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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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ADRIANA ZARRI : LA GINNASTICA DELL'AMORE

 

 

 

http://www.labottegadelvasaio.net/2012/10/03/la-teologia-e-la-morale-del-lasciarsi-amare/

 

 

La teologia e la morale del lasciarsi amare.

 
 

Mani aperte

 

 

Siamo figli di una morale cattolica fortissimamente improntata sull’importanza del “dare” e del “darsi”. Un agire moralmente qualificato è solitamente considerato solo quello che si offre e che si sacrifica per il prossimo. Il comandamento dell’amare è stato fortissimamente sbilanciato in un’esperienza dal carattere monodirezionale: da me all’altro. Eppure l’amore di cui Gesù riempie la propria esistenza è anzitutto quello che riceve dalle mani del Padre Suo, prima di quello che a Sua volta sa attuare. Pensare il comandamento dell’amore come l’invito, anzitutto, ad essere recettivi nei confronti dell’amore di Dio non è affatto cosa usuale. 

Questo bellissimo scritto di Adriana Zarri ci aiuta a riequilibrare le cose e a pensare la qualità morale della vita cristiana come qualcosa che dipende fortemente anche dalla capacità di accogliere l’Amore che ci viene offerto. Lo Spirito Santo è il protagonista dell’amare in modo recettivo.

 

Parlare dello Spirito Santo significa forse parlare dell’aspetto più segreto e misterioso di Dio: di un Dio – qual è il nostro Dio trinitario – che non si limita a effondersi, a darsi, ma sa anche riceversi, accogliersi, ascoltarsi, lasciarsi amare da se stesso.  Lo Spirito Santo è l’amore di Dio; ma è l’amore passivo. Forse sarebbe meglio dire che è l’amore di Dio, l’amato da Dio, che sussiste proprio in virtù di quest’amore che riceve perennemente, eternamente, come un respiro profondo che, insieme alla generazione del Verbo costituisce la vita intima di Dio. E se vogliamo cogliere il messaggio che egli dà a noi uomini, dovremmo forse dire che egli ci insegna, sì, l’amore;  ma soprattutto quell’amore umile e disponibile che non è tanto amare quanto piuttosto lasciarsi amare. L’amore attivo potrebbero insegnarcelo, più propriamente, il Padre o il Figlio; ma questo amore che riceve e non si vergogna di ricevere sembra essere la lezione particolare dello Spirito: Lui che, nell’ambito della vita di Dio, riceve solo e, per questo, non è più piccolo del Padre e meno perfetto e generoso del Verbo.  Già questa è una lezione per noi che tendiamo a qualificarci moralmente solo per quello che sappiamo dare e non anche per quello che sappiamo ricevere dagli altri. Invece essere disponibili, aprirsi, lasciarsi invadere e lavorare dall’amore non è più facile né meno meritorio dell’amare ed é amare a sua volta, perché suppone una benevolenza, una simpatia, in una parola, un amore per quest’amore che ci viene incontro e al quale apriamo tutte le porte dell’essere.  Lasciarsi amare non è semplicemente essere amati: un fatto che può avvenire a nostra insaputa o nostro malgrado e che non ci segna moralmente: un fatto che è al di fuori di noi, che resta alla nostra superficie, estrinseco, che dipende da altri e resta estrinseco, alla nostra superficie, proprio perché non gli abbiamo aperto la porta.  Lasciarsi amare significa accettare un dialogo d’amore ma non, primariamente, dalla parte che propone, ma da quella che accetta la proposta; significa fare unità con l’altro, non tanto perché si entra nella sua vita ma perché ci si lascia penetrare, invadere, riempire di lui: atteggiamento prezioso nel rapporto tra gli uomini ed essenziale al rapporto dell’uomo con Dio.  Il rapporto religioso è infatti soprattutto, un rapporto di recettività; e infatti che lo blocca e lo rende difficile non è tanto la grettezza, l’avarizia, la mancanza di generosità ma piuttosto l’orgoglio, la presunzione di sufficienza, la mancanza di disponibilità: in una parola il non sapere o non volere ricevere da Dio.  Non volere ricevere da Dio significa, evidentemente, provocare il discorso religioso alla radice perché Dio, nei confronti dell’uomo è colui che dà e l’uomo soprattutto colui che riceve. Ma il ricevere è costruttivo solo se non è un fatto ma una scelta: se è un accettare di ricevere e un volerlo.  Tutti gli uomini ricevono da Dio ma non tutti hanno un vero rapporto religioso, perché non tutti accettano consapevolmente e volontariamente i doni del suo amore. Questo lasciarsi amare, proprio perché non è un mero fatto ma una consapevole scelta, e quindi già un riscontro e un ricambio d’amore, è sommamente costruttivo.  Lo Spirito Santo – che è la persona ricettiva per eccellenza (e la teologia parla addirittura di passività) –  non resta, per così dire, immoto, senza incidenza nella vita trinitaria ma, anzi, la chiude e la conclude. Esso (sempre chiedendo venia per l’inevitabile improprietà di linguaggio) forma il cerchio che Dio gira attorno a se stesso, quasi un periplo infinito che lo fa consistere così come tre punti fanno consistere un piano.  Perciò lo Spirito Santo, nella sua recettività, fa a Dio il dono infinito del suo essere, e del suo essere trinitario, del suo essere com’è: dono, evidentemente, comune, di tutte e tre le persone divine, ma che non si potrebbe cogliere ove non esistesse questa suprema maturazione dello Spirito. Anche l’uomo col suo ricevere Dio, chiude un cammino che Dio compie, stavolta,  «fuori di sé» e restituisce a Dio qualcosa di quanto ha ricevuto e voluto e  accettato di ricevere. Non è tanto il discorso di Dio che «ha bisogno degli uomini» per l’evangelizzazione e la vita della Chiesa. Anche, ma ben più profonda è la prospettiva di questa recettività divina, soprattutto perché, con l’Incarnazione, non è ben chiaro come possiamo essere «al di fuori di Dio».  Tanto al di dentro siamo che, nell’incorporazione a Cristo, siamo introdotti nel Verbo: vale a dire nel centro della vita trinitaria. E, partecipando al Verbo non solo partecipiamo alla generazione passiva (siamo, cioè, nel Verbo, generati dal Padre) ma anche alla spirazione attiva: sempre nel Verbo, cioè, partecipiamo a quell’operazione d’amore da cui procede lo Spirito. Una realtà così vertiginosa non mi attenterei a dirla se non l’avesse detta, prima di sè, Giovanni della Croce, in uno dei testi più alti (se non, forse, il più alto, in assoluto) della letteratura mistica di tutti i tempi. Ed è lo Spirito che, introducendoci alla recettività e presiedendo alle donazioni di Dio (grazia, virtù infusa, doni, preghiera passiva…), consente questo ingresso nella sua vita più profonda fino a farci avere parte in quello scambio di dare e di ricevere che costituisce la sua vita.

 

Adriana Zarri – Teologia del quotidiano
“Il Dio critico. Spirito Santo e amore di Dio”

 

Mina - Io ti amavo quando ... - YouTube

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