Overblog Tutti i blog
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU

Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

Pubblicità

ADRIANA ZARRI : DODICI LUNE DI CUI MAI UNA STORTA

 

http://www.einaudi.it/speciali/Adriana-Zarri-L-anagrafe

 

«L'anagrafe»

di Adriana Zarri

 

Ora l’Amelia è veramente scivolata nel limbo delle cose non più recuperabili. Il suo nome non è più scritto da nessuna parte: nemmeno in quel magazzino – o cimitero – di nomi che è l’anagrafe dove i volti degli uomini vengono a morire sopra al cartone di una scheda, come farfalle trafitte dallo spillo della catalogazione.

«Ignota» mi dice l’impiegata, per dieci lire di marca da bollo; ma l’aggettivo senza volto mi si cambia in un altro, nostalgico: di cosa conosciuta e rimpianta: «perduta». Perduta e conservata intatta perché vivere significa usurarsi e chi scompare dalla vita è come se si ponesse in una lucida custodia, di vetro fermo e terso.

Ecco che la ricerca inutile ha ormai fuso il volto dell’Amelia nel bronzo di un medaglione senza tempo. Non lo vedrò invecchiare, sotto una ragnatela di rughe. È ormai fermo e immobile, consegnato solo e per sempre al mio ricordo di bambina: di quando si dormiva insieme nella gran casa sul canale: quella casa che adesso non c’è più perché una notte l’incendio l’ha distrutta. Sopra a tante rovine, intatto, rimane il viso dell’Amelia che non può più invecchiare: una foglia che galleggia e non conosce autunno e non si farà mai gialla.

Questa fronda sempre verde della mia giovinezza son venuta a raccoglierla, in una città che quasi non conosco, in un mattino pallido, patinato da un sole di novembre: un autunno che sembra primavera. Proprio come l’Amelia, già in là con gli anni e col volto di fanciulla: una vecchiezza che sarà giovine in eterno.

***

Eppure vorrei incontrarla per la strada, riconoscerla e chiamarla per nome. Chiamerei la mia vita, chiamerei me stessa, quando avevo dieci anni, e nessuno mi chiamava col mio nome dell’anima, nessuno lo sapeva, forse nemmeno io. Mi sembrerebbe di chiamare la mia anima, tant’è impastata con gli amici, col tempo e con quello che è e che è stato. Mi sembrerebbe di chiamare il mio malinconico cuore di bambina, che aspettava soltanto chi lo riconoscesse.

***

Forse, senza saperlo, sono andata all’anagrafe per me: per ricercare tra le pieghe del tempo la mia faccia, per darmi il nome vero: quello che ciascuno di noi ha scritto nell’anagrafe eterna; e il tempo tanto spesso lo cancella!
Sono andata all’anagrafe per cancellare tutti i soprannomi che mi son messa da me stessa e ritrovarmi, col nome vero e unico, in un punto qualsiasi della terra che, a un tratto, diventa un punto dell’eternità. Sotto a un pallido sole di novembre che sembra primavera e invece è autunno, sembra un inizio e invece è la fine degli inizi e dei momenti di cui si tesse l’ingannevole trama della terra.

***

Adesso anche questa città mi sembra meno ignota.
Quando ci conosciamo conosciamo anche gli altri; quando abbiamo un nome sappiamo nominare, col giusto appellativo, chi ci passa vicino.
Cammino lentamente, senza l’ansia di giungere in nessun altro luogo. Al di là della trama delle partenze e degli arrivi, sento d’essere già arrivata, misteriosamente, oltre la geografia, oltre l’esatta e labile punteggiatura dei treni che taglia il tempo a fette eguali,  rigorosamente controllate dai semafori verdi e rossi e scritte sugli  orari, in piccole cifre allineate, con le ore e i minuti.
Anch’io  ho un orario delle ferrovie, in fondo alla valigia: una piccola zavorra di carta e di tirannia che mi lega ai condizionamenti inevitabili di cui è fatto il mondo, percorso dalle strade, segato dai binari dei treni, tagliato e misurato da ogni parte, come se a governarlo fosse un  orologio: un bravo orologio con le sue sfere esattamente circolanti a spartire il giro del sole e della luna, eguale a quello che è sulla facciata della stazione, lucido e pettoruto al pari di un re di questo mondo. E ha ragione perché il re del mondo è veramente lui: il tempo, lo spazio, le cose che cominciano e finiscono, secondo esattissime misure.

