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Riabilitazione post mortem di Padre Gino Burresi Firma la Petizione https://petizionepubblica.it/pview.aspx?pi=IT85976 "Sono dentro, donna o uomo che vive li nel seno di questa chiesa. Da me amata, desiderata e capita... Sono dentro. Mi manca aria, Aspetto l'alba, Vedo tramonto. La chiesa dei cardinali madri per gioielli, matrigne per l'amore. Ho inciampato e la chiesa non mi sta raccogliendo. Solitudine a me dona, a lei che avevo chiesto Maternità. E l'anima mia, Povera, Riconosce lo sbaglio di aver scelto il dentro e, Vorrei uscire ma dentro dovrò stare, per la madre che non accetta, Il bene del vero che ho scoperto per l'anima mia. Chiesa, Antica e poco nuova, Barca in alto mare, Getta le reti Su chi ti chiede maternità. Madre o matrigna, per me oggi barca in alto mare che teme solo di Affondare! Matrigna." Commento n°1 inviato da Giò il 2/04/2011 alle 14h27sul post: http://nelsegnodizarri.over-blog.org/article-la-chiesa-di-oggi-ci-e-madre-o-matrigna-67251291

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SEMINARIO INTERNAZIONALE NELSEGNODIZARRI - PADRE GINO BURRESI : "GIOVANGUALBERTO CERI, L'ULTIMA SPIAGGIA PER SALVARE IL PIANETA DANTE"

 

 

  SEMINARIO INTERNAZIONALE NELSEGNODIZARRI

RETTORE E DIRETTORE SPIRITUALE : LA PORTA DELLA VITA 

   
Monday 18 june 2012 1 18 /06 /Giu /2012 20:13

SEMINARIO INTERNAZIONALE NELSEGNODIZARRI - PADRE GINO BURRESI : "LA CARITA' SPICCIOLA NON UCCIDE"

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Monsignor ENRICO BARTOLETTI in data 3 Giugno 1956, su sua inaspettata e sorprendente iniziativa volle regalarmi, con solenne dedica sul frontespizio, il libro di ALFONSO GRATRY, “La sete e la sorgente” (Società Editrice Internazionale, Torino, 1949) profetizzandomi che, in vita mia, avrei fatto scoperte su Dante e sul suo medioevo paragonabili a quelle di HEINRICH SCHLIEMANN su Troia e la civiltà micenea. L’idea gli era venuta in mente il giorno prima, il 2 giugno, festa della Repubblica Italiana e giorno di nascita di Dante personaggio da me scoperto successivamente, appunto. Il Bartoletti credo abbia fatto anche ad altri delle rivelazioni sul loro futuro, ed anche a qualcuno di Lucca, per cui dicendo adesso io di quella fatta a me, penso di non passare per matto. Adesso io ritengo di aver fatto quelle scoperte che lui mi profetizzò però, diversamente da Schliemann, non mi vengono riconosciute. Intuitivamente appaiono così chiare e ragionevoli, affascinanti anche sotto il profilo della LITURGIA CRISTIANA, che desta sorpresa, non solo vedere le varie Università degli Studi lavarsene le mani, ma anche constatare che nemmeno nei nostri Seminari Diocesani c’è una mentalità orientata ad apprezzare la risoluzione di questi problemi. Quasi che la possibilità di ridestare interesse per la nostra SACRA LITURGIA CRISTIANA approfittando di quello grandissimo mostrato da Dante in base alle mie scoperte fosse un problema da buttare dalla finestra.
Commento n°1 inviato da Giovangualberto Ceri oggi alle 00h43  

http://abenemeglio.blogspot.it/2012/03/alla-scoperta-del-pianeta-dante.html

sabato 31 marzo 2012

 

Alla scoperta del pianeta Dante 

 

