Caricatura per l'articolo di Leonardo Boff pubblicato nel giornale Gazeta
Adriana Zarri : Eremita, teologa, poetessa e scrittrice.
Lode al gatto, invisibile pedagogo
di Manuela Trinci
Nessun bambino si meraviglia se la Gatta Prunilde risponde al telefono e il gatto Venerdì non è capace di ripetere speditamente le tabelline. Per loro, per i bambini, è assolutamente normale: «Il bambino non coglie alcuna differenza fra l'essere proprio e quello degli animali, e non si meraviglia che nelle favole le bestie pensino e parlino», annotava Sigmund Freud nel 1916. Sicuramente gli animali delle fiabe sono i protagonisti delle avventure che più si conformano al pensiero infantile, tanto che indifferentemente conigli, polli, asini, maialini, un coccodrillo dispettoso, una giraffa innamorata, una sardina raffreddata, fanno da specchio e quindi da «riflessione» agli stati d'animo dei bambini. Jean Piaget era inoltre convinto che per un bambino, dal pensiero ancora «egocentrico», anche l'animale «reale» - pur non mostrandolo palesemente - potesse comprendere e provare i suoi medesimi affetti. «Il rapporto tra bambino e animale è molto simile a quello esistente tra l'uomo primitivo, il selvaggio e lo stesso animale», sosteneva Freud. Il primitivo - nello stato del totemismo - non trovava difficoltà a far derivare la propria stirpe da un progenitore appartenente al regno animale, così come nel mito e nel sogno gli dei assumono spesso aspetti animali come nell'arte delle origini si rappresentano con teste di bestie. Conservando un'inconscia impronta di tale preziosa contiguità, il bimbo «non mostra pertanto alcuna traccia di quella alterigia e pretenziosità che più tardi induce l'adulto civilizzato a tracciare una rigida demarcazione tra la propria natura - che si appella a un'alta origine divina - e quella di tutte le altre creature». I piccoli, da parte loro, resi ancora più forti dalla prossimità psichica fra il proprio mondo e il mondo animale, tendono a proiettare e mimetizzare il loro serbatoio istintuale di amore e di odio in un bestiario immaginario o «reale», facendolo diventare teatro della rappresentazione di differenti parti di sé. Con le stesse modalità e gli stessi meccanismi di un bambino intento a giocare, il piccino si identifica nell'animale, vuole controllarlo, alterna stati amorosi e appassionati a stati rabbiosi e insofferenti, lo utilizza come proiezione dei suoi aspetti più fragili, più bisognosi e più dipendenti, per i quali continua a sognare e sperare rivincite e vittorie. Bruno Bettelheim, nel suo mondo incantato, ha descritto a più riprese tutto questo, prendendo in esame alcuni animali, protagonisti o minori, delle più celebri fiabe. Nella sviscerata passione per topi, toponi e topolini, non è difficile cogliere fin da subito il consueto «doppio registro» infantile. Il topo, infatti, è visto comunemente come un animale sporco, che vive nelle fogne, che si nutre di escrementi, che si associa a un'idea di miseria, di codardia e contemporaneamente di cupidigia e di voracità. Quindi, grazie ai suoi topo-eroi, il bambino può mettere fuori da sé (proiettando nel topolino) pulsioni avide, distruttive e impulsi sadici mentre con l'immaginazione può sguazzare e imbrattarsi nella melma, godendo di uno sporco sconfinato senza timore del castigo. Successivamente, avendo «esternalizzato» nel topo tali sensazioni o sentimenti - per lo più vissuti dal contesto che lo circonda come inaccettabili - il bambino riesce a tenerli a distanza, osservarli, trasformando così la «persecutorietà» interna, vale a dire la paura del biasimo e della ritorsione per i propri pensieri «cattivi», in atteggiamenti di riprovazione, condanna e punizione da infliggere, o lasciare che siano inflitti, al malcapitato topolino. Freud annotava, però, come tra i topolini e i bambini esistesse un'affinità e un'interscambiabilità non riconducibile solo a un affascinante caleidoscopio di proiezioni e identificazioni. Nel linguaggio ordinario di tutti i giorni, per esempio, molto spesso per designare un bambino si usa il vezzeggiativo affettuoso di topolino. Bambini e topolini sono contigui, tanto che - spiega ancora Freud - quando il piccino si ritrova alle prese con i naturali enigmi delle proprie origini o con la nascita di un fratellino, lo assale normalmente una paura terribile che la mamma possa generare bambini-fratellini-topolini all'infinito, l'uno dietro l'altro. Tanta rabbia e «gelosia» inducono nel giovane Otello fantasie terribili di attacchi al corpo della madre e ai bambini immaginari in esso contenuti. Un tale odio fratricida, intollerabile, (ma assolutamente congruo con la crescita) dà luogo nella fantasia a una vera e propria strage degli innocenti, che il bambino «sposta» e dirige, con un movimento difensivo - sottolinea Anna Freud - su morbide nidiate di piccoli animali, pulcini, gattini, maialini, e soprattutto topolini. Ma sopportare la tensione e la complessità di sentimenti quali la gelosia, la rivalità, il disamore è per i bambini fonte di malumore tanto che - aggiunge la Freud - essi compiono un un ulteriore, tipico, «movimento con la fantasia» - «un meccanismo di difesa di inversione» rovesciando i fatti penosi della loro realtà nell'esatto contrario. Ecco, quindi che i tanti topolini, inconsci, temutissimi «fratelli-rivali», si trasformano alla