Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291
www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci.../formazione_presbiterio_rattin.doc
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Pierre Gire, Decano della Facoltà di Filosofia dell'Università Cattolica di Lione.
In: “Prêtres diocésains”, Agosto-Settembre 1992.
Traduzione di don Piero Rattin.
SOLITUDINE E SACERDOZIO
La Chiesa d'Occidente, nel corso della sua storia, ha legato progressivamente il celibato al sacerdozio. Essere prete, in Occidente, implica il celibato come stato di vita. Conosciamo le ragioni economiche, morali, pastorali e spirituali di questa situazione. E' inutile riprenderle qui. D'altronde, può sembrare importante oggi riflettere sulla solitudine del prete che il celibato manifesta e accentua in maniera particolare. Riconosciamolo, il ministero sacerdotale rimane attraversato dalla solitudine. Ma di fronte a questo fatto ci sono, da parte del prete, diversi atteggiamenti possibili: la fuga, la negazione, l'integrazione: tre forme fondamentali, le più frequenti; ne esistono altre, improntate a queste che sono determinanti. Ci sembra che è soltanto a prezzo d'una estrema lucidità spirituale che la stessa realtà della solitudine diventa un "luogo" originale di autentica fecondità apostolica. E' questa convinzione che vogliamo esporre qui.
La solitudine del prete
"Non è bene che l'uomo sia solo" (Gen 2,18). Per comprendere questa frase posta sulla bocca di Dio, senza dubbio dobbiamo ricordarci che la solitudine non s'identifica con l'isolamento. Quest'ultimo, come lo suggerisce G. Deleuze (......), è il fatto di esistere in un "mondo senza nessun altro". Nell'Antico Testamento (Cf Es 22,21; Is 1,17─23; Sir 4,10), la solitudine del povero, dello straniero, della vedova e dell'orfano non appare affatto come un'assenza di relazioni con gli altri, da soggetto a soggetto.
L'isolamento consiste nel fatto di vivere in un mondo in assenza di comunicazione interpersonale, ciò che l'enunciato della Genesi condanna. Certo, compreso in questi termini, l'isolamento può essere dovuto ad alcune condizioni di vita drammatiche, come quella dell'infermità relazionale irreversibile, o a situazioni storiche tragiche come quella della sparizione. Nella società che conosciamo non esiste, di fatto, isolamento radicale e definitivo possibile per i membri della collettività, a causa dello sviluppo straordinario dei moderni mezzi di comunicazione. Il nostro mondo non ha nulla di un universo privo di relazioni umane.
Tuttavia, resta vero che ognuno può trovarsi solo davanti ad un computer collegato a tutti i punti d'informazione del pianeta. Ed è il paradosso delle società moderne le quali, facendo leva sulle molteplici possibilità della comunicazione, generano in forma massiccia fenomeni di solitudine. Insomma la dialettica della comunicazione, nel suo sviluppo contemporaneo, rischia in realtà di rendere impossibile ogni comunicazione; il suo "narcisismo" estremo può ripiegarla su se stessa al punto da escludere dai suoi circuiti la gratuità del rapporto interpersonale. Si comprende allora che il prete, presso il quale il celibato inasprisce necessariamente la solitudine, abbia da soffrire più atrocemente che mai di questo modo di essere, entro una società immersa in reti di comunicazione che creano separazioni umane. Il prete è un uomo solo: per il suo stato di vita (al punto da vivere solo in una canonica), nella prova della sua affettività (senza vero partner affettivo), al più profondo della coscienza del suo ministero, al cuore della decisione apostolica (faccia a faccia con una Comunità), davanti all'esigenza radicale della sua vocazione, all'interno della sua fedeltà alla missione di Cristo.. Da questo punto di vista la vita d'équipe non cambia di molto la sua esistenza sacerdotale. In rapporto a ogni uomo rimane solo, volontariamente sottomesso all'obbligo del celibato; rispetto a ogni cristiano è necessariamente solo nell'esercizio profondo del sacerdozio, in ragione della realtà sacramentale dell'ordinazione che lo mette a parte e lo consacra in questa distanziazione.