IN VIAGGIO CON IL PROF. ALDO VALLONE

 ALLA SCOPERTA DEL PIANETA DANTE

                                                       Di Augusto Benemeglio
1.     Il pianeta Dante
“Dante  aveva dentro di sé il poema essenziale delle cose, una memoria prodigiosa che non teme confronti neanche coi computer di oggi, e il senso profetico del mistero “, -così mi dice uno dei massimi studiosi di Dante, il prof. Aldo Vallone, ordinario di letteratura italiana all’università Federico II di Napoli e direttore de “ L’Alighieri” e “Casa di Dante”, mentre passeggiamo per il Corso , a Gallipoli, in una sera di fine Giugno del 2001, col cielo che è un’incudine dalla fronte rosa, come capita  spesso di questa stagione. Ci fermiamo al Bar Italia e prendiamo un caffè in ghiaccio. Il professore ammicca con quel suo sguardo buono e profondo, sorride, “Oggi parliamo del degrado etico politico morale dei nostri tempi , ma ci si dimentica del passato ; è stato sempre così. Dante scrive anche  per individuare le cause generali che avevano condotto al progressivo intollerabile degrado della situazione politica d’allora ; mette sotto accusa la decadenza e corruzione dell’intera società del suo tempo, dove  si commettevano nefandezze e atrocità  d’ogni tipo . Pochi signorotti erano  padroni della vita e della morte di migliaia di esseri umani , erano al di sopra di qualsiasi legge , altro che immunità parlamentare!. Quei  mali non avrebbero potuto essere eliminati se non attraverso situazioni politiche al di sopra dei particolarismi municipali e attraverso una palingenesi di valori etici e umani. Per dire tutto ciò, e altre milioni di cose che gli affastellano la mente , gli irrompono da ogni dove e lo tengono sveglio inquieto ossessionato giorno e notte , Dante sperimenta  altre forme di espressione e comunicazione letteraria. Cerca un lessico più vario, un linguaggio che abbia la forza dirompente di un laser e che sia fatto di immagini; ogni  immagine deve essere  tesa , fulminante,  concentrata , tale da permettere di riassumere il concetto , o il  personaggio  trattato , in una sola battuta. E’ qualcosa di unico, pazzesco, un  vero e proprio miracolo che non potrà mai più ripetersi in tutta la storia della letteratura . Leggere Dante è come scoprire un  pianeta affascinante e irresistibile , non c’è momento dell’esperienza esistenziale di cui la Commedia non rechi testimonianza; non c’è aspetto del sapere e quasi direi del lavoro umano che non sia in qualche modo evocato; non c’è potenzialità della lingua che non vi trovi una messa in atto,  Dante è una miniera inesauribile , un’enciclopedia sempre da scoprire , la poesia più alta che io conosca. Ci si passa una vita intera, come ho fatto io , nel pianeta Dante , e non basta. Leggerlo , studiarlo è anche una fatica interminabile in cui ogni successo ci allontana sempre più dalla meta. Io ancora lo studio e scopro sempre cose nuove, scopro ad esempio che i letterati di oggi sono ancora dietro Dante in  quanto a modernità lessicali…figurati!
2.     La lingua di Dante
Qualche anno prima ero andato  a trovarlo nella sua casa romana, sita  in via Folco Portinari , padre di Beatrice, al numero civico 36 , ovvero  3+6 = 9, che  più dantesca di così non si può. Alle mie timide obiezioni sulla difficoltà di leggere Dante oggi , per tutti, ma in specie per una persona comune,  alle prese con quel linguaggio tosco-fiorentino del trecento , m’aveva  risposto,  “Caro amico, le stesse difficoltà l’hanno avute i suoi commentatori più antichi e anche i suoi contemporanei che per orientarsi avevano bisogno di delucidazioni e di un nutrito glossario.  La lingua di Dante, come disse Contini, è il suo punto più avanzato, e corrisponde esattamente al senso profondo che il poema racchiude e tramanda: il livello più basso dell’esistente- il caduco, l’effimero, come era appunto il volgare rispetto al latino – contiene in sé la stessa eterna realtà che abita i luoghi più alti e perfetti dell’universo. Dante ha inventato un linguaggio suo , nessuno ha mai parlato usando sistematicamente il vocabolario o la sintassi che usa Dante nella Commedia… Intendiamoci questo vale per qualunque poeta, che usa un suo proprio linguaggio sempre diverso dal parlato comune , ma nel caso di Dante ci troviamo alle prese con uno che usa un repertorio lessicale incredibile, che ibrida termini vernacoli con latinismi elaborati sul lessico dei teologi della Sorbona , o un latino dei classici, mescola sciami di gallicismi con moduli scritturali , vocaboli della ultima tecnologia e spericolatissimi neologismi, con una spropositata varietà di verbi  che