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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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Il male e l'eutanasia nel pensiero di Paolo Ricca

Il male e l'eutanasia nel pensiero di Paolo Ricca

di Carlo Carrozzo

 

in “Il Gallo” del gennaio 2011

Paolo Ricca è un teologo valdese che ho conosciuto casualmente nella mia città durante una

conferenza nella chiesa valdese di Genova. Dopo pochi minuti sono rimasto affascinato dal suo dire

semplice e appassionato e dalla maestria con cui si muoveva nelle scritture. Le citazioni gli venivano

alle labbra con una stupefacente naturalezza. Da allora quando arriva in redazione

Riforma,

il

settimanale delle chiese battiste, metodiste, valdesi, corro subito a vedere se c'è la rubrica

Dialoghi

con Paolo Ricca

in cui egli risponde a una lettera inviata dai lettori sempre in modo puntuale, anche alle

domande più ostiche e magari controverse. Ora una scelta accurata di queste lettere e risposte è

pubblicata nel volume

Paolo Ricca risponde

edito dalla Claudiana di Torino (via san Pio V 15 — 10125 —

To) al prezzo di euro 12, 50.

Ricca è un teologo e quindi parla spesso del Dio di Gesù, ma anche di altri temi legati alla vita

quotidiana come l'uso delle ricchezze e lo spinoso problema dell'eutanasia. Il libro non è quindi un

trattato di teologia sistematica: a dargli unità è la fede salda e profonda dell'Autore e il suo stile

inconfondibile con cui esprime con chiarezza e rigore il suo pensiero.

Dio e il male

È questo uno dei problemi-interrogativi che attraversa le Scritture e nasce come domanda desolata

nell'uomo quando si trova sbattuto contro questa dimensione tenebrosa della vita o guarda costernato al

dilagare irresistibile del male nel mondo. E allora quest'uomo si chiede: se Dio è buono e potente perché non

interviene a fermare la mano del malvagio? Perché appare come uno spettatore impassibile dell'iniquità che

travaglia il mondo? Ma allora vorrà dire che è sí buono, ma non onnipotente come confessiamo nel

Credo

e

noi non possiamo contare su di Lui nelle nostre disgrazie? Il male allora sconfigge Dio? Domande

davvero vertiginose che Ricca affronta senza la pretesa di dissipare il

misterium iniquitatis .

Scrive allora:

un Dio sconfitto, dunque? Sergio Quinzio scrisse anni fa un lungo saggio degno di lettura e di

meditazione, intitolato

La sconfitta di Dio.

Si può davvero parlare di una sconfitta di Dio? Sí e no.

Sì, perché Dio è anche diventato, con Gesú, vittima dell'uomo insieme a tutte le altre vittime della

storia. No, perché Dio non è solo vittima, ma anche vindice, come dice Giobbe: «Io so che il mio

vindice vive, e che alla fine si leverà sulla polvere» (19,25). Sí, perché l'amore soffre. No

perché l'amore vince. Sí, perché l'amore «sopporta ogni cosa» (1 Corinzi 13,7), anche l'orrore di

Auschwitz. No, perché l'amore è piú forte della morte, e alla fine prevarrà e tutte le vittime saranno

riscattate. «Dio in Auschwitz e Auschwitz in Dio»: ecco la formula impressionante coniata dal

teologo Moltmann. Per parte mia la sottoscrivo. (pp. 62-63).

Certo, precisa, questa non è una risposta, ma una confessione di fede. Vi sono situazioni atroci,

come l'orrore di Auschwitz, in cui la ragione del credente è sorpassata, non ha spiegazioni plausibili

e non può che limitarsi a una, magari sofferta, confessione di fede nel Dio dell'incarnazione nella

realtà del mondo, anche le più atroci:

[...] credo nel Dio dell incarnazione che entra ad Auschwitz scendendo fino in fondo

all'abisso della malvagità umana e quindi nella sconfinata sofferenza del mondo, dalla parte

delle vittime, identificandosi con il loro destino. Ecco perché Dio è appeso alla forca di

Auschwitz, come è stato appeso, nella persona del Figlio, alla croce del Golgota. Ma come il

Padre non ha abbandonato il Figlio nel sepolcro, ma l'ha risuscitato trasformando la sua sconfitta in

vittoria, cosí non abbandona le innumerevoli vittime dell'uomo, ma le vendica, le rivendica e le

risarcisce. L'Apocalisse è, nella Bibbia, il libro dei martiri, cioè delle vittime che Dio rivendica

e risarcisce (idem).

