Overblog Tutti i blog
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU

Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

Pubblicità

UOMO, QUESTO SCONOSCIUTO CHE SOFFRE

http://www.argonline.it/index.php?option=com_content&view=article&id=357:quei-poeti-giu-dal-tetto-che-scotta-una-risposta-ad-adriano-sofri&catid=21:materiali&Itemid=178&ml=4&mlt=system&tmpl=component

Quei poeti giù dal tetto che scotta. Una risposta ad Adriano Sofri


Martedì 21 Dicembre 2010 00:50

«Stavo bello e bravo sul tetto del mio palazzo / quando all’improvviso sei arrivata a scacciarmi con una stecca da biliardo / come fossi uno scarafaggio urlandomi che sono un buono a nulla.». Sono i versi di un poeta italiano, nato nel 1974 e che dal tetto del proprio palazzo si è lanciato lo scorso anno, in volo contro il mondo, salutando per sempre la vita e l’Italia.

Ci ha lasciato due importanti libri e tasselli essenziali di quella che sarà considerata la generazione dei poeti italiani del primo decennio del Duemila, che Adriano Sofri non conosce né leggerà, limitandosi a pontificare su “La Repubblica” su ciò che ignora, come se l’oblio dello spettacolo e dei media nei confronti del genere poetico possa essere considerato una forma di realtà, almeno quanto la sua adiacenza intellettuale alla rappresentazione ufficiale della comunicazione un atto di cultura e non di conformismo (il riferimento è tutto all’articolo “Quei ragazzi sul tetto di un Paese senza poeti” pubblicato su “La Repubblica” del 27 novembre 2010). 

Nel gennaio del 2010 cento poeti italiani si sono uniti in assemblea confluendo nella più importante e diffusa opera di poesia civile in Italia per “Calpestare l’oblio” di un Paese senza memoria storica, cultura democratica e progettualità comune.

Hanno contestato l’esilio della poesia e dell’arte dal dibattito pubblico e interdisciplinare, denunciando la gravità della questione culturale in Italia ed anche nel piccolo ambiente del giornalismo della sinistra, dove la confusione tra i concetti di arte e spettacolo, cultura e salottino, continua a regnare sovrana.

Molti giornali italiani ospitarono, diedero voce, applaudirono o dileggiarono il caso dei “Poeti in rivolta”. Alcuni manifestanti alzarono addirittura i loro versi scritti su alcuni cartelloni durante il No-B Day di Roma, come testimoniato dal quotidiano “L’Unità”.

Viaggiando a proprie spese da tutt’Italia, i cento poeti si unirono in assemblea autogestita nel quartiere romano di San Lorenzo, assieme a studenti e lavoratori precari.

Dove guardava Adriano Sofri, in quei giorni?

Proprio lui che se solo avesse voluto avrebbe potuto rendere quell’onda spontanea di rivolta culturale e poetica una questione di urgenza politica e programmatica per l’intera Italia e la sinistra da rifare?

I poeti erano lì, giù dal tetto, perché i tetti non sono l'unico luogo per incontrarsi e far sentire la propria voce, caro Adriano Sofri, ma con gli occhi fissi ai tetti, ai tetti di percolato delle discariche campane, ai tetti distrutti dell'Aquila, ai tetti di amianto delle fabbriche dismesse, ai tetti di vergogna dei centri di detenzione sparsi per l'Italia e delle scuole fatiscenti o ridotte a baronati e feudi impenetrabili.

I poeti è bene che stiano giù dai tetti, come dalle torri, che stiano per le strade, tra la gente, che osservino e diano voce a chi voce non ce l'ha.

Questi stessi poeti, e questa volta speriamo anche qualche rappresentante del quotidiano su cui scrive, si rivedranno sabato 8 gennaio 2011, dalle ore 17, presso la sede dell’Associazione culturale “Beba do Samba” di San Lorenzo, per la seconda Assemblea nazionale di “Calpestare l’oblio”, in cui tutte le anime critiche di questo paese saranno chiamate ad intervenire, a confrontarsi, ad analizzare la situazione sociale, culturale e politica di questo avvilente momento storico, discutendo proprio dell'esclusione del Poeta, anima del dissenso, della memoria e del mutamento, dagli ambiti cruciali della cultura e della comunicazione italiane.

E sarà forse questo il modo migliore per ricordare assieme non la morte ma la vita, la poesia e le speranze di Elsa Morante, che continuano a scintillare da questi tetti grigi e cadenti d’Italia.

I curatori di "Calpestare l'oblio"

 http://www.pensieriparole.it/poesie/poesie-d-autore/poesia-99876


Nei ghetti d'Italia questo non è un uomo


Di nuovo, considerate di nuovo
Se questo è un uomo,
Come un rospo a gennaio,
Che si avvia quando è buio e nebbia
e torna quando è nebbia e buio,
Che stramazza a un ciglio di strada,
Odora di kiwi e arance di Natale,
Conosce tre lingue e non ne parla nessuna,
Che contende ai topi la sua cena,
Che ha due ciabatte di scorta,
Una domanda d'asilo,
Una laurea in ingegneria, una fotografia,
e le nasconde sotto i cartoni,
e dorme sui cartoni della Rognetta,
Sotto un tetto d'amianto,
o senza tetto,
Fa il fuoco con la monnezza,
Che se ne sta al posto suo,
In nessun posto,
e se ne sbuca, dopo il tiro a segno,
"Ha sbagliato!",
Certo che ha sbagliato,
l'Uomo Nero
Della miseria nera,
Del lavoro nero, e da Milano,
Per l'elemosina di un'attenuante
Scrivono grande: negro,
Scartato da un caporale,
Sputato da un povero cristo locale,
Picchiato dai suoi padroni,
Braccato dai loro cani,
Che invidia i vostri cani,
Che invidia la galera
(Un buon posto per impiccarsi)
Che piscia coi cani,
Che azzanna i cani senza padrone,
Che vive tra un No e un No,
Tra un Comune commissariato per mafia
e un Centro di Ultima Accoglienza,
e quando muore, una colletta
Dei suoi fratelli a un euro all'ora
Lo rimanda oltre il mare, oltre il deserto
Alla sua terra - "a quel paese!"
Meditate che questo è stato,
Che questo è ora,
Che Stato è questo,
Rileggete i vostri saggetti sul Problema
Voi che adottate a distanza
Di sicurezza, in Congo, in Guatemala,
e scrivete al calduccio, né di qua né di là,
Né bontà, roba da Caritas, né
Brutalità, roba da affari interni,
Tiepidi, come una berretta da notte,
e distogliete gli occhi da questa
Che non è una donna
Da questo che non è un uomo
Che non ha una donna
e i figli, se ha figli, sono distanti,
e pregate di nuovo che i vostri nati
Non torcano il viso da voi.

 Adriano Sofri

► 4:19► 4:19
youtube.com29 apr 2007 - 4 min - Caricato da violino11
Pubblicità
Torna alla home
Condividi post
Repost0
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post