trasmettono alla narrazione e alla sintassi un dinamismo irrefrenabile , per non parlare di altre peculiarità metriche e prosodiche o modulazioni che ci fanno pensare alle geometrie  musicali delle sfere celesti e ai congegni di un orologio meccanico, alle architetture della luce e al  sorriso furtivo di una dama, alla libertà morale , alle malattie della pelle, ai nomi dell’acqua , al disegno volubile di un volo di uccello contro il crepuscolo , e alla solitudine di Dio …La sua è la lingua della conoscenza e del canto , lingua erudita e popolare insieme , una lingua che dopo settecento anni continua a tentarsi  e torcersi, e sperimentarsi sotto i nostri occhi. Non ne siamo venuti ancora a capo . Siamo rimasti più vecchi di lei…Se la lingua di Petrarca continua a costituire un modello irraggiungibile per tutti i poeti , quella di Dante  è ancora oggi una sorgente inesauribile di novità... Vedi, in fondo,  ogni poeta scrive in una lingua “straniera” , ogni lettura è una specie di traduzione. E nella Commedia lo è ancora di più. Ma Leopardi diceva che è quello lo stile più forte bello e dilettevole che si possa concepire. Perché ogni parola è un’immagine.
Tu leggi Dante come un tuo contemporaneo , anzi un avanguardista  , e non ti preoccupare se incespicherai in parole incomprensibili, sarà occasione per te di esplorare l’immenso bacino linguistico ,storico , retorico , metrico , filosofico, teologico, da cui sono estratte queste parole , e i modi del loro incastro. Del resto , come disse Steiner , non si può leggere la Commedia senza lasciarsi leggere da lei. Ma l’io che legge Dante non è l’io mortificato dal consumo quotidiano di luoghi comuni, dall’assillante catechesi del mercato, è l’io interno e segreto che la tua voce conosce meglio di te. Insomma, lo spartito è questo. Praticamente divino. Prova a solfeggiare la musica del senso, e a suonarla , magari con un dito…Questo libro- mondo si candida a essere, per te , e ognuno di noi, un libro-vita.  
3.Dante uomo del suo tempo.
Ma scusi, professore, non si è sempre detto che Dante era uomo del suo tempo e che in fondo la sua opera  è anche , sotto certi aspetti , una cronaca  storica di uomini e fatti spesso misconosciuti ( quasi nessuno dei mitici personaggi della Commedia sarebbero entrati nella storia  se non fosse stato per Dante) di quell’epoca medievale in cui visse?
“E’ vero. Infatti , noi oggi ci stupiamo all’idea del cilicio , o dei flagellanti , ci indigniamo , rimaniamo inorriditi  all’idea delle esecuzioni capitali ,con o senza contorno di torture, organizzate o sponsorizzate addirittura dalle stesse Autorità civili e religiose come spettacoli pubblici ; ci  stupiamo all’idea di un mondo basato su cerimonie liturgiche , un mondo dove i libri si copiavano a mano  e dove tante cose si imparavano a memoria ; un mondo pieno di gente che viveva in obbedienza , in castità , in clausura…Ma allora , al tempo di Dante , queste cose erano normali, le vedeva tutti i giorni e molte di queste cose le riporta nella Commedia , altre  gli vengono raccontate, come la morte dell’eretico Gherardo Segarelli , bruciato vivo sul rogo, a Parma, il 18 luglio 1300 , “uno scurrile turpe stupido contadino ,  selvaggio come tutti i contadini”, disse il Salimbene  . Ecco,  quelle stesse parole le avrebbe potute dire il “cittadino”  Dante che detestava profondamente i contadini. Allora si viveva  di classi sociali, di profonde divisioni , disprezzi e rancori  . E Dante non ne era affatto esente, anzi, proprio per questo ( essendo un guelfo di parte bianca, sconfitto dai neri)  vivrà esule per oltre vent’anni , fino alla morte, in dolorosa povertà, quasi da mendicante , lamentandosene rabbiosamente nel Convivio .Era figlio del suo tempo e aveva un carattere per nulla conciliante, o cordiale. Anzi, aveva spesso travasi di bile per futili motivi che gli facevano perdere il lume della  ragione ( ad esempio se la prese con quelli che disprezzavano il volgare, lingua in cui lui aveva deciso di scrivere, tacciandoli di essere bestie vili e dannosissime ). Ecco, Dante è anche questo, spigoloso, collerico , violento, eccessivo. Ma sa essere anche dolce e pietoso. E la  Commedia è una specie di summa tonale delle sue esperienze umane e letterarie , dalla eleganza elusiva delle rime di Stilnovo, alla sofisticata spigolosità delle “Petrose”, al virtuosismo osceno del “Fiore” , alle contese comiche e violente  con Cecco Angiolieri e Forese Donati . Dante è quello che fa dire , non ai diavoli dell’inferno , ma a San Pietro , nel Paradiso , parole come “cloaca del sangue e de la puzza”. Tutto ciò non va