lasciato l’ospedale. Mentre ero ancora ricoverato, iniziai a frequentare la

chiesa e i centri ricreativi, offrendomi come volontario. Sebbene dovessi

sembrare un po’ strano, trovai molte persone gentili disposte ad affidarmi

incarichi e lentamente iniziai a ricostruire alcune capacità di

socializzazione.

Quando una mia amica compagna di reparto, Celine, si tolse la vita

dopo essere stata bombardata di farmaci, questo fu un punto di svolta della

mia storia. Il suo funerale fu in puro stile caraibico e vi parteciparono

centinaia di persone. Era un fortissimo contrasto con l’assenza di sostegno

che Celine aveva subito da viva e sentiva voci offensive che appartenevano

al suo passato.

Fu allora che mi accorsi di aver trovato una causa da sostenere senza

alcuna esitazione. Come lei, anch’io ero passato attraverso l’esperienza di

persone che parlavano di me come se io non fossi presente, di

professionisti che cercavano di sopprimere il mio comportamento strano e

deviante con farmaci senza nemmeno cercare di capire perché agivo così. A

nessuno sembrava fosse disposto a pensare come si sarebbe sentito nei miei

panni.

Noi, come società, rendevamo le persone ancora più matte e forse io

potevo fare qualcosa per cambiare questo stato di cose. Cosa sarebbe

successo se fossi tornato ancora nel reparto psichiatrico sotto ben altra

veste, magari come professionista della salute mentale? Forse allora, come

un cavallo di Troia, avrei potuto contribuire a smantellare i miti della

gerarchia psichiatrica. Più ci pensavo, più mi rendevo conto che avrei

dovuto celare ad ogni costo la mia identità precedente di paziente

psichiatrico.

Quando uno psicologo appena laureato mise in discussione la mia

diagnosi di schizofrenia, suggerendomi che forse avevo avuto un episodio

psicotico temporaneo, ciò mi fece pensare che forse la psicologia era un

possibile modo di fare le cose in maniera diversa. Così la mia missione si

andava chiarendo: avrei studiato psicologia. Sapevo di dovermi dare un bel

po’ da fare prima di intraprendere questo cammino.

Il mio primo lavoro, non appena dimesso dall’ospedale, consisteva nel

fare il guardiano notturno al cimitero di Highgate, a nord di Londra.

Adesso penso che pattugliare di notte il terreno boscoso attorno al

cimitero sia stata un’attività molto terapeutica per me. Senza avere il

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tempo per sognare ad occhi aperti, dovevo essere

sempre cosciente e

affrontare la mia paura del buio e dell’ignoto. Penso anche che solo il

fatto di passeggiare tra la natura mi fu di grande aiuto per la mia

guarigione.

Fu durante questo periodo della mia vita che riuscii a smettere di

assumere psicofarmaci, contro il parere dei medici. Poi passai molti anni

cambiando molti lavori e imparando modi creativi per esprimermi, usando la

danza e il teatro. Quello che feci fu di spostare la mia concentrazione dal

pensare a me stesso al cercare di aiutare gli altri, nel frattempo

assicurandomi di aver cura della mia mente e del mio corpo. Utilizzai la

palestra all’aperto di Parliament Hill, facendo sport ed esercizi di

respirazione come metodi naturali per gestire al meglio il mio umore.

Prestai attenzione ad evitare di fare amicizia con persone non affidabili o

offensive e rafforzare i legami con quelle persone che mi erano rimaste

accanto. Studiare sociologia mi aiutò a capire le ampie strutture della

società, demistificando cose come il sistema delle classi e i rapporti di

potere tra uomini e donne.

Ritornò alla mia mente il pregiudizio contro il concetto di malattia

mentale quando un Centro Riabilitativo molto all’avanguardia rifiutò di

sostenere me e un gruppo di studenti dilettanti teatrali che volevamo

mettere in scena una commedia sull’esaurimento nervoso. Ciononostante, dai

corsi da me seguiti sulla drammaturgia, avevo imparato l’arte di

reinventarsi attraverso l’improvvisazione. Mi ricorderò sempre del modo in

cui uno dei miei insegnanti di teatro ci trasmise il messaggio che “questa

vita non è una prova generale”. La mia esperienza di attore doveva

diventare utile nei 10 anni successivi di studio dell’assistenza sociale e

della psicologia, quando scelsi di non menzionare mai il mio precedente

ruolo di paziente psichiatrico, per evitare ogni possibilità di

discriminazione.

Per me, la linea di demarcazione tra i malati di mente e le persone

sane era più una faccenda di comportamento sociale, piuttosto che di

situazione reale. Avevo trovato alcune persone davvero matte in ospedale e

mi ero reso conto di quanto mi avevano aiutato, e alcune delle cosiddette

infermiere “normali” piuttosto prepotenti e ostili, ciò mi fece capire che

in un certo senso la pazzia stava negli occhi della persona che osserva.