lettera in amici e protettori. Se questi sono alcuni degli aspetti intrapsichici del rapporto fra bambino e animale e del loro inconscio legame ancorato alla filogenesi, passare dall'animale simbolico, dall'animale immaginario delle fiabe o dei cartoon, all'animale «quotidiano», assume davvero per il bambino il senso di ospitare uno «straniero». Fra cani, gatti, furetti, criceti, conigli pesci e pappagalli, 45 milioni di animali vivono, in Italia, nelle nostre case. Psicologi e pedagogisti non hanno dubbi nel sostenere l'importanza che riveste per la crescita di un bambino la convivenza con un animale domestico. Potrà così imparare a proprie spese la differenza che esiste tra Dumbo, Bambi, Rex, Lessie e altri, e l'animale reale, vivo, radicalmente altro da sé, con le proprie esigenze e con la propria «animalità». Un rapporto corretto con il mondo degli animali domestici serve, allora per favorire nel bambino uno stato di empatia con lo «straniero» e per sviluppare, con l'accudimento dell'amico plurizampe, autonomia e senso di responsabilità. L'animale domestico, soddisfa la sensazione molto appagante di un'appartenenza reciproca nonché il bisogno di tenerezza e di affetto. Ma non solo, in tempi di rapporti virtuali dove vige l'imperativo giovanile del «tutto e subito, con piacere e senza sforzo», l'accudimento quotidiano del proprio animale allena alla fatica sana e alla responsabilità sempre implicita nel concetto del prendersi cura, mettendo inoltre il bambino in contatto con i sentimenti più difficili della crescita: sentirsi impotenti ed essere dipendenti da qualcun altro. Diverso avere a che fare con gli occhi eloquenti di un Fuffy, piuttosto che «allevare» un cucciolo high tech dotato di sensori e microchip che, con pelo o senza, abbaia, ringhia e offre la zampa sulla base di esatte programmazioni. Abusi della tecnologia che incoraggiano e sfruttano commercialmente (45 mila esemplari di Aibo venduti negli Usa, nonostante il prezzo del raffinatissimo «cagnolino» tecnologico abbia raggiunto i 2.000 euro) le tendenze onnipotenti e controllanti dei bambini, offrendo loro continue sollecitazioni a consumare oggetti allettanti in grado solo di mimare affetti e relazioni. L'animale «reale» di contro sollecita a un rapporto complesso, soggetto, come qualsiasi relazione umana, alla caducità, al cambiamento e all'imprevedibilità. Tuttavia, può anche accadere che in questi nostri tempi moderni segnati dalla fretta, dal narcisismo e dall'abuso sulla natura - dove anche i nuovi animali cinematografici obbediscono alla logica autarchica del «non avere bisogno» (si pensi a Nemo, il pesciolino, che benché handicappato da una piccola pinna non sviluppata, se la cava sempre da solo!) e dove anche i cani conoscono solo i cani visti in Tv e le farfalle volano ormai sui fiori di plastica - lo stesso rapporto fra bambino e animale patisca riverberi negativi, smarrisca i contorni della differenza necessaria fra animale immaginato, immaginario o fiabesco e quello reale, e si muova nella direzione di un animale «umanizzato» e iperinvestito di pretese e attese di ricompensa. Animali che intrecciano genealogie familiari chiamandosi Irene, Ugo, Camilla, Kafka, animali che vengono costretti a vivere in ambienti inadatti o che vengono addobbati con tutine, cappotti, ferma-peli, guinzagli griffati o incastonati con pietre preziose. Ma il vestire gli animali (anche per i piccolissimi) si fa in tal senso riflessione pungente smascherando tutti coloro che fanno dell'animale solo un egocentrico e assurdo prolungamento o restyling di se stessi. Se allora di questa nostra discutibile contemporaneità consideriamo anche la spettacolarizzazione che si fa degli affetti: urlati, sbraitati e impoveriti dal piccolo e grande schermo, quale animale più del gatto può farsi «invisibile pedagogo» del valore del silenzio, della passività, del narcisismo sano e dell'amore che non impone asservimenti? Il gatto, l'anima felina della natura, «allena» i suoi conviventi, grandi e piccini, al rispetto del pudore. Imparare a nascondersi così come fanno i gatti, a ritagliare per se stessi i propri spazi e tempi privati, a pretendere che essi siano rispettati e presidiati mette in scena la possibilità di rapporti umani caratterizzati dal «rispetto» e non dal forzare i tempi e i ritmi altrui, indicando come un rapporto autentico e riguardoso della natura richieda all'uomo la marginalizzazione del proprio protagonismo. Creare nella nostra quotidianità la «privatezza» di buchi, soglie, anfratti, esattamente come i gatti cercano nell'armadio - tra maglioni fusa e sbadigli - il loro spazio privato e personale, significa declinare le parole privato e personale in maniera differente da quella tardo borghese, di sottrazione alla comunità o di desolidarizzazione, si tratta piuttosto di un «privato» riassunto nel senso del pudore. Ed è proprio nel rapporto quotidiano con il gatto che scopriamo come il pudore diventi una vera opzione educativa: possiamo sempre immaginare che, laddove ci sia uno sguardo indagatore, intrusivo e mediatico che spia gli individui e le loro anime, sia sempre possibile scorgere lo sguardo sonnacchioso di un gatto che smaschera il potere con la sua apparente, splendida indifferenza.
30 March 2007 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 24) nella sezione "Cultura"