C'è, infine, anche un'altra spiegazione, che non spiega tutto, ma spiega molto. E questa è la libertà

dell'uomo: libertà comporta anche libertà di compiere il male: «Molto spesso l'uomo sceglie la morte e fa

il male che genera infinite sofferenze. È terribile, ma è cosí: se l'uomo non fosse libero di fare il male,

non sarebbe libero neppure di fare il bene, cioè non sarebbe uomo» (idem).

L'onnipotenza di Dio

Nel nostro

Credo

che recitiamo insieme ogni domenica alla messa confessiamo che Dio è «Padre

onnipotente», la sua onnipotenza è dunque per la fede una realtà effettiva, ma altrettanto reale è il violento

dilagare del male nel mondo. Dio allora è nel mondo impotente? Il male sopraffà la sua azione salvifica

ispirata alla bontà che è continua perché Dio

lavora sempre?

In realtà, scrive Ricca, la Bibbia dice

altro:

Dio e buono e onnipotente. Con una precisazione importante: la sua onnipotenza è quella

dell'amore che, come sappiamo, in questo mondo può anche essere perdente, ma mai definitivamente

sconfitto. L'amore è onnipotente non nel senso che vince sempre, ma nel senso che «non verrà

mai meno» (1 Corinzi13,8). Questa non è una risposta ai nostri

perché?,

ma può spiegare

qualcosa. La contraddizione, è vero, resta: sarà tolta solo nella trasfigurazione del vecchio

mondo nel nuovo. Oggi è il tempo della resistenza e della costanza della fede, in mezzo alle

negazioni, allo scetticismo, e anche, talvolta, alla derisione (p.94).

La contraddizione tra l'amore di Dio e il male è un fatto quasi di cronaca quotidiana e talvolta mette

duramente in questione, se non in crisi, la fede del cristiano. Essa infatti è un dinamismo vivo che fa i

conti con la realtà, e non può non farli se no sarebbe un facile e sterile fideismo. Poi quando il male ti

aggredisce personalmente il rischio è che questa fede facile non solo vacilli, ma cada nel nulla. Non ci

sono dunque risposte ai nostri perché spesso dolorosi e angoscianti?

Ricca spiega che, pur non rispondendo ai nostri perché, la conoscenza di Dio quale è manifestata da

Gesù ci dice tre cose, queste:

a) Dio non è lontano da chi soffre, anzi in Gesù è entrato in pieno nell'universo della sofferenza

umana. Questa vicinanza può essere vissuta dalla fede in molti modi e, comunque, documenta

un coinvolgimento di Dio, non un suo disimpegno.

b) Come Dio ha riscattato Gesti, vittima innocente, dalla morte, cosí tutte le vittime del mondo

saranno riscattate da Dio e riceveranno da lui «cento volte tanto» (Marco10,30) quello che il

male ha loro tolto in questa vita.

c) La bontà di Dio la vediamo dipinta al vivo nella storia di Israele e di Gesù e ci è rivelata

nella fede attraverso la parola e la meditazione della croce. Nessuna smentita dalla nostra

storia o da quella di altri potrà sradicare dal nostro cuore la certezza che ha animato la vita e

la passione di Gesù fino alla fine, cioè la certezza che in Dio abbiamo un Padre e che questo

Padre è buono (p.94).

Si ingannava, dunque, Bonhoeffer quando parlava di impotenza di Dio? Luminosa è

l'interpretazione di Ricca quando il pastore ucciso dai tedeschi scriveva che «davanti a Dio e con

Dio viviamo senza Dio». Ecco la lettura che Ricca ne dà:

davanti e con Dio (dell'incarnazione) viviamo senza Dio (della metafisica). Il Dio

dell'incarnazione ci aiuta con la sua debolezza e sofferenza, cioè con la croce. Qui, alla croce,

si può e si deve parlare

dell'impotenza di Dio;

è quello che scaturisce con la sua

identificazione con l'umanità perduta e sconfitta. Ma la croce non è l'ultima parola di Dio:

l'ultima parola è la Pasqua, la risurrezione, la vittoria sul peccato e la morte. Di fronte alla

morte Dio non è impotente, ma onnipotente. A Pasqua non c'è impotenza, ma potenza

(dinamite

dice l'apostolo Paolo) di Dio (p.118).

Dio Creatore

Talvolta ci afferra la paura, che può diventare sgomento, di essere al mondo per caso, immersi in

una vita più grande di noi che ci sfugge di mano e in un universo immenso che ci fa sentire piccoli,

precari, poco significativi. Dubbi che sono una tentazione perché la fede ci dice altro.

Che cosa?