Ciò non significa ch'egli si trovi isolato. Ha delle relazioni, numerose, molteplici, durevoli. Non vive in assenza di comunicazione: il suo ministero lo apre e lo conduce verso gli uomini. Ma vive nella solitudine al cuore stesso di questo campo di comunicazione che crea la vita ecclesiale, a causa di questa differenziazione raddoppiata, prodotta dal celibato sacerdotale. E' nella prova della solitudine che possono nascere logiche esistenziali che diventano ostacoli per lo stesso ministero.
La solitudine del prete e gli ostacoli esistenziali che genera
La prova della solitudine esiste per tutti poiché l'uomo è un essere soggetto autonomo (O. PAZ: "La solitudine è il fondo ultimo della condizione umana. L'uomo è l'unico essere che si sente solo e che cerca l'altro". V. NABOKOV: "L'uomo non esiste che nella misura è separato dall'ambiente che lo circonda"). Per il prete questa prova è senz'altro più viva che per gli altri e questo per le seguenti ragioni:
- perché egli sperimenta una solitudine che sa che dovrà durare per tutto il tempo d'una vita umana, una solitudine che, per questo, ha qualcosa di tragico a causa della sua irreversibilità;
- perché egli rimane un uomo dell'interiorità, dunque dell'analisi dell'esistenza, il che non solo affina ma accresce la coscienza di questo stato di vita richiesto dal suo ministero;
- perché è un uomo di Chiesa che conosce i drammi della sua Chiesa in questo campo, le difficoltà dei suoi confratelli, i passi sbagliati dei suoi amici in un presbitèrio, il che non può non avere ripercussioni sulla coscienza del suo modo di vivere;
- perché egli è pur sempre un uomo di cultura, aperto sul suo tempo, che percepisce le sofferenze umane della solitudine nella società alla quale appartiene; sono propio queste che affronta nel suo ministero e che riprende nella sua preghiera, e ciò non è senza effetto sulla sua soggettività profonda.
Se nella prova della solitudine, la cui coscienza rivela la verità, nascono attitudini negative, queste hanno delle motivazioni:
- la solitudine appare come una sofferenza che ferisce l'essere umano rendendolo vulnerabile, abbandonandolo all'impossibilità di essere felice per l'assenza di complementarietà umana, cui segue l'impressione d'una vita resa fragile, da difendere e da proteggere per se stessa;
- essa si presenta come un luogo di rivelazione del soggetto, uno specchio della sua vita, come l'ha percepito Pascal; rivela all'uomo le sue mancanze, i suoi limiti, le sue colpe, in breve il suo esserepeccatore;
- essa rappresenta una specie di chiusura su di sé, un'impossibilità di uscire da sé e condividere con altri le ricchezze di umanità, tutto sommato di entrare nell'autentica dialettica della reciprocità.
Così provata da una coscienza attiva, la solitudine può provocare, nel prete che ne fa l'esperienza, reazioni di opposizione reperibili sul piano dell'azione ministeriale.
Può essere la fuga da ogni situazione di solitudine attraverso un attivismo sfrenato che permetta l"'estenuazione" della coscienza di questa prova nella moltiplicazione delle attività esteriorizzanti. Ciò che conta è riempire il tempo (l'ossessione dell'agenda vuota!), per non trovarsi faccia a faccia con se stessi, per impedirsi di dover dare atto della propria solitudine, per escludersi da questo stato di annientamento.
Ma capita anche che si tenti di annullare psicologicamente la solitudine con l'esercizio mentale della presenza permanente degli altri, di alcuni privilegiati che fanno da schermo a noi stessi. Si tratta di allontanare la possibilità di essere per se stessi oggetto di pensiero occupando la propria coscienza con la sovradeterminazione della relazione con gli altri nella quale si cancella la propria differenza.
Può infine accadere che la prova della solitudine generi una specie di compiacimento con una certa immagine di sé che satura ogni distanziazione da sé a sé e inibisce la funzione riflessiva esercitata su se stessi. Tale è per esempio l'estremo sviluppo della preoccupazione di sé in cui si manifesta una forma di fascino per se stessi, per un modello ideale di sé (negativo o positivo) che paralizza ogni desiderio di lucidità.