Ma oggi il mio orologio si è fermato. Non so perché: una piccola ribellione delle sue sfere laboriose che si son prese una  vacanza: si son fermate nell’ora più solare e non si sono mosse più. Il mio orologio seguita a segnare mezzogiorno e non ha alcuna intenzione di volgere le lancette verso sera; forse la notte è un’invenzione dei geometri del tempo. Mi ricordo di sant’Agostino quando parla del sabato eterno, del sabato che non conosce tramonto.

Cammino  lentamente: questa mia ora si dilata come un pallone colorato che sfida la legge della gravità e va a spasso nel cielo, tra l’ozio delle nuvole e il riposo del sole, alto e fermo come un pilastro di luce.
Se mi guardo d’attorno mi sembra di vedere, qua e là, il viso perduto e ritrovato dell’Amelia. Forse ogni viso è il viso dell’Amelia perché tutto è il nostro passato e noi siam fatti di tutto quello che ci è stato intorno: di questa strada, dell’impiegata dell’anagrafe, dell’orologio della ferrovia, del treno che verrà a prendermi da quest’isola sospesa e a portarmi via, lungo le vie ferrate e i chilometri del tempo, segnando l’aria con una scia di fumo: un’epigrafe lieve e misteriosa che scrive in cielo i tempi e le misure della terra.

Adriana Zarri su il nostro tempo, 1 dicembre 1960

Per gentile concessione dell'associazione Amici di Adriana

***

[Adriana Zarri è scomparsa nella notte tra 17 e il 18 novembre 2010, all'età di 91 anni. Aveva appena terminato di lavorare al libro Un eremo non è un guscio di lumaca, che raccoglie molti dei suoi scritti].

 

 

http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-due-cuori-in-un-eremo-67086455.html

13 febbraio 2011

Cara     Adriana    Zarri,

gli  uomini  son  proprio  dei   bizzarri.

Questo  è  un  momento,

in  cui  penso  a  te,  sgomento,

vorrei  tu  fossi  ancora  viva,

per assaporar  la  tua  saliva

sui  libri  che  ci  hai  lasciato

e  su  quelli  che  hai  baciato,

quando  nella  tua  solitudine,

che  per  te  era  beatitudine,

percorrevi  la  tua  strada,  in  salita,

pregustando  il  tuo  futuro  incontro

con  quella   che  è  la  vera  Vita.

Io  son  qui   che   mi  scontro

con    situazioni  paradossali,

non  trovo    via  d'uscita,

vorrei   posseder  le  ali,

per  raggiungerti  in  Paradiso,

ad  ammirare  il  tuo  grazioso

e  luminoso    viso.

Qui  l'uomo  è  sì  vizioso

e  tanto  capriccioso,

la   sincerità  non  accetta,

e  minaccia  con  l'accetta

chi  osa  scoperchiare 

la  pentola  che  brontola,

per  aiutar  colui  che  rantola

o  nel  buio  ancora  brancola.

Vienimi  a  salvare,

ché  sono  in  alto  mare.

Ti  aspetto  nel  tuo  eremo abbandonato,

era   freddo,   ma  io  per  te  l'ho   riscaldato

con  i  versi delle mie  poesie,

vieni  a  cacciar  via  le  mie  malinconie.

 

Riccardo  Fontana

 

Pubblicità
Torna alla home
Condividi post
Repost0
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post