Sapevo anche che la mia forma di pazzia era stata piena di significato; ad

esempio, le mie fantasie a proposito di credere di essere una spia avevano

fornito significato alla mia vita e la ricerca di una missione spionistica

era la metafora di uno scopo significativo di cosa avrei dovuto cercare di

fare nella mia vita.

I miei studi di psicologia, agli inizi degli anni Novanta, coincisero

con un periodo nel quale la psicologia intesa come professione si stava

interessando al tentativo di comprendere e lavorare con la follia, un campo

che solitamente era dominato dalla professione della psichiatria, più

medica e basata sulla prescrizione di farmaci. Durante gli ultimi 10 anni

ho esercitato la professione di psicologo, occupandomi di una vasta gamma

di problemi di salute mentale. So che per aiutare davvero qualcuno che

soffre profondamente o si sente molto confuso, occorre essere molto

creativi e saper offrire un ampio ventaglio di risorse.

A Bradford, dove lavoro, ci sono gruppi di auto-aiuto dove le persone

sono incoraggiate ad aiutarsi a vicenda, oltre ad aiutare sé stesse.

Inoltre creiamo spazi dove ad esempio l’arte, la spiritualità e il

rilassamento fisico possono essere esplorate in molti modi diversi. Abbiamo

corsi di Tai Chi, di danza e di arte africana, insieme a gruppi di

discussione politico-culturali. Se le persone odono voci che le mettono a

disagio, voglio capire questi esseri che le tormentano. Talvolta comunico

direttamente con le voci e cerco di facilitare un processo di pace tra le

voci e la persona che le sente.

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Io devo essere la prova vivente che le persone possono resistere alle

cosiddette allucinazioni che impartiscono dei comandi, perché inizialmente

molte voci si sentono minacciate da me e dicono alla persona che le sente

di aggredirmi. Finora sono rimasto incolume, il che è una valida

testimonianza del fatto che le persone che odono voci possono imparare a

resistere a quelle più prepotenti, insistenti ed aggressive. Quindi anziché

spingere le persone a sopprimere le proprie esperienze, il che secondo me

peggiora soltanto le cose, io cerco di assistere le persone a fronteggiare

i loro demoni secondo i tempi di ciascuno.

La società è forse più folle di 20 anni fa, quando io mi trovavo in

ospedale? Mi sembra che alcune cose stiano peggiorando, e altre

migliorando. Le persone si sentono più preparate a parlare delle proprie

esperienze di disagio mentale e follia. Inizia a essere messa in dubbio

l’idea che i professionisti della salute mentale e dei servizi sociali

siano gli unici esperti a cui fare riferimento: questo è un fatto

straordinario. La Gran Bretagna è una luce guida in questo elevarsi della

consapevolezza, dove le persone vengono sempre più allo scoperto con le

loro storie di disturbi emotivi. Di conseguenza, si presta maggiore ascolto

e attenzione a un più ampio spettro di idee e approcci diversi in merito a

cosa è più utile per curare i disturbi mentali.

Contemporaneamente, il potere dell’industria farmaceutica è ora più

forte che mai, le case farmaceutiche promuovono senza alcun ritegno la

teoria semplicistica e fuorviante dello “squilibrio chimico” alla base del

disturbo mentale, traendo il loro guadagno dal trattamento dello sconforto

in termini di malattie mentali diagnosticabili. Negli USA hanno avuto molto

successo: all’incirca il 10% della popolazione femminile assume

antidepressivi e uno sbalorditivo 10% di bambini vengono curati per il

“Disturbo da Iperattività” con il Ritalin, derivato dalle anfetamine. In

questo Paese, il tasso di ricette mediche per psicofarmaci aumenta di anno

in anno.

Io non sono contrario del tutto all’uso di psicofarmaci, ma questa

tendenza mi preoccupa. Io penso che quando sembra che i farmaci funzionino,

l’effetto principale è quello di mascherare i problemi del paziente, ma

quando non vengono più assunti i problemi ritornano alla ribalta, spesso

con un po’ più di grinta dovuta al fatto che sono stati artificialmente

soppressi per un certo tempo. Una persona ha bisogno di dosi ancora più

massicce del farmaco che assume per ottenere lo stesso effetto, perché il

cervello tende ad opporre una resistenza naturale alle sostanze che

alterano l’umore. A questo punto è molto probabile assistere agli effetti

più negativi del farmaco e sviluppare una dipendenza.

Quindi i farmaci sono limitati nella loro utilità e forse sarebbe

meglio usarli come ultima risorsa e per un breve periodo di tempo. Queste

argomentazioni non saranno certamente bene accette nelle sale dei consigli

di amministrazione della Multinazionali Farmaceutiche, il Grande Fratello

della salute mentale. Ma se intendiamo fare passi avanti nella direzione di

un tessuto sociale più sano, dobbiamo essere pronti a porre limiti

all’influenza dell’industria farmaceutica sul modo di comprendere la nostra

mente e avvicinarci al processo che porta alla guarigione.

 

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Album: Piccolino (2011)

 

 

 

 

 

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