Queste attitudini negative costituiscono altrettanti intralci per l'attività ministeriale e per una serena convivenza con la solitudine. A livello di ministero esse causano sicuri accecamenti con la precipitazione in tutte le direzioni, con l'impossibilità dell'analisi lucida delle situazioni pastorali, con l'ipertrofia di un "io" che assorbe tutto nella sua perfezione o nella sua disperazione. Sul piano di una serena convivenza con la propria solitudine, esse provocano squilibri umani: l'esaurimento psicologico nell'attivismo continuo, il cedimento di personalità con l'adesione all'identità altrui, la sparizione del senso di alterità provocata dall'invasione di una soggettività dominante.
Ma resta da vedere se, in contrapposizione con questi sbandamenti, la solitudine non possa essere vissuta diversamente che sotto la forma patologica.
La solitudine del prete: una possibile risorsa di fecondità spirituale e apostolica
Ci sembra sia possibile stabilire un rapporto esistenziale positivo con la solitudine, a condizione di saperla integrare umanamente e spiritualmente come dimensione autentica della vita del prete.
Sul piano strettamente antropologico, l'esperienza della solitudine potrebbe rappresentare lo schema psicologico del ritorno a se stessi, in altre parole la possibilità stessa di esercitare un distanziamento interiore e, tutto ciò, a causa della rottura che essa opera con il mondo oggettivo delle attività e delle relazioni. In effetti, con essa si effettua la sospensione dell'effervescenza dell'universo relazionale e comunicazionale. In essa si compie una specie di messa tra parentesi della comunicazione esplicita, manifestata ed espressa entro un ambito di rapporti umani; anche se non si produce una frattura assoluta con ogni forma di relazione interpersonale, cosa che supporrebbe profondamente alterate le espressioni dell'esistenza umana.
E' sospendendo il mondo di relazioni effettive e visibili che l'esperienza della solitudine crea un certo faccia a faccia con se stessi. Con questo, essa rende possibile una riappropriazione di sé distanziando da ogni forma di adesione identitaria. Sullo sfondo della solitudine l'uomo si ridefinisce come soggetto d'un universo d'azione nella consapevolezza della sua differenza. (Ci sarebbe da riflettere sul legame tra solitudine e scrittura nelle situazioni d'incarcerazione). Per la coscienza viva della soggettività, diventa possibile un'esperienza di ricostruzione di sé (analoga, in questo caso, alla realtà del dubbio metodico cartesiano) nella totalità dell'espressione umana, mentre l'azione disperde e assorbe il soggetto nelle sue mille deviazioni. In breve, c'è nell'esperienza della solitudine un certo "dimorare" presso di sé che mette in scacco la disseminazione della persona. Senza dubbio si tratta di una specie di azzeramento con il quale il soggetto si pone nella sua identità inalterabile rispetto ai rischi molteplici della scissione.
Sul piano spirituale, l'esperienza della solitudine può dar adito a una specie di passaggio al deserto. Si conosce l'importanza del deserto nella Scrittura: simultaneamente luogo di tentazione a causa del sentimento di mancanza che provoca, luogo di confronto dell'uomo con la sua propria libertà dinnanzi all'appello di Dio, luogo di incontro dell'uomo con Dio nel senso da dare a una missione, luogo della conversione dell'uomo che si abbandona alla ricerca del Dio dell'alleanza, ecc. Sullo sfondo del senso spirituale e profondo del deserto lungo tutta l'esperienza religiosa d'Israele, la solitudine del prete offre la possibilità di essere vissuta come un'esperienza di deserto, così come lo lascia trasparire, in modo esemplare, l'esperienza dell'Esodo (idealizzata durante l'istallazione in Palestina: 2 Sam 7,6; Am 5,25; Ger 7,22)
E' nel deserto che Israele acquisisce un indefettibile senso di Dio (Deut 8,14─16; Ger 2,6), prende coscienza della sua fragilità (Ez. 20,11), fortifica il suo rapporto con Dio... E' ancora nel deserto che, secondo il Vangelo (Mt 4,1─;1) il Cristo affronta le tentazioni decisive sulla sua filiazione e messianicità, e si fa chiarezza sulla sua missione di Figlio dell'Uomo (Cf la solitudine al Getsemani).