dimenticato, come non va dimenticato che nei primi anni di esilio la sua mente è ossessivamente dominata da pensieri religiosi , filosofici e politici, i cieli e la nobiltà, l’immortalità dell’anima e la giustificazione dell’autorità, la celebrazione dell’Impero e il biasimo delle ricchezze...E’ ossessionato dall’idea di fare qualcosa di grandioso, di duraturo, di eterno . Vuole scrivere di tutto lo scibile umano , parlare delle radici della nostra cultura – della filosofia, dell’etica, della politica, della teologia , del papato e dell’ impero , della lingua , - valori su cui si reggeva ( e tuttora si regge, anche se sotto altri nomi ) l’umana convivenza… Dante vuole dimostrare la sua grandezza, il suo genio, vuole lasciare profonda traccia di sé. Ma sono così tante  le cose da spiegare al lettore che ci vorrebbe un enciclopedia . Progetta così  il Convivio in quindici volumi, ma al termine del IV° capitolo ( che gli viene il doppio del terzo per lunghezza) capisce che non ce la farà mai. Allora decide di scrivere un altro libro, per dire quelle cose, e altre cose ancora, in modo diverso, con un linguaggio diverso, unico, capace di parlare, più di ogni altra lingua, al cuore dell’uomo. Ed ecco che nasce l’idea del “poema sacro/ al quale ha posto mano e cielo e terra”. Un poema epico che non ha per soggetto il mito o la leggenda, né per protagonisti gli eroi , ma narra di eventi di tutti i giorni, con personaggi in genere ignoti o oscuri, personaggi per di più , in buona parte conoscenti, o amici , o perfino parenti dell’autore. Ma ognuno di loro , anche nella sua oscurità, ha in sé una dignità assoluta, quella dignità che è propria dell’individuo , della persona umana , in quanto fatta a immagine e somiglianza di Dio. Siamo in Valpadana , ed è la fine del 1304, Dante è avviato verso il 40° anno. Forse solo due o tre anni dopo porrà mano alla scrittura del  poema, ma  intanto lo elabora nella propria mente prodigiosa.     
4.Dante all’Anmi di Gallipoli.
Con il professore , diversi anni prima  (1988) avevamo fatto una cosa strana, oserei dire unica, in quell’ambito, ovvero portato Dante all’Anmi di Gallipoli, grazie alla mediazione del suo grande amico , Avv. Felice Leopizzi. Era stata una serata estiva davvero memorabile, coi vecchi marinai a bocca aperta ad ascoltare la “lectio Dantis” del grande Aldo Vallone, che aveva attualizzato il nostro più grande poeta, ne aveva proclamato la modernità di pensiero e di vedute, nonostante fosse un uomo del suo tempo, perché Dante – disse – aveva una mente semplicemente divina, e non perché la sua fosse una originalità di pensiero , ma piuttosto per la sua eccezionale capacità di capire l’uomo in tutte le sue amarezze , e in tutte le sue esaltazioni , capire l’uomo nello squallore della sua solitudine terrena che può essere illuminata solo dall’Alto. “Egli individua e chiarisce , armonizza i battiti eterni del cuore dell’uomo , il passionale, lo speculativo, il morale, fa nascere la coscienza estetica , ovvero il senso profondo dell’arte , con tutte le sue sottili difficoltà e i suoi tormenti , toccando tutti i tasti e i registri possibili del canto umano , attraverso i delicati tremori della nostalgia e della speranza, dalle rarefatte altezze del Paradiso , alle drammatiche profondità dell’Inferno . Egli è anche il poeta del nostro tempo, che racconta all’uomo insicuro il suo destino eterno , è da uomo immerso nella storia che della storia si fa carico, e della storia conosce tutti i dolori, e dell’uomo conosce – e ne è partecipe – la miseria e la grandezza. In questo poema ogni gesto dell’uomo è prezioso, ogni sua parola è contata . Tutta la realtà è guardata da Dante con appassionata cura e amore in ogni sua sfumatura”.  E’ vero, conferma Jorge  Luis Borges, Non v’è cosa sulla terra che non sia compresa nella sua opera. Ciò che fu , ciò che è, e ciò che sarà , la storia del passato e quella del futuro, le cose che ho avuto e quelle che avrò, tutto ciò che ci aspetta in qualche punto di quel labirinto sereno… un’opera magica, una miniatura che sia un microcosmo. Il poema di Dante è quella miniatura d’ambito universale…Ma se potessimo leggerlo in assoluta innocenza , l’universalità non sarebbe la prima cosa che noteremmo, e neppure la sublimità e la grandiosità…la prima cosa che noteremmo credo che sia la varia e felice invenzione di particolari precisi; se l’uomo e un serpente si abbracciano non basta dire che l’uomo si trasforma in serpente e il serpente in uomo; ma questa mutua metamorfosi è il fuoco che divora la carta, preceduta da un alone bruno in cui muore il bianco che ancora non è nero; nel settimo cerchio i dannati socchiudono gli occhi per guardarlo, e sono come uomini che si guardano sotto una luna incerta, o un vecchio sarto che infila l’ago; per Gongora e Petrarca ogni capello femminile è d’oro e ogni acqua è cristallo, per Dante no, ogni parola ha una sua giustificazione. Sembra quasi paradossale che  Dante,  narratore dell’oltremondo,  sia in realtà uno  dei più acuti descrittori di questo mondo