Scrive Ricca: in relazione al creato la fede confessa che

a)

 

esso non è frutto né del caso, né di una necessità, ma di una volontà, di una decisione, quindi di

un atto di libertà;

b)

 

questa libertà non è capriccio o arbitrio stravagante, ma libertà di volere la vita, di suscitarla e

proteggerla: la fonte di questa libertà è l'amore;

c)

 

essendo creato da Dio, l'universo gli appartiene, quindi, come dice la Bibbia, la terra è di Dio

(Esodo 9,29): noi ne siamo ospiti non padroni. In relazione all'uomo, credere nel Dio creatore

significa affermare che l'uomo non è l'autore di se stesso, è davvero figlio di un Padre che è

Dio o di un Dio che è Padre, e che la sua vocazione è già iscritta nel progetto stesso della sua

creazione: essere «a immagine e somiglianza» di Dio (Genesi 1,26). Credere nel Dio creatore

significa scoprire e accettare la nostra filialità, come costitutiva della nostra umanità (p.27-

28).

Ma l'Autore non si limita a queste lucide e illuminanti osservazioni. Più avanti riprende il tema più

articolatamente e scrive fra l'altro che il primo dato è credere che Dio è il nostro Creatore, nostro, di

ciascuno di noi.

E poi, in secondo luogo, il credere nel Dio creatore significa

ricevere la vita come dono, come invenzione e creazione di Dio e non nostra, come opera

delle sue mani. Come le mani di un'esperta tessitrice compongono la trama di un tessuto e lo

creano, cosí le mani di Dio tessono la trama della nostra vita già nel grembo di nostra madre,

e poi nel piú grande grembo del mondo (p.45).

E, infine, conclude Ricca, credere nel Dio creatore

significa credere che egli è il creatore del corpo e dell'anima [...] Nella Bibbia l'uomo non

ha

un corpo,

è un corpo, non ha un'anima, è

un'anima. Non è metà corpo e metà anima, ma

integralmente corpo e integralmente anima. L'uomo, potremmo dire, è un corpo animato,

oppure, se si preferisce, un'anima corporea. Ma come il corpo non vive senz'anima, cosí

l'anima non esiste senza un corpo (idem).

L'eutanasia

La nostra Chiesa considera l'eutanasia un peccato perché la vita è dono di Dio e l'uomo non può

disporne. Ricca, riconoscendo che è una questione controversa e delicata, espone sotto la sua

responsabilità un parere diverso.

Dichiara anzitutto che l'uomo ha il diritto di disporre della propria vita anche se dono di Dio

chiarendo subito che essa come aiuto a morire è l'opposto del suicidio. Pone come esempio il martire

che sacrifica la sua vita per un ideale religioso o laico, le due scelte sono diverse, ma il principio è lo

stesso: l'uomo può disporre della sua vita anche ritenendola sacra.

Ma chiedere di morire, si domanda poi, non è una rivolta contro Dio? Ricca precisa che

quando la vita di una persona diventa solo piú un tunnel di sofferenze fisiche e psichiche acute,

continue e senza prospettive, chiedere di morire è, sí, un atto di rivolta, ma non contro Dio,

bensí contro il male che sta devastando questa vita fino al punto da renderla irriconoscibile come

dono di Dio (p.141).

In terzo luogo Ricca si domanda se esista per l'uomo, oltre il diritto di vivere, anche quello di

morire. La risposta è:

Credo di sí. Si tratta sicuramente del piú drammatico e —ancora una volta— paradossale dei

diritti umani, ma credo che esista perché la responsabilità del vivere comporta quella del morire,

di cui anche dobbiamo farci carico. Mai, in nessun caso, può diventare diritto di uccidere [...]

Ma il diritto alla propria morte esiste, e l'eutanasia è appunto questo: la decisione di morire,

chiedendo per questo aiuto all'istituzione medica (idem).

Ma allora l'istituzione medica, si chiede, non contraddice se stessa perché ha per compito di curare

la vita? Ricca distingue varie forme di eutanasia dalla rinuncia

all'accanimento terapeutico

all'interruzione di terapie che mantengono artificialmente in vita il malato. E precisando che resta

fermo

il diritto di ogni medico di non praticare l'eutanasia in nessuna delle sue svariate forme. Si

deve, credo, affermare che l'eutanasia stessa non si configura in nessun caso come un servizio

alla morte, ma come l'ultimo, estremo servizio al malato, per abbreviare, su sua esplicita e

ripetuta richiesta, il tempo delle sue sofferenze, quando neppure le cure palliative riescono piú

a lenirle (p.142).

Ho cercato di scegliere, fra le tante, alcune risposte di Paolo Ricca lasciando il più possibile la

parola a lui. Come il lettore può constatare l'Autore non indietreggia davanti alle domande più difficili

e delicate e ha sempre una risposta pacata, articolata, Bibbia alla mano.

Paolo Ricca,

Paolo Ricca risponde

, Claudiana, 2010

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