Senza dubbio in questa prospettiva si potrebbe concepire la solitudine come una prova di verità del rapporto con Cristo nell'essere e nel ministero del prete, attraverso, in particolare, la preghiera, la riflessione pastorale, la ricerca teologica e il dono del corpo, tutti punti d'ancoraggio nella profondità della solitudine:
- la preghiera, compresa come atto di rinuncia al possesso di sé a favore dell'accoglienza e dell'ascolto del Cristo, impedisce ogni proiezione di sé all'inizio o al termine dell'azione intrapresa;
- la riflessione pastorale si impone per ritrovare la verità del ministero e il senso della libertà interiore;
- la ricerca teologica diventa decisiva per lo sviluppo spirituale e la possibilità dell'evangelizzazione;
- il dono del corpo nel silenzio del celibato fa appello ad un'autentica educazione sempre da riprendere per una miglior fecondità pastorale.
E' al vaglio della solitudine che queste operazioni si rivelano nella loro importanza e nel loro significato. Cosa sarebbero senza l' orizzonte della solitudine sul quale esse si collocano?
Ma nel praticarle, il prete scopre in esse altrettante possibili vie per una serena accoglienza della solitudine. Come minaccia di autoannientamento questa sparisce. Diventa autenticamente abitata. Non c'è più dissociazione allora tra l'uomo affogato nel suo solitario silenzio e il prete assorbito da mille incarichi. Dandosi alla preghiera, imponendosi una riflessione pastorale rigorosa e una ricerca teologica autentica, praticando l'oblazione di sé, il prete dev'essere in grado di vivere la sua solitudine nel momento stesso in cui questa lo raggiunge senza che subentri alcuna sfaldatura tra il suo essere di uomo e le sue funzioni ministeriali.
Fare l'esperienza della solitudine, prendendo queste alcune direzioni di apertura all'Altro assoluto che il Cristo rappresenta, resta il mezzo per non fuggire da se stessi e per entrare in un rapporto di verità con il Verbo incarnato. Senza dubbio è anche un modo per evangelizzare il soggetto in profondità. La prova della solitudine può essere occasione propizia per l'evangelizzazione dell'essere profondo dell'uomo a condizione di saperla vivere come un'esperienza di deserto. La storia della spiritualità cristiana, con l'eremitismo dei primi secoli, gli scritti di Origene, di Cassiano o di Sulpizio Severo l'esicasmo di Clìmaco, la letteratura mistica dei Certosini (Bruno e Guido), le meditazioni di Guglielmo di saint─Thierry, i bei testi di Carlo de Foucauld.. restano infinitamente ricchi quanto al significato religioso della solitudine. Si guadagnerebbe parecchio a rileggere queste magnifiche pagine in cui la prova della solitudine si cambia in raccoglimento, in offerta, in adorazione, nella memoria del mondo e nella comunione dei santi.
In conclusione, occorre ricordare che il prete è un uomo di solitudine in ragione del suo ministero. E' necessario non negare affatto questa realtà. Certo, a causa di circostanze particolari, la solitudine può diventare, nell'esistenza, una prova corrosiva, distruttrice del suo essere e del suo ministero. E' anche per questo che dobbiamo guardarla con lucidità e superare ogni accecamento possibile a suo riguardo (per esempio: un'idealizzazione del matrimonio). E' solo a questo prezzo che essa si rivela nella sua verità.
Ci sembra pericoloso il non fare della prova della solitudine un'esperienza di deserto. Si rischia in tal caso di mettersi nell'impossibilità di viverla positivamente, come una sorta di carenza fondamentale, mentre la si dovrebbe sentire come un tempo di fondazione spirituale ─ momento zero ─, necessario alla verità stessa del tempo della costruzione. Anche all'interno di una équipe di preti, nessuno può negare la prova della solitudine in ragione del suo stesso essere di ministro del Cristo. Per evitare di bloccarsi in essa, è necessario affrontarla come lo spazio che si apre sul mondo degli uomini facendo sentire la prossimità dell'unico Maestro.
| | Mina - Io E Te da Soli - youtube.com 3 min - Oggi Ti Amo Di Piu (1988) Guarda anche su: video.libero. |
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Pierre Gire, Decano della Facoltà di Filosofia dell'Università Cattolica di Lione.
In: “Prêtres diocésains”, Agosto-Settembre 1992.
Traduzione di don Piero Rattin