 5.Il vero genio
Dante appartiene – diceva il mio collega Mattalia - al multanime patrimonio della letteratura universale, alla weltliteratur dei tedeschi , cioè alla massima , alla classica, alla assoluta letteratura dei geni, che s’imprimono in noi come sigilli di potenza creativa, originalità, fecondità, lucido e avvampante dominio del tumulto ispirativi, di potere rasserenante, o capace di sommuovere tempestose sollecitazioni, una forza creatrice di tipo cosmogonico capace di generare dalla propria sostanza qualcosa che nell’ordine della grandezza e della originalità non ha altra misura che se stessa. Il vero genio non opera mai in un suo vuoto solipsistico, ma a raggio più o meno ampio , nel processo stesso del suo creare , recepisce gli elementi del reale, passato o contemporaneo, utilizzandoli secondo la ragione o la necessità e il fine della creazione. Il genio è rappresentativo, il genio è sempre universale, il genio opera con la misterioso potenza e fecondità di una forza cosmica, si dica Michelangelo, Galileo, Mozart, Beethoven , Verdi , Rossini, Wagner . Goethe , Tolstoj, Shakespeare, ecc.  E Dante fu un grande genio , un Omero del medio evo, secondo Vico, il padre per antonomasia della lingua e della letteratura italiana. E il primo autorevole sacerdote del culto dantesco fu un altro genio della letteratura, parliamo di  Giovanni Boccaccio, e da allora in poi gli studi danteschi sono diventati per numero e mole un qualcosa di oceanico.
Il solo prof. Vallone aveva nella sua biblioteca di Galatina , sua città natia , dove ero andato a trovarlo insieme all’avv. Leopizzi , qualcosa come trentamila volumi  su Dante scritti in tutte le lingue possibili…”Ecco, questa, - e mi mostrò il libro con orgoglio – è una traduzione della Commedia in lingua coreana, ma c’è né in tutte le lingue parlate nel mondo. Chiunque si occupi di poesia e di letteratura non può prescindere da Dante. Solo Shakespeare gli può star alla pari, con il vantaggio di una lingua , come l’inglese, che è parlata da mezzomondo. Ma Dante , il terzo dei profeti, dopo Enea , fondatore dell’Impero e Paolo, fondatore della Chiesa , è il profeta della divina Poesia”.  E  Vallone, in poche  battute , ne rifà la storia, dal giovane poeta della “Vita Nova”  che intesse in dolcezza estatica di palpiti e poi con religiosa accettazione di un dolore sublimato in culto ( la morte di Beatrice) , una sua maliosa favola di amore e morte; al poeta-teologo , nel significato medievale del termine, ovvero di un uomo che ha raggiunto i gradi supremi del sapere del tempo, che  allontanatosi progressivamente dal mondo persegue nel fantastico itinerario a  Dio  un suo ideale di sublimante elevazione etica e intellettuale ; e poi l’eretico occulto, il profeta e precursore della riforma nel suo ardito proposito di attivare in Italia una rivoluzione religiosa; il titano esagitato che si divincola con furore nei lacci di una passione amorosa senile; il politico ferocemente passionale cresciuto ( dice Foscolo) tra il papale furore e il ghibellino, e da guelfo bianco tramutatosi a ghibellino e indomito assertore dell’autonomia del potere temporale  contro le prevaricazioni temporalistiche di una chiesa divenuta fomite di  disordine politico e morale. Il politico passionale e sconfitto, orgoglioso , che per un ipotizzato mandato divino, si autoassume , nel poema , il ruolo di vendicativo-giudice-giustiziere ; l’eroe-poeta-profeta spiritualmente operante nella prospettiva di una missione eroica e sublime; il poeta-vate depositario dei destini della sua nazione, il nume tutelare , il grande santo della religiosità  laica e patriottico-nazionale  dell’ottocento.  L’uomo ammirato per la sua  vastità enciclopedica del cosmo culturale , per la sua potente carica psicologica–temperamentale che lo fa fine , selettivo , eccezionale psicologo di una umanità minore , ma con una sua immanente carica dialettica . L’uomo- Dante , l’esule , il dramma del giusto , latore di un grande messaggio , il perseguitato, ma anche per questo impegnato , per sé e per gli altri, a resistere caparbiamente , in attesa dell’ora di poter dire e fare , e anche di ricambiare quanto ricevuto.
 
E allora conta l’esilio, Professore? Certo che conta. E’ la radice etico-psicologica , l’impennata di un orgoglio  profondamente ferito che lo impegna in un ‘opera di recupero del proprio prestigio personale , condotta in uno spirito di rivincita e insieme di rinfaccio nei confronti della patria matrigna e degli “scelleratissimi” concittadini;  le vicende dell’esilio  permeano sempre più il codice morale di Dante di quel radicalismo moralistico che lo spinge nel poema a congedarsi dal mondo con un gesto di pesante, apocalittica condanna globale Poche volte ci sono vocaboli di requie, dolcezza,  distensione, lieto appagamento, conciliazione, serenità  e simili . Predomina la tematica della tensione dell’urto  o scontro, della rampogna e della sferzante  requisitoria , della rivincita, della reattività aspra, giustiziera, vendicativa, non senza punte malediche in cui rasentiamo  vibrazioni di una certa oscurità temperamentale ; dell’orgoglio immedicabile e incoercibile  e prontissimo allo scatto e della relativa e conseguente scarsa vocazione per il perdono  o il generoso oblio.Dante è anche tutto questo,  uno spartito musicale vasto e tempestoso , o sai leggere la musica , o è inutile che tu perda tempo a scrutarlo, tanto vale ricorrere a qualcuno in grado di suonare il pianoforte  e ascoltare il suono che fa quella crittografia. Ma se credi ancora nel valore dell’individuo , nella sua storicità, nella sua libertà, nella sua redenzione , tutti valori che il cristianesimo portò con forza di sconvolgimento nell’universo culturale greco-romano, allora leggi ( o ri-leggi ) la Divina Commedia senza timore, con lo spirito dei tuoi nonni, che la conoscevano a memoria  e la declamavano a voce alta , pur  essendo analfabeti ; rileggila  con quella nudità e semplicità , innocenza del  cuore , e la troverai diversa , così nuova e così fortemente insolita, così attuale e reale , così poetica , la più alta voce poetica mai esistita – forse la sola – che esprima in tutta la sua profondità l’idea cristiana dell’uomo.     
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Giovangualberto Ceri<br /> <br /> “Dante e La politica oggi”<br /> Lettera Aperta.<br /> <br /> - Al Signor Sindaco del Comune di Firenze Matteo Renzi – Palazzo Vecchio.<br /> <br /> - E p.c. ad altri, e all’On.le “The Nobel Foundation” - Literature – Box 5232, SE – 102 45 Stockholm – Svezia.<br /> Firenze, oggi domenica 24 Giugno 2012 festa, ma non da sempre, di san Giovanni Battista patrono della città di Firenze: questo anche perché contro il volere del cielo, e di Dante (Inf., XIII, 143 –<br /> 150; Par., XVI, 46 – 48; Par., XIV, 103 – 108). Il problema già potrebbe essere dantesco, politico, ed attuale. Ma non fermiamoci qui.<br /> Premessa introduttiva.<br /> Monsignor ENRICO BARTOLETTI, il grande amico di papa PAOLO VI, “il Traghettatore della Chiesa in Italia dopo il Concilio Vaticano II”, in data 3 Giugno 1956, su sua inaspettata e sorprendente<br /> iniziativa volle regalarmi, con solenne dedica sul frontespizio il libro di ALFONSO GRATRY, “La sete e la sorgente” (Società Editrice Internazionale, Torino, 1949) profetizzandomi che, in vita mia,<br /> avrei fatto scoperte su Dante e sul suo medioevo paragonabili a quelle di HEINRICH SCHLIEMANN su Troia e la civiltà micenea. L’idea gli era venuta in mente il giorno prima, il 2 giugno, festa della<br /> Repubblica Italiana e giorno di nascita di Dante personaggio da me scoperto, appunto, successivamente proprio come lui mi aveva profetizzato. Superfluo ricordare che fino ad oggi, nonostante tutti<br /> i miei sforzi, nessuno ha progettato di unire la festa della nascita della Repubblica Italiana alla festa della nascita del Poeta della Patria, Dante. Ma potrebbe essere un sintomo dei nostri guai<br /> politico-culturali.<br /> Il Bartoletti credo abbia fatto anche ad altri delle rivelazioni sul loro futuro, ed anche a qualcuno di Lucca, per cui avendo detto io adesso di quella, tanto positiva, fatta a me penso di non<br /> passare per matto. Finalmente io ritengo di aver raggiunto quelle importanti verità che il Bartoletti mi aveva preannunciato: però, diversamente da Schliemann, non mi vengono riconosciute ed è<br /> questo è il punto, il primo motivo, che cercherò di spiegare, per cui scrivo questa lettera inviandola anche a Stoccolma. Voglio battere i piedi per farmi sentire, per chiedere aiuto, cioè un<br /> appoggio ai responsabili della cultura letteraria e della politica e, tutto ciò, lo faccio semplicemente perché ho ragione. La mia è su una questione importantissima e dunque coinvolgente lo<br /> sviluppo della nostra cultura e civiltà. Le mie scoperte, anche solo enumerandole, dovrebbero apparire al lettore, per quanto non specializzato, intuitivamente così chiare, ragionevoli e<br /> rivoluzionarie, affascinanti anche sotto il profilo della LITURGIA CRISTIANA, da sorprenderlo. E questa sorpresa non solo nel vedere che le varie UNIVERSITÀ DEGLI STUDI se ne lavano le mani, ma<br /> anche nel constatare che nemmeno nei SEMINARI DIOCESANI della nostra Chiesa cattolica c’è una mentalità aperta ad apprezzarle. Quasi che la possibilità di ridestare un interesse per la nostra SACRA<br /> LITURGIA CRISTIANA approfittando di quello grandissimo mostrato da Dante in base a queste mie scoperte, fosse un problema da buttare dalla finestra.<br /> Afferma Dante che la SACRA TEOLOGIA LITURGICA è così piena di tutta pace da non tollerare lite alcuna di argomentazioni (Convivio, II, XIV, 19; Convivio, II, XIII, 8). Essa cioè non tollererebbe, a<br /> questo suo più alto ed ultimo livello scientifico-medievale in cui si trova ubicata, di dover eventualmente sopportare la presenza, soprattutto, della SACRA TEOLOGIA RAZIONALISTA piena di<br /> argomentazioni logico-dialettiche stimolanti i distinguo e la disputa, per non dire incoraggianti una guerra di religione. Le guerre non possono essere fatte in presenza dell’ultima e più alta<br /> scienza, poiché assolutamente pacifica, e perciò essa sarebbe anche un antidoto per debellarle. E pensare che per tanto tempo, e cioè fino al momento in cui il caro professor CESARE VASOLI non<br /> indicò, per “Teologia” dantesca, il Vangelo, quando gli esegeti si trovavano d’avanti questo termine scientifico-medievale-dantesco di “Teologia”, per un malinteso omaggio alla teologia di san<br /> Tommaso d’Aquino, intesero proprio la sacra Teologia razionalista: ossia un atteggiamento della mente che mai avrebbe dovuto qualificare il decimo cielo Empireo, il domicilio che la Santissima<br /> Trinità, il Padre, il Bene, ha eletto per se stessa. E pensare che anche il CONCILIO VATICANO II già aveva visto nel possibile risveglio dei cristiani alla SACRA TEOLOGIA LITURGICA (Costituzione<br /> conciliare SACROSANCTUM CONCILIUM sulla sacra liturgia – 4 dicembre 1963) la strada maestra per uscire dallo stato spirituale ipotensivo, di stallo, in cui si trova da tempo la cristianità. La<br /> Teologia razionalista è anche idonea, per l’intenzione da cui è mossa, ad alimentare l’idea di una supremazia del cristianesimo rispetto altre religioni le quali perciò sono spinte ad uno<br /> scetticismo verso le nostre reiterate e discorsive dichiarazioni di pace. Se noi, dopo aver celebrato con un rito, con un inno e con un canto, le nostre feste liturgiche, dimostrassimo di venir<br /> fascinati anche dalla sacra Teologia liturgica delle altre religioni compresa quella pagano-classica proprio così come sapientemente insegna Dante, avremmo già fatto un grosso passo in avanti verso<br /> la pace, verso quell’ “Uomo planetario” alla idealizzazione razionale del quale, con tanto impegno anche politico, si era dedicato padre ERNESTO BALDUCCI.<br /> Dante dimostra, con spirito conciliare, di accogliere anche la liturgia pagana nel momento in cui accetta che il rito della sua “Sottomissione alla Grazia divina” venga indicato da un pagano,<br /> suicida e favorevole al divorzio coniugale, Catone l’Uticense, e celebrato poi da un altro pagano e famoso saggio, Virgilio (Pur., I - GIOVANGUALBERTO CERI, “L’astrologia in Dante e la datazione<br /> del “viaggio” dantesco”, nella rivista “L’Alighieri” di Ravenna diretta da Aldo Vallone – n. 15 – gennaio – giugno 2000, Angelo Longo Editore, Ravenna, 2000, pp. da 27 – a 57). E il fatto che il<br /> cristianesimo possa riuscire a subordinare completamente ogni sua altra lodevole attività ed aspettativa, anche caritatevole, di pace e socialmente utile, all’intonazione di un inno e di un canto<br /> alla Divinità insieme alle altre religioni, è l’unica via empirico-intuitiva che può condurre alla pace interiore e nel mondo: in quanto tale via è immediatamente rivelatrice della presenza di una<br /> evidente e profonda intenzione orientata alla Comunione con tutti. Così la pensava anche padre GIOVANNI MARIA VANNUCCI (cfr. G. Vannucci, “Il libro della preghiera universale”, Libreria Editrice<br /> Fiorentina, Firenze, 1978). Il Balducci e il Vannucci, due toscani vissuti a Firenze che, per due strade diverse che andrebbero riunificate, cercarono di affermare il principio<br /> teologico-liturico-evangelico-dantiano della pace. La poesia del Nostro, se colta nella sua autentica realtà, ma questo potrà avvenire soltanto per convalida delle mie scoperte, a questo punto<br /> dobbiamo reputare che possa contribuire ancor oggi alla pace nel mondo e alla sua elevazione spirituale proprio per l’importanza che il Poeta riserva alla liturgia. Dunque quale ultima e più alta<br /> scienza, o superiore istanza, sia pur di carattere soggettivo ed intimo. Le conseguenze politiche in questo caso discenderebbero dall’alto, dal cielo.<br /> È di tutta evidenza che quella sacra Teologia liturgica che Dante sapientemente incoraggia per arrivare a por fine ad ogni lite e discussione dovrà oggi scoprire anche una nuova armonia<br /> poetico-musicale e sapienziale: per intendersi, sulla scia, per esempio, di quella inaugurata dal Maestro della Cappella Sistina, LORENZO PEROSI, nonché sulla scia anche delle raccomandazioni di<br /> THOMAS MERTON il quale così scriveva: “Il prevalere della cattiva arte cosidetta “sacra” costituisce un grave problema spirituale, paragonabile, per esempio, al problema dell’inquinamento dell’aria<br /> in alcuni nostri grandi centri industriali. Gradire la cattiva arte sacra e sentirsi da essa aiutati nella preghiera, può essere un sintomo di disordine spirituale, magari inconsapevole e del quale<br /> si potrebbe anche non essere personalmente responsabili . Il male è però qui, ed è contagioso!” (Thomas Merton, Problemi dello spirito, Milano, Garzanti, 1960, p. 185). E si tratta sempre di un<br /> volume consigliato dal fiorentino mons. Enrico Bartoletti (nato a Carraia, sulla strada per le Croci di Calenzano un tempo entro il territorio di Firenze, e cioè là dove andava a raggiungerlo<br /> spesso, quando il Bartoletti c’era, don LORENZO MILANI Priore della vicina parrocchia di San Donato).<br /> In Dante, per poter arrivare a stabilire quei giorni strategici, fondamentali, da lui indicati, come quello della festa odierna del 2 febbraio 2012 della presentazione di Gesù bambino al tempio in<br /> braccio alla Madonna, in cui la solennità e specificità di ciascuna festa liturgica sarebbe esplicativa del senso da attribuire al fenomeno, o al personaggio, è però necessario avvalersi, a monte,<br /> dell’astronomia-astrologia di CLAUDIO TOLOMEO. Per la difficoltà e complessità della materia per quanto attiene alle nostre Università degli Studi, e per la sua peccaminosità per quanto riguarda<br /> gli insegnamenti impartiti nei Seminari Diocesani della nostra Chiesa cattolica (cfr. CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, Divinazione e Magia – n. 2116 - Astrologia – Libreria Editrice Vaticana,<br /> Città del Vaticano, 1992, p. 527), questa stessa materia astronomico-astrologico-